cerca

Bigongiari fu vero maestro nell’illusorio Novecento

2 Febbraio 2020 alle 06:00

Bigongiari fu vero maestro nell’illusorio Novecento

Piero Bigongiari (elaborazione grafica Enrico Cicchetti)

Ma lo sguardo è dentro le cose / a cercarvi la buccia tra la polpa, / e non v’è colpa sufficiente per la nostra gioia, / nemmeno la speranza e la solitudine: / tu sai che non so, tu sai che puoi chiedere.

 

Nella costellazione dei maestri fondamentali del Novecento, Piero Bigongiari occupa una posizione di rilievo, è grazie a lui se ancora oggi possiamo attingere a tanta grande poesia, senza dimenticare di quanti giovani poeti fu interlocutore e promotore.

 

Bigongiari nasce nel 1914 a Navacchio, vicino Pisa. Il padre, ferroviere, è costretto a spostarsi spesso, con lui viaggia la sua famiglia, la moglie Elvira e i cinque figli, tra cui il piccolo Piero.

 

Il peregrinare della famiglia Bigongiari si ferma a Pistoia, cittadina che avrà nella vita del futuro poeta ruolo e sostanza fondamentali, luogo di giovinezza mai dimenticata che spesso riaffiorerà nella sua poesia. Dopo la maturità classica, Piero si iscrive alla facoltà di Lettere all’Università di Firenze. Siamo nella prima metà degli anni 30, l’Italia è un enorme contenitore di ideologie contrapposte, correnti e mode culturali battagliano per affermarsi. A Firenze, Piero entra in contatto con quella che diventerà la colonna vertebrale del nostro Novecento letterario. Un elenco da brividi.

 

Da Luzi a Macrì, da Bo a Gatto, da Parronchi a Pratolini. La loro è un amicizia che diviene condivisione di sguardo, poetica. Ognuno con il suo stigma particolare, con la sua voce unica e riconoscibile, contribuirà infatti a dar vita a quella che ancora oggi viene ricordata come la grande stagione dell’ermetismo. Anche se certe etichette servono più che altro ai critici e ai libri di scuola.

 

Piero si laurea nel 1936 con una tesi su Leopardi. La sua natura poliedrica gli fa sperimentare diverse scritture, entra in contatto con mondi assai distanti, sono gli anni in cui forgia la sua voce poetica, i suoi interessi che non si limiteranno solo al mondo della letteratura, basta pensare a quanta importanza avranno nella sua vita le arti visive, dalle grandi stagioni del passato, in particolare il Seicento fiorentino, sino ai nuovissimi pittori dei suoi anni, tra gli altri Pollock ed Ernst.

 

Nel ’37 inizia a collaborare con riviste letterarie e giornali. Da Frontespizio a Campo di Marte. Contemporaneamente allarga la schiera dei suoi amici, sono anni di feroci corrispondenze, tra gli altri Montale e Landolfi, anche loro diverranno compagni di poesia e decenni. Ma quello che resta nella storia della letteratura del Novecento, un epistolario che entra nelle pieghe di quegli anni con perizia impareggiabile, è quello che lo legherà a un altro gigante: Giuseppe Ungaretti. Il loro scambio andrà avanti per oltre trent’anni. Letteratura e vita si fonderanno dentro le loro lettere.

 

Nel 1941, Piero si sposa, un matrimonio infelice, nullo nei fatti, con Donatella Carena, da cui nascerà il suo primogenito, Lorenzo. In quegli stessi anni abbandona Pistoia e si trasferisce a Firenze.

 

Il ’42 è l’anno della sua prima raccolta, “La figlia di Babilonia”, contemporaneamente avvia la sua carriera di traduttore. Sono molti i poeti e narratori stranieri che beneficeranno della sua penna. Rilke, Thomas, Char, l’opera completa di Conrad.

 

Il 1948 è un anno magico per Piero. Conosce quella che diventerà la sua complice, d’amore e di vita, d’arte e d’amicizie: Elena Ajazzi Mancini. La seconda moglie. La compagna di tutta la sua esistenza. Dalle nuove nozze nasce il suo secondo figlio, Luca.

 

Siamo nel pieno della frenesia degli anni 50. Sono gli anni della grande accelerazione economica e sociale. Come molti suoi colleghi di lettere, Bigongiari finisce nell’orbita della più grande industria culturale dell’epoca. La Rai. Partecipa a quella meravigliosa avventura culturale che fu “L’approdo”, programma radiofonico, poi televisivo, che veicolò la letteratura contemporanea al grande pubblico italiano.

 

A metà degli anni Sessanta diventa professore di Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università di Firenze, la sua produzione continua a sfornare opere a 360 gradi, dalla poesia alla saggistica, dalle traduzioni all’arte.

 

Piero Bigongiari lascia questo mondo nel 1997, attorniato dagli amici di una vita e da tutti quei giovani poeti che devono a lui i primi passi nel mondo delle lettere. Alla morte della moglie, tutti i libri del poeta furono donati alla Biblioteca di San Giorgio di Pistoia, come pegno di gratitudine per gli anni giovanili che mai smise di ricordare e amare.

   

Bigongiari intese la letteratura come gesto naturale, alla stregua dei suoi amati pittori del Seicento diede rilevanza prima alla pratica e alla bottega, agli allievi da forgiare e alle amicizie da coltivare lungo tutto l’arco dell’esistenza. Un esempio semplice e al contempo straordinario, fatto di passione e disponibilità verso il mondo. A confrontarlo con il nostro presente, i presunti maestri inarrivabili, disponibili solo dietro pagamento di lauto corso, magari per poi scoprire che di maestria non v’è traccia alcuna, sembrano trascorsi secoli su secoli.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi