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Quel mercurio letterario che fu Italo Calvino

Come il metallo liquido, lo scrittore non si rompe mai ma può infrangersi in mille sfere inafferrabili, tra virtuosismo stilistico e sostanza letteraria

12 Gennaio 2020 alle 06:00

Quel mercurio letterario che fu Italo Calvino

Ci sono scrittori, e dunque esseri umani, di cui, per comprenderli, non basta arrivare a leggere l’ultima parola dell’ultima pagina di tutti i libri che hanno scritto. Non basta rimuginare sulle loro frasi, non basta appuntarsele su un taccuino o rileggerle dopo anni. Perché certi scrittori, a dispetto dell’etimologia del termine “individuo” – dal latino individuus, indivisibile – appaiono simili al mercurio: cadendo si infrangono in mille sfere sfuggenti, inafferrabili al momento di acciuffarle. Italo Calvino è così: un mercurio letterario, verrebbe da definirlo. Inafferrabile, inaccessibile se non per vie estreme, indefinibile se non per paradossi e allegorie. Affascinata dall’apparente (solo apparente) linearità delle sue opere, ho provato ad osservarlo da diverse angolazioni, da tutte quelle che la sua molteplicità, la sua ambiguità, perfino la sua contraddittorietà, mi offrivano.

  

Lo scorso settembre, l’eccellente casa editrice Aguaplano ha pubblicato un preziosissimo volume di Giovanni Falaschi, “Una lunga fedeltà a Italo Calvino”, che anche grazie alla presenza di lettere edite e soprattutto inedite (dalle quali emerge l’appassionato lavoro di Calvino come editor, mai documentato finora con tanta abbondanza di testi) nonché di saggi tesi ad illustrare l’universo calviniano – dal “Castello dei destini incrociati”, ai primi racconti, alle “Fiabe italiane” –, ci proietta in una dimensione duplice e complessa, articolata al punto tale da poter rintracciare proprio lì, nelle pagine fitte di riferimenti, aneddoti, situazioni e commenti critici, la materia prima dell’Italo Calvino uomo, comunista e scrittore.

 

Mi appello ad un passaggio emblematico del saggio di Falaschi intitolato “Ritratto di Italo Calvino”: “due sono all’origine i libri che si possono scrivere; scriverne uno significa irrimediabilmente non poter scrivere l’altro o, se si vuole, il libro che si dovrebbe scrivere è unico ma si riesce solo a scriverne una parte e quindi un libro del tutto diverso da quello che originariamente dovrebbe essere scritto. Questa è la più profonda contraddizione implicita nell’atto stesso della scrittura”. Partiamo da questa duplice scelta, anzi, da questa duplice possibilità – che poi, alla fine, si riduce ad una cosa sola, ossia quel libro scritto “che non mi consolerà mai di ciò che ho distrutto scrivendolo”, come disse Calvino stesso. L’inafferrabilità calviniana trae origine da questa sorta di contraddittorietà che filtra sì nelle sue opere, ma al lettore arriva solo in un secondo, terzo, quarto momento. Perrella lo definisce a ragione uno scrittore allegorico, perché il tema dei simboli in Italo Calvino è una delle colonne portanti del cammino letterario ma ancor prima di quello umano, intimo e privato. A partire dal nome, Italo, che non contiene la spensieratezza di un nome qualsiasi ma è agganciato ad un significato ben preciso – il ricordo del Paese di origine, l’Italia –, i simboli – che dalla fine degli anni Cinquanta diventeranno segni – sono parte integrante della sua esistenza, fin da ragazzino. Eppure la ricerca disperata e disperante di questi simboli – che non coincidono con le cose ma restano per il giovane Italo solo dei significati – produce nello scrittore una malinconia consapevole, come un’angoscia che può essere tenuta a bada in un solo modo: tentando di dare una forma compiuta al resto del mondo, provando, in sostanza, a geometrizzarlo. La tanto amata geometria, dunque, servì ad Italo Calvino a nascondere una difficoltà e, allo stesso tempo, consentì alla pagina scritta di piegarsi ad un’artificiosa armonia, ad un’eleganza e una chiarezza che, semmai lo scrittore avesse dato libero sfogo alla sua voce naturale, non avrebbe mai raggiunto. La geometrizzazione della realtà spinge Calvino a trasformarsi in una specie di ventriloquo, che mentre è impegnato a nascondere la propria voce, ne crea una su misura per sé e per il lettore, quella che Perrella chiama il falsetto. Ecco perché il virtuosismo stilistico delle frasi calviniane, il loro andamento privo di sbavature, tutta quella perfezione, insomma, infondono alla pagina una tensione tale da togliere il fiato.

 

Ma la domanda cui forse anche Calvino non fu totalmente in grado di rispondere è: fin dove è lecito spingersi in questo processo di geometrizzazione? La letteratura esiste anche senza l’emancipazione stilistica? E soprattutto: la forma è l’argine dell’angoscia, o può diventare una costrizione, un carcere e, infine, il germe stesso di quel tormento?

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