Il cantautore genovese Fabrizio De André (foto LaPresse)

Poesie e canzonette

Adriano Sofri

Canzoni, echi e lasciti letterari. Un libro mette insieme scrupoli filologici e spiriti sanremesi

"Sono solo canzonette”, Edoardo Bennato. “Le mie poesie non salveranno il mondo”, Patrizia Cavalli. Di poesie e di canzonette il mondo vive, in buona parte. Leggo un libro che raccoglie un gran repertorio di canzoni che citano o echeggiano poesie, e mi stupisco di quanto vasta sia la mia conoscenza di canzoni italiane almeno fino agli anni 80, benché non mi ci fossi dedicato – una competenza ebbi solo per le canzoni francesi. Erano nell’aria, si imparavano. Da un certo punto in poi non furono più nell’aria, oppure non ci fui più io. Il libro è di Ranieri Polese, che da sempre gira attorno alla questione e stavolta la prende per il collo, mettendo insieme scrupoli filologici e spiriti sanremesi. “Tu chiamale, se vuoi… Canzoni, echi, lasciti letterari nelle canzoni italiane” (Archinto, 153 pp., 18 euro). Alla cura di Polese dovetti la pubblicazione di un mio saggio sulla versione italiana di “Piange il telefono”, una delle poche pagine che mi sopravviveranno. Qui tratta specialmente dell’influenza esercitata sulle canzoni da Dante (l’Inferno soprattutto), Petrarca e Foscolo, e da Leopardi (l’Infinito soprattutto, e la connessa immensità), Carducci e Pascoli, con incursioni di Gozzano (Guccini) e D’Annunzio e pochi altri. Le canzoni, e prima di loro le opere, il melodramma, hanno sulla poesia due vantaggi: la musica, e la popolarità (il populismo, non di rado). È lo scambio reciproco a sedurre. Dante, Amor che nella mente mi ragiona, era stato il paroliere di Casella. Canzonetta è già in Boccaccio, e Guido Cavalcanti aveva chiamato la sua poesia dall’esilio “Ballatetta”, fra il diminutivo e il vezzeggiativo, un po’ come Bennato. Il Canzoniere designa sia i Rerum vulgarium fragmenta che il libretto coi testi di Sanremo. Almeno da Saba in poi, la degradazione dalla poesia alla canzone fa il cammino inverso, con la rima fiore, amore, la più antica, difficile del mondo. Con le poesie come con le canzoni (e alla grande con le opere: L’amore è un dardo) la lectio facilior produce risultati ingegnosi e qualche volta poetici: ora è una rubrica di Propaganda live, Canzoni sbaliate. Suggerisco a Polese De Gregori, “Le donne vanno e vengono…”, da T.S.Eliot, “In the room the women come and go…”. Polese trova, un po’ per scherzo un po’ no, parentele anche dove non ce n’è bisogno, come in una spiritosa derivazione di Eugenio Montale (“Sta come una pietra / o un granello di sabbia. Finirà / con tutto il resto”, Diario del ’71 e del ’72) da Nico Fidenco, Legata a un granello di sabbia, 1961… Nel pasticcio-parodia di Petrolini, 1922, “La canzone delle cose morte”, l’aggettivo “frale” può rimandare a Leopardi, ma più che dell’“Imitazione” (Povera foglia frale) dei Canti, dove ricorre 5 volte, e rimanda a una fonte decisiva d’ispirazione: i cimiteri e gli epitaffi. Del Frale si legge ordinariamente su quelle lapidi, magari associato a “incielarsi”. Ancora più stretta è la derivazione cimiteriale in A Silvia: “Da chiuso morbo combattuta e vinta / perivi o tenerella… / il fior de’ tuoi gentili anni caduto”. Trascorsi mesi felici nel camposanto di Recanati e in altri cimiteri monumentali ottocenteschi a rintracciare fonti leopardiane.

 

Trasparente il richiamo dantesco di Paolo Villaggio-Fabrizio De André, “Carlo Martello ritorna…”: Più dell’onor (Dante: dolor) poté il digiuno. Non sapevo però che il finale originale suonasse: “frustando il cavallo come un mulo / quella gran faccia di culo”, e per ragioni di censura fu mutato in “frustando il cavallo come un ciuco / fra il glicine e il sambuco”. E se posso permettermi, il risultato è superiore, con quel surreale fra il glicine e il sambuco, bello quasi come il francese “entre chien et loup” (o il nostro “fra il cazzo e l’equinozio”, che dopo i Cent’anni qualcuno attribuisce a Garcia Marquez!). Dalla poesia alle canzoni trasmigrano passeri, capinere e rondini - mai come in Argentina, dove la golondrina vola sovrana. Pioggia e lacrime, dal Petrarca in giù, sono un luogo comune. “E’ pioggia o pianto / dimmi cos’è” ricorda irresistibilmente l’eccesso di zelo di “Casablanca”, Ingrid Bergman innamorata che all’ingresso dei nazisti a Parigi chiede a Bogart: “Sono i cannoni, o è il mio cuore che batte?” “Nei testi di Sanremo – avverte Polese – incontriamo le lacrime 74 volte”. In una delle escursioni sul trapasso di poesie e canzoni nei film, Polese cita il formidabile dialogo di Age e Scarpelli in “Straziami ma di baci saziami” di Dino Risi, Manfredi lui e Pamela Tiffin lei, che commentano L’immensità di Sanremo: “Lei: Musicabilmente mi piace, ma le parole no. Lui: Sono scritte per chi si ama, come me e te. Lei: Ah, tante grazie, io sarei nullità. Lui: Nullità intesa in confronto all’immensità di tutto ciò che circonda. Lei: Non mi convince per niente, il nostro amore è lui immensità, nullità sarà tutto il resto. Lui: In senso che non siete altro all’infuori di esso, cioè del nostro amore? Lei: E’ evidente. Lui: Può darsi, del resto è un concetto presente anche nella canzone ‘C’è una casa bianca che’”.

 

Polese ricostruisce anche la vertenza sull’uso leopardiano stagionalmente inesatto di “rose e di viole”, che nonostante le precisazioni entrano tali e quali in un certo numero di canzoni. Talché mi sono chiesto come mai l’italiano abbia l’espressione “non è tutto rose e fiori”, che sembra poco logica, potendo essere le rose la parte per il tutto, o il fiore per antonomasia, e sarebbe stato più ragionevole “non è tutto rose e viole”. (Ma è già in Poliziano: “Che di rose e fiori / Vi fate belle il maggio”).

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