Uffa!

Disegnare disegnare… E raccontare il mondo a mezzo di nuvole parlanti

Giampiero Mughini

Di lui, Marcello Jori diceva che "Affrontava il foglio senza una preparazione, nasceva tutto per incanto". Un ricordo di Andrea Pazienza

Esiccome il mio maggiore strazio attuale è di riuscire a deambulare nel mio studio senza prendere a ciabattate le disordinatissime pile di libri e riviste che vi si sono affollate sul pavimento in questi ultimi mesi, niente di meno strano che a un certo punto mi sia trovato in mano un lussuoso numero del Linus edito da Elisabetta Sgarbi e diretto da Igort che se ne era rimasto nascosto in una di quelle pile. Il numero pressoché monografico dedicato da Igort al sommo Andrea Pazienza nel giugno dell’anno scorso.

Ne parlo perché da Pazienza e dalla sua tanto breve quanto avvincente saga creativa (è morto trentaduenne 35 anni fa) sono come ossessionato. Chi entra a casa mia ci sbatte immediatamente contro un paio di poster appesi alle pareti che Pazienza aveva disegnato a promuovere degli appuntamenti culturali degli anni Ottanta. I miei amici dello studio bibliografico L’Arengario di Brescia stanno approntando per il mese di maggio una mostra dedicata agli anni bolognesi di Pazienza, uno che aveva studiato al Dams di Bologna dove una generazione di studenti italiani apprese a sillabare il moderno. Era stato l’Arengario a pubblicare nel 2016 un corpulento catalogo di leccornie editoriali marchiate da Pazienza su cui mi catapultai ad afferrarne quante più possibili. Vedo che su Wikipedia figura una delle foto che sull’Europeo accompagnarono un mio articolo del dicembre 1980 scaturito da una visita all’allora redazione romana di Frigidaire che stava non lontano dal carcere di Regina Coeli, ed è una foto in cui campeggiano l’uno accanto all’altro Vincenzo Sparagna, Pazienza e Stefano Tamburini, i tre maggiori protagonisti dell’avventura di quel memorabile mensile. Dopo aver dovuto vendere la sua casa romana pur di saldare un po’ di debiti della rivista da lui fondata e diretta, Sparagna si è adesso trasferito in provincia nella cosiddetta Repubblica di Frigolandia. Tamburini è morto di overdose trentunenne nel 1986, la stessa morte che ucciderà Pazienza due anni dopo, nel 1988. “Non ho mai conosciuto un altro talento naturale quale Pazienza, cui tutto del disegnare veniva facilissimo”, ha detto una volta Vittorio Giardino, altro gigante del moderno fumetto italiano. Chi lo conobbe e lo frequentò racconta che per Pazienza vivere e raccontare il mondo a mezzo di nuvole parlanti era un tutt’uno. Disegnava disegnava disegnava – sempre di primo acchito, di prima botta, perché non gliene sarebbe venuta una migliore  –, salvo poi magari lasciare sul tavolo i suoi lavori quasi che della loro sorte non gliene importasse nulla, l’importante era averli creati. Giorgio Carpinteri, altra stella lucente fra i narratori a fumetti di Frigidaire, racconta che una volta vide uno di quei disegni come abbandonato su un tavolo e chiese a Pazienza se potesse prenderselo. “Ma certo”, gli rispose l’autore di Penthotal. Se cercate di ritrovare sulla carta di un libro o di una rivista le situazioni e i personaggi esemplari di quel Settantasette italiano di cui Bologna è stata la capitale naturale, è a Pazienza e ai suoi scarruffati personaggi che dovete accorrere al modo in cui entrereste in un tempio. Più ancora a lui che non ai romanzi pur prelibati di uno scrittore nato in provincia di Reggio Emilia e pressoché coetaneo di Pazienza quale Pier Vittorio Tondelli.

Sul numero di Linus da cui sono partito è raccontato molto bene un versante del lavoro di Pazienza da cui a suo tempo ero stato affascinato fin da subito. Il suo lavoro di ideatore/disegnatore di copertine di vinili promananti da gruppi musicali a lui culturalmente attigui, il genere di lavoro che nel secolo scorso ebbe come primattori tipini quali Guido Crepax in Italia e Andy Warhol negli Usa. Pazienza è stato particolarmente assiduo nell’illustrare uno dopo l’altro nei primi anni Ottanta i vinili a 33 giri di Roberto Vecchioni, un rapporto tra i due di cui sul numero di Linus scrive a lungo Camilla Baresani. Anche se forse la copertina sua più famosa di un vinile è quella che ha l’aria di metterti spalle al muro nell’annunciare un disco della Premiata Forneria Marconi, il Passpartù del 1978, da come su quella copertina i componenti della celeberrima squadra musicale ti sogguardano a giudicare se sarai degno della musica che loro stanno per proporti. La tavola originale di quella fatidica copertina venne messa in vendita in un’asta romana alla quale io partecipai, una decina o più di anni fa. Mi era accanto Francesco Coniglio, l’inesauribile piccolo grande editore che a quei viluppi tra musica e grafica e collezionismo ha dedicato tanta parte del suo fare trentennale e ancora sino a pochi giorni prima della sua morte.

Carpinteri ha raccontato che una volta a Bologna stavano disegnando l’uno accanto all’altro e che a Pazienza mancavano due tavole per finire la sua storia. “Dài Giorgio, prenditi un caffè”, gli disse. Il tempo di prepararlo e le due tavole erano già finite. Un altro disegnatore bolognese con cui Pazienza andava d’amore e d’accordo era stato Marcello Jori (nato nel 1951 e laureato anche lui al Dams) col quale andavano assieme in treno alla redazione milanese di Linus a consegnare i loro fumetti. E finché Betta, la fidanzata storica di Pazienza, non lo lasciò e si mise con Jori, al che Pazienza cestinò una storia che aveva disegnato e di cui Jori era il protagonista. Di Pazienza Jori ha scritto così nel Linus di cui stiamo raccontando: “Diceva che con il Pantone era arrivato a fare tutto quello che voleva, un mezzo apparentemente freddo e tecnico che nelle sue mani si trasformava. Era un suonatore di Pantone. Affrontava il foglio senza una preparazione, nasceva tutto per incanto. Esseri umani, animali, ambienti, architetture… Era magia, spettacolo. Era un esemplare umano unico, non ho mai conosciuto nessuno che gli somigliasse in alcun modo. Una persona irripetibile”.

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