Il fascista della prima ora che si pentì e andò a morire nella guerra di Spagna

Adriano Sofri

Ricordo di Piero Jacchia, triestino di famiglia ebraica

Le edizioni Solferino hanno pubblicato il libro scritto e curato da Antonio Carioti, “Alba nera. Il fascismo alla conquista del potere”, uscito già col quotidiano nel centenario della fondazione del Fascio di combattimento, lo scorso 23 marzo. Presentandolo, Dino Messina ha ricordato ieri alcuni dei nomi più “sorprendenti”, per i lettori meno addentro, di partecipanti e aderenti a quella riunione, che contò forse meno di 200 persone. Uno dei nomi è quello di Piero Jacchia, di famiglia ebraica. Studiando altro, mi ero imbattuto nelle carte dell’Archivio centrale di stato romano che lo riguardavano, e lessi poi l’esauriente saggio biografico di Nicola Revelant, “‘Sono Jacchia e voglio andare a Madrid’. La vita di Pietro Giusto Jacchia (1884-1937)”, in “Qualestoria” n.1, giugno 2001 (qui). Quella di Jacchia è una storia insieme eccezionale ed esemplare. Figlio di Eugenio, un avvocato triestino massone, irredentista, e di Clementina Fano, “Piero” nacque a Trieste nel 1884. Ebbe un fratello maggiore, Paolo, laureato in Medicina a Vienna, e una sorella, Irene, laureata in filosofia a Firenze, leggendaria insegnante al Liceo femminile Pitteri di Trieste e alla scuola elementare ebraica: l’ho ricordata nel mio libro sul “Martire fascista”, mia madre era stata una sua alunna. Piero si laureò in Lingue straniere a Bologna e insegnò nelle scuole superiori. Nel ‘15, all’entrata in guerra dell’Italia, già trentunenne, si arruolò volontario, fu tenente dei bersaglieri, ottenne una croce di guerra nel Goriziano, volle essere in prima linea. Il 23 marzo fu a piazza San Sepolcro, il 29 aprile promosse la prima riunione del Fascio di combattimento triestino, “alla presenza di circa 30 persone”, e l’inaugurazione ufficiale dello Statuto il 23 maggio, quando i partecipanti erano diventati “più di 200”. Sostenne entusiasticamente l’impresa di Fiume e fu subito al fianco di Francesco Giunta, arrivato nel 1920 a guidare lo squadrismo triestino. Squadrista fu anche Piero, e arrestato per un breve periodo dopo l’incendio della redazione del quotidiano socialista, Il Lavoratore. Prese parte alla Marcia su Roma. Uno sfegatato, diciamo. Ma anche presto deluso e poi apertamente pentito dell’adesione al fascismo, in cui vedeva il tradimento dello spirito popolare, antiborghese e antiparlamentare delle origini. La sua rottura venne con gli attacchi contro la massoneria – coloriti di antisemitismo – e con l’assassinio di Matteotti. Jacchia volle manifestarla senza riserve. I rapporti di polizia menzionano “uno spiccato contegno antifascista”. Trasferito, punitivamente, a Catania nel 1926 dopo aver insegnato a Livorno e a Genova, ostentò il rifiuto del saluto fascista e il disprezzo per le manifestazioni fasciste dei suoi studenti, guadagnandosi l’esclusione dall’insegnamento. Tornato a Trieste, abitò con la sorella fino al 1927, poi andò a Milano e cercò di ottenere un permesso di espatrio. Ci riuscì solo nel 1931, passò dalla Germania all’Olanda, e campò dando lezioni di italiano. Risulta che sottoscrivesse per Giustizia e Libertà a Parigi, e che avesse una frequentazione con Luigi Sturzo esule a Londra. Nel luglio del 1936 andò a Barcellona a unirsi alla Colonna di Carlo Rosselli, Camillo Berneri e dell’avvocato perugino Mario Angeloni, che cadde già nell’agosto ‘36. Partendo, “scrisse ai fratelli di sentire il richiamo dell’antica Sefarad”.

 

 

Jacchia prese un nome di battaglia, Fulvio Panteo, somigliante più a un soprannome d’Arcadia – Fulvio si chiamava il figlio di suo fratello. Era più che cinquantenne, ma rivendicava di essere forte e di saper mettere a frutto la propria esperienza delle armi e dei combattimenti. Mostrava una volontà esasperata di riscattare la prima adesione al fascismo e al suo duce: “Desidero rettificare ciò che è stato un errore, quasi una vergogna della mia vita: aver tenuto fede nel fascismo”. E’ ferito una prima volta sul fronte di Huesca, nell’autunno del 1936. Il rapporto di polizia lo descrive ancora “elemento esaltato e capace di commettere atti inconsulti”. Torna in linea, col Battaglione Garibaldi di Randolfo Pacciardi, questa volta sulla via di Madrid, e resta ucciso da un proiettile in piena fronte, a Majadahonda, il 28 gennaio 1937.

 

Nella primavera del 1944 un suo giovane cugino, Mario Jacchia, comandante in Emilia delle brigate GL, dà il suo nome alla 3ª brigata di Montagna, poi 66ª brigata Jacchia Garibaldi.

 

Fin dalla prima gioventù, Piero Jacchia si era cimentato con la poesia, pubblicando numerose raccolte. Mentre si curava dalle ferite in Aragona, scrisse una poesia, la sua ultima, “Vigilia”. L’avrebbe pubblicata, commemorando colui che era stato “camerata di Mussolini e del pazzo Marinetti”, Giustizia e Libertà. L’ho copiata in archivio:

 

Io sto col mio pensiero

Sul varco delle aurore

Ancor per cielo nero

Non pare alcun bagliore.

La notte ancor non muore.

Io contro al cieco impero

Con la mia attesa in cuore

Sto a veglia di guerriero

Ma già per l’emisfero

E’ il soffio annunciatore.

Oh, come il primo strale

S’accenda in Oriente,

Su dal mio petto, quale

L’accoglierà rivale

Spirito veemente!

Poscia nel dì rovente

All’opera fatale,

All’opra di torrente

Scenderò ad onda eguale

Travolta e travolgente.

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