Suleimani, i curdi e un tradimento

Adriano Sofri

Il via libera di Trump al generale iraniano per sabotare il referendum sull’indipendenza della regione autonoma e consegnare Kirkuk ai pasdaran

Ero nel Kurdistan iracheno il 16 ottobre 2017 e vidi compiersi in una notte un tradimento che segnò la storia successiva dell’Iraq e del conflitto fra Iran e Stati Uniti, oggi rimesso in causa. Erano passate tre settimane dal referendum “consultivo” sull’indipendenza della regione autonoma curda, cui aveva partecipato il 72 per cento degli aventi diritto votando al 93 per cento per il sì. Il referendum era stato avversato pressoché da tutti, le confinanti Turchia e Iran, il governo di Baghdad e gli stessi americani. C’erano state divisioni forti anche fra i curdi, superate dall’accordo fra il Pdk di Masoud Barzani, il partito-dinastia di Erbil e Duhok, e la parte del Puk, il partito di Suleimanya (e di Kirkuk), guidata da Kosrat Rasul Ali. La notte del 16 ottobre le truppe irachene sciite Hashd al-Shaabi, agli ordini di Qasem Suleimani, invasero Kirkuk ed ebbero facilmente ragione della resistenza dei curdi di Kosrat, isolata dall’ala del suo partito composta dai famigliari di Talabani, che si erano venduti a Suleimani. Barzani e Kosrat non avevano voluto credere che Trump, nel momento più stentoreo della sua sfida all’Iran, desse via libera alle milizie filoiraniane e al loro vero capo dichiarato “terrorista”, e regalasse di fatto al controllo dei pasdaran una città preziosa come Kirkuk, che i curdi tenevano da quando l’esercito iracheno si era sfaldato di fronte all’avanzata dell’Isis.

 

Oggi sono stati resi pubblici i dettagli dello scontro di allora fra Suleimani, che era ripetutamente andato a Suleimanya a premere perché il Puk sabotasse il referendum, e Kosrat (il territorio del Puk è quello a ridosso dell’Iran). Qasem Suleimani, che aveva mandato a Kosrat molte richieste di rinunciare al referendum, era andato a visitarlo a casa sua e gli aveva dato un ultimatum: “Se stai con noi e abbandoni il referendum, sarai il numero uno del Kurdistan. Se no, non verrò al tuo funerale!”. Giornali curdi scrivono che anche nella preparazione del congresso del Puk, che si è tenuto il mese scorso, Suleimani aveva brigato per ridurre il peso di Kosrat a vantaggio dei suoi rivali, oggi orfani di un tutore che credevano e si credeva onnipotente. Kirkuk è più vicina a tornare curda, il primo ministro iracheno dimissionario Adil Abdul Mahdi ha appena fatto un pellegrinaggio nella regione, compresa la casa di Kosrat, per chiedere l’appoggio a una sua ricandidatura, per la quale i curdi esigono la rinuncia a rivendicare l’uscita delle forze della coalizione. Fra i peshmerga devoti a Kosrat si commenta che una cosa è certa: Qasem Suleimani non andrà al suo funerale.

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