Almeno in poesia la via del futuro era già stata tracciata anni fa in Italia

Alfonso Berardinelli

Sì, la poesia è femmina ed era impossibile non essersene accorti

Dopo aver letto la bella pagina di Simonetta Sciandivasci “La poesia è femmina”, sabato scorso sul Foglio, mi sento meno solo e perfino un po’ profeta. Da più di un decennio sostengo con convinzione che il meglio della poesia italiana recente lo hanno scritto e lo scrivono le donne. Ma quella che molti hanno scambiato per una scelta o preferenza personale, cioè per una specie moralmente, esteticamente legittima ma priva di fondamento oggettivo, è per me una semplice constatazione che dei lettori appena competenti e capaci potrebbero fare da soli e senza essere necessariamente dei critici (spesso un critico capisce meno di un lettore).

 

L’articolo di Simonetta Sciandivasci mi incoraggia perciò a tornare sull’argomento, anche perché noi poveri italiani siamo sempre portati a credere che in Inghilterra e in America si arriva sempre prima in tutto e l’avanguardia che ci indica la via del futuro nasce sempre in lingua inglese.

 

No, almeno in poesia, la via del futuro era già tracciata in Italia. La differenza con il mondo anglofono è solo di tipo socio-tecnico; ma è una differenza che potrà facilmente essere superata perché non si tratta solo di YouTube e di Instagram, di cui non so niente e poco mi importa; si tratta piuttosto di qualità tecniche della poesia stessa: brevità, sintesi, maneggevolezza, disposizione alla performance vocale e comunicativa, favorita dall’efficacia ritmica della costruzione verbale: e infine si tratta della suggestione dovuta alla presenza, dietro i versi, di un personaggio-poeta con caratteristiche di fisicità e carattere. Le donne che oggi in Italia scrivono poesia hanno un volto, una storia, una voce, un’attitudine performativa che evidenzia la teatralità potenziale inscritta nei loro testi.

 

Già all’inizio degli anni Novanta era impossibile non essersi accorti almeno di un paio di vere protagoniste come Patrizia Cavalli e Patrizia Valduga. Diverse in tutto, fisicamente, caratterialmente e letterariamente, facevano comunque capire subito che la poesia è più comprensibile, attira, appassiona, incuriosisce di più se anche nel tono delle parole scritte, nelle cose dette e nel modo di dirle (la metrica ridiventava importante echeggiando momenti del passato) si sente la voce di una donna che parla di sé. E’ il “narcisismo” o priorità dell’io di cui la poesia lirica non può fare a meno da quando è stata inventata tra il VII e il VI secolo a. C. da Archiloco, Saffo, Alceo. Un buio, funebre eros allucinato in Valduga; un celeste, atmosferico teatro dell’amore in Cavalli. Ma sempre, in primo piano, un'infallibile e calcolata perizia tecnica in cui la grande tradizione del verso italiano viene evocata in tutta naturalezza. Le ho viste recitare in teatro. Valduga a voce bassa, in un flebile lamento che sembrava alle soglie del pianto o dell’eccitazione o dell’implorazione sessuale. Cavalli instabile nei suoi continui, piccoli colpi di scena apparentemente casuali, umoristicamente distratti. In tutti e due i casi, il pubblico era in ascolto come in una sala da concerto. I loro libri sono stati e sono tra i più venduti e i più attesi.

   

Ma il fenomeno di maggiore interesse è strettamente letterario; riguarda non tanto metrica, teatralità e quel misto di raffinatezza formale e di barbarica energia espressiva. Si tratta di contenuto. Nella lirica scritta da donne è avvenuto un inedito, sorprendente sconfinamento dal lirismo soggettivo all'invenzione di veri personaggi. Nella poesia moderna, in particolare, la comparsa di personaggi è rara: si può pensare alla signorina Felicita (1909) di Guido Gozzano e all’Alfred Prufrock (1917) di T. S. Eliot. In Italia il personaggio maggiore nella poesia di Saba è Saba stesso; in quella di Pasolini e di Giudici i soli personaggi che si ricordino sono gli autori autobiografati. Invece, per esempio, nella poesia di Bianca Tarozzi e di Anna Maria Carpi (il loro esordio poetico è stato tardivo, risale agli anni novanta), le autrici si specchiano nei ritratti di donne e uomini, il loro è un plurale mondo narrato. Infine ricordo poemetti come “Fernando” di Alba Donati e “La maestà barbarica” di Patrizia Cavalli. Sono quanto di meglio sia stato scritto negli anni Duemila.

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