George Steiner, il rabbi della cultura

Giulio Meotti

Il padre amico di Freud, gli studi con Leo Strauss, il mistico Scholem compagno di stanza George Steiner, il chierico delle “vere presenze” che detestava il pol. corr. e i populismi

A casa, in un palazzo vittoriano nella cittadella universitaria di Cambridge, George Steiner custodiva i suoi “tesori”, come li chiamava: un Borges autografato, che il grande argentino gli aveva lasciato dopo aver passato una notte in casa sua, la prima pubblicazione su rivista del “Tractatus” di Wittgenstein, la prima edizione di “Essere e tempo” di Heidegger, un Kafka di cui pare esistano soltanto tre copie al mondo e una cartolina di felicitazioni che Freud mandò al padre di Steiner quando abitavano a Vienna. In quella casa, George Steiner è scomparso due giorni fa, a novant’anni.

 

Figlio dell’ebraismo assimilato che fu di Proust e di Heine e sincretico maestro mitteleuropeo fino al midollo, Steiner era imbevuto di agnosticismo messianico e di etica letteraria cosmopolita. Rabbi der europäischen Kultur, lo chiamavano, il rabbino della cultura europea. Vedeva nella Shoah, da cui scampò per un pelo, un suicidio di civiltà, una sorta di secondo peccato originale. C’è una immagine che Steiner regala ai lettori di “Errata”, la sua autobiografia. Siamo a Weimar: su una collina Hitler fece costruire Buchenwald; poi c’è l’Elephant, l’albergo di Thomas Mann e di Goethe, e un cimitero lungo una strada dove riposano soldati tedeschi caduti durante la Seconda guerra mondiale, e ancora il giardino di Goethe, dal cancello ormai arrugginito, che si trova davanti ai vialetti calpestati un tempo da Liszt e Berlioz. “Qui c’è riposo, ma non pace”, scrive Steiner. “I discorsi di Hitler hanno punteggiato la mia infanzia”, diceva. Il padre, funzionario della Banca centrale austriaca, capì che nella vecchia Mitteleuropa, dietro al suo liberalismo formale e senza unghie, stava crescendo un sistematico odio verso gli ebrei. Enfant amoureux de cartes et d’ estampes, trasferitosi a Parigi per permettere al padre di curarsi da una febbre reumatica, Steiner frequentò l’Ecole américaine e nel 1940 si trasferì con la famiglia a New York (anche se i genitori sognavano l’Inghilterra di Disraeli).

 

Si è passati dal logocentrismo al “logos-nihilism”. La sua idea era che tutta la cultura avesse una ispirazione trascendente

La sua opera più importante è “Vere presenze”, dove Steiner ha suggerito l’idea che la cultura occidentale si basi su una scommessa trascendente e che un’assoluta indifferenza e ostilità alla metafisica, tipica di quella rottura del patto tra parola e oggetto consumatasi nella cultura europea, abbia portato alla morte dell’arte e alla “brillante vuotaggine”, come la chiamava. Si è passati dal logocentrismo al “logos-nihilism”.

 

All’americana Syracuse, Steiner preferiva l’europea Siracusa, perché l’America ha “spalmato di burro le anime degli uomini”. Ma riconosceva anche che gli Stati Uniti sono l’unica nazione che abbia invitato l’uomo a sentirsi a suo agio nella propria pelle e che gli abbia concesso il lusso di diventare ciò che vuole. Era capace di sentenze radicali. Sullo sciovinista Alexander Solgenitsyn: “Questo colosso d’uomo così marcatamente estraneo alla comune umanità”. Sul pacifista Bertrand Russell: “Un uomo che ama la verità più dei singoli esseri umani”. E’ stato il più fedele allievo di Julien Benda e del suo grido contro il “tradimento degli intellettuali”, dallo sciovinismo di Fichte allo stalinismo di Sartre. Oggi tutti lo celebrano, ma quel suo essere un vero polymath spinse i baroni accademici a guardarlo con una punta di snobismo, se non di disprezzo. La sua visione della cultura aveva un che di nostalgico, quasi di assurdo, rimpiangeva l’Atene di Pericle, la Firenze medicea, l’Inghilterra del XVI secolo, la Versailles del Grand-siècle e la sua Vienna.

 

E’ stato il miglior critico letterario dai tempi di Erich Auerbach e di Edmund Wilson, di cui prese il posto al New Yorker: le sue recensioni avrebbero fatto la storia del giornale più scicchettoso d’America. In questa veste, negli anni Sessanta, Steiner ebbe un ruolo decisivo nel portare all’attenzione del pubblico romanzi che altrimenti sarebbero rimasti ai margini, come “Vita e destino” di Vasily Grossman, destinato secondo Steiner a “eclissare tutti i romanzi che in occidente vengono presi sul serio”. A licenziarlo dal New Yorker fu Tina Brown: “Un giorno la segretaria di Tina Brown mi convocò a New York per parlare con il boss, e in quel nostro unico incontro lei impiegò 45 secondi per licenziarmi. Mi chiese se era vero che, in una cena a Londra, avevo detto che il suo magazine era stato involgarito dalla sua gestione. Sì, le risposi”. 

 

“Il rimorso del postcolonialismo rende imbarazzante anche solo chiedere perché il pensiero puro ha prevalso qui e non in Africa”

Con il saggio su “Tolstoj o Dostoevskij”, Steiner inaugurò il cosiddetto “New Criticism”, lo studio di un autore alla luce delle convinzioni morali e religiose. Ebbe maestri d’eccezione, Jean Boorsch lo introdusse alla filologia, lesse Aristotele con Richard McKeon, studiò con due premi Nobel (Fermi e Urey) e con Leo Strauss, da cui avrebbe ereditato la passione per i classici. “Entra in aula Leo Strauss: ‘Signore e signori, buongiorno, in questa classe, il nome di…, che è ovviamente incompatibile, non sarà menzionato. Ora possiamo procedere alla Repubblica di Platone’”, racconterà Steiner. “Non avevo capito il nome, ma quell’‘ovviamente’ mi fece sentire come se una spina fredda e luminosa mi fosse passata per la schiena. Uno studente mi scrisse il nome alla fine della lezione: Martin Heidegger”. A quest’ultimo, tre anni dopo la sua morte, avvenuta nel 1976, Steiner dedicherà un libro, considerato ancora oggi molto importante, in cui spiega che Heidegger fu intimamente affine, non per opportunismo accademico, alla Germania di Hitler. Quando Heidegger scrive che “crescere significa aprirsi all’ampiezza del cielo e insieme radicarsi nell’oscurità della terra”, non fa che riprendere il tema presente nella cultura conservatrice di inizio secolo sul legame fra l’uomo e la terra. Secondo Steiner, “le accuse hitleriane ai cosmopoliti senza radici, alla plebaglia urbana e alla intellighenzia senza patria che vive parassitariamente sulla superficie della società, riecheggiano da vicino la critica heideggeriana del ‘Si’, della modernità tecnologica, dell’indaffarata irrequietezza dell’inautentico”.

 

Steiner detestava l’idea in voga oggi secondo cui l’uomo bianco è una specie di lebbra sulla faccia della terra e la sua cultura raffinata non è altro che una maschera dietro la quale si nasconderebbe il mero sfruttamento economico del pianeta. Dietro quest’idea di iniettare nell’occidente in crisi una buona dose di terzomondismo si nascondeva per lui un deprimente neoprimitivismo. “Le invenzioni di Mozart superano il tam tam e i campanelli giavanesi”, disse, per cui “quasi tutti i guri e i pubblicisti occidentali che proclamano il nuovo ecumenismo penitenziale, che professano l’intima fratellanza con l’anima scossa e vindice dell’Asia e dell’Africa, vivono una menzogna retorica”.

 

Cambiava spesso rotta, passando dalle Antigoni a Tolstoj. Si è battuto contro il “flagello del populismo che spinge a spostarsi in gregge”. Cercava il silenzio nella Franche-Comté. Alle alture del Golan, al sionismo, preferiva Golders Green, il quartiere ebraico di Londra. “Non è necessario essere sepolti a Gerusalemme: Highgate o Golders Green o il vento vanno benissimo”. Definì Israele, sollevando non poca rabbia, un “miracolo triste”. “Conosco la minaccia quotidiana che grava su Israele, ma l’ebraismo è più grande del destino di Israele”, diceva.

 

Prese la strada opposta a quella del suo insegnante, Leo Strauss, che nel 1957 pubblicò sulla National Review una lettera in difesa dello Stato ebraico, convinto che il sionismo fosse la sola risposta al fallimento della Repubblica di Weimar e al voltafaccia delle democrazie europee a Monaco. “Israele è ̀la sola nazione che è anche un avamposto dell’occidente in oriente”, scriveva Strauss. Anche l’appartamento che Steiner condivise a Zurigo con il maestro della mistica ebraica, Gershom Scholem, era separato della colonna portante del sionismo. Mentre Scholem, come Leo Strauss, gioiva al pensiero che il popolo ebraico aveva recuperato l’antica lingua e terra perduta, a Steiner non piaceva che dove un tempo predicava Geremia ci fossero dei centri commerciali ebraici.

 

Odiava il postmodernismo. E da pessimista culturale non credeva nel potere redentivo della lettura o della scuola (“il sadismo scendeva nelle vie uscendo dai teatri e dai musei”, disse sulla Shoah). Famoso per l’irascibilità oltre che per non poter ruotare il braccio a causa di un’atrofia muscolare, in un’intervista alla Paris Review disse: “Oggi ci viene detto che esiste una teoria critica, che la critica domina: la decostruzione, la semiotica, il post-strutturalismo, il postmodernismo. E’ un clima molto particolare, riassunto da quell’uomo di indubbio genio, Monsieur Derrida, quando dice che ogni testo è un ‘pretesto’. Uno dei giochi di parole più formidabilmente sbagliati, distruttivi e brillantemente banali mai lanciati”. Sono gli stessi profeti dello strutturalismo che per anni, in maniera scandalosa, si vendicarono negandogli la cattedra. 

 

Dopo aver rigettato la sua famosa “Nascita della tragedia”, a Cambridge a lungo i baroni gli negarono la cattedra

Non ebbe mai grandi rapporti con il mondo universitario, da quando nel 1952 l’establishment di “Oxbridge” gli rifiutò la tesi di dottorato sulla morte della tragedia (che poi diventerà un grande libro) e gli inflisse la prima batosta alla carriera. Il posto di professore a Cambridge Steiner lo ottenne solo nel 1994. Anni prima, un professore lo aveva sentito citare Theodor Adorno agli studenti sul fatto che “non può esserci poesia dopo Auschwitz”. Il “barone” uscì dall’aula dichiarando, con non poco disgusto: “Quando Steiner era seduto al sicuro nel suo appartamento di New York, io ero prigioniero lungo la ferrovia della morte in Birmania. Non accetterò che mi tenga conferenze sulle atrocità naziste”. Oxbridge gli concesse di restare membro straordinario del Churchill College, ma non gli avrebbe offerto un incarico di rilievo (Steiner si vendicherà insegnando ovunque, da Princeton a Ginevra, una sua seconda casa). “‘Oxbridge’ l’ha talora considerato un ciarlatano, o peggio, uno che parlava sul serio”, ha detto Graham McCann, docente a Cambridge. “La sua convinzione che le discipline umanistiche non ci hanno umanizzato per niente e che dovremmo cercare valori morali nell’arte gli hanno alienato molte simpatie”.

 

“Il bizantinismo, il despotismo accademico, l’alessandrinismo del gergo sono il contrario della democrazia”

Certo è che Steiner non rifuggiva mai le polemiche, come quando aiutò Allen Tate, accusato vergognosamente di antisemitismo, dopo che il celebre Premio Bollingen per la poesia fu assegnato dallo stesso Tate e da T. S. Eliot a Ezra Pound, il “miglior fabbro” rinchiuso in manicomio per collaborazionismo con l’Italia mussoliniana. Steiner incappò anche in ridicole accuse di razzismo. “E’ molto facile stare seduti a casa qui a Cambridge e dire che il razzismo è orribile; ma venite a chiedermi di ripeterlo dopo che una famiglia giamaicana con sei figli si è stabilita accanto a casa mia e suona reggae e rock and roll tutto il giorno”, disse una volta. E ancora: “Venite a chiedermelo dopo che il mio agente immobiliare mi ha informato che siccome ho dei giamaicani come nuovi vicini, il valore di casa mia è caduto in picchiata”. Ne nacque un caso. “Questa generalizzazione offensiva nei confronti di un intero gruppo etnico non me la sarei aspettata da un uomo con il passato di Steiner”, disse il portavoce del Muslim Council britannico. “Parole di un vecchio capriccioso che dovrebbe starsene seduto a bere tè, invece di attribuire alla collettività i suoi giudizi personali da razzista”, per Bonnie Greer, drammaturga.

 

Detestava in egual misura i parrocchialismi e il politicamente corretto. Scrisse in “The poetry of thought”: “L’incandescenza della creatività intellettuale e poetica in Grecia, in Asia Minore e in Sicilia durante il VI e il V secolo a.C. rimane unica nella storia dell’umanità. Per alcuni aspetti, la vita della mente in seguito è stata una nota a piè di pagina. Il politicamente corretto penitenziale ormai prevalente, il rimorso del postcolonialismo rendono imbarazzante anche solo porre quelle che possono essere le domande pertinenti, per chiedersi perché l’ardente meraviglia che è il pensiero puro non ha prevalso quasi da nessun’altra parte (quale teorema dall’Africa?)”.

 

Non coltivava né scuole né ismi né eredi (“il bizantinismo, il despotismo accademico, l’alessandrinismo del gergo sono il contrario della democrazia”). E a chi gli dava di maitre à penser, Steiner rispondeva di preferire maitre à lire, uno che insegna a leggere. Di Susan Sontag è stata appena pubblicata un’importante biografia, Harold Bloom è morto il 14 ottobre e ora se ne è andato Steiner. Era l’ultimo dei grandi critici culturali. L’ultimo sopravvissuto di questa visione tragica e grandiosa della cultura occidentale.

 

E’ l’idea espressa nel suo libro “Il castello di Barbablù”, nato da un ciclo di conferenze del 1970, dove come nell’opera di Béla Bartók Giuditta vuole aprire le porte proibite, anche se dietro ci trova soltanto violenza e menzogna. Steiner altresì si domanda: possiamo continuare le ricerca genetica nonostante i dubbi etici e morali che questa solleva? Al dogma religioso però si è ormai sostituito l’“oscurantismo della verità razionale e scientifica” dei francofortesi. E tuttavia, concludeva Steiner, non possiamo ritrarci: apriremo l’ultima porta del castello, “anche se conduce all’inimmaginabile”.

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  • Giulio Meotti
  • Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.