Il tramonto della lettura

Chi legge più in treno, in autobus o sul divano di casa? Il pensiero dell’occidente travolto da uno tsunami digitale che ha reso sconveniente tenere lo sguardo fisso su una pagina stampata

6 Febbraio 2018 alle 16:45

Il tramonto della lettura

Foto Pixabay

Perché non leggiamo? Perché dovremmo leggere? Che cosa è accaduto negli ultimi anni e decenni all’atto di leggere? Che ne è del libro come mito, oggetto di culto, strumento primario di cultura? Perché si annuncia un declino ulteriore, prossimo venturo, della carta stampata? Dove sono finiti i lettori di giornali e settimanali? Chi ricorda più un individuo che legga, sfogli, usi le vecchie care enciclopedie in tre, cinque, dieci volumi che troneggiavano sugli scaffali, anche se pochi, delle librerie domestiche? Il mondo cambia e leggere libri, leggere su carta, ha cominciato a sembrare cosa del passato. La rivoluzione digitale, il solo genere di fenomeno mondiale che abbia meritato agli occhi di tutti il titolo di “rivoluzione”, ha cambiato l’aspetto della vita sociale, le abitudini quotidiane e tutto un precedente modo di vivere. Ha cambiato sia la cultura di massa che la cosiddetta alta cultura. Nelle università si insegna “informatica letteraria” e perfino i filologi, anzi loro per primi, sembra che senza un computer non siano più in grado né di studiare i classici né di produrre i loro eruditi e dottissimi libri destinati a un manipolo di loro simili. Una volta dire filologo voleva dire lettore e iperlettore, lettore competente, appassionato, accanito. Oggi significa piuttosto abile, efficiente informatico la cui memoria dei classici è affidata a quanto nel suo computer è stato “messo in memoria”.

 

Che ne è del libro come mito, oggetto di culto, strumento primario di cultura? Dove sono finiti i lettori
di giornali e settimanali?

 

L’intellettuale engagé, l’operaio con coscienza di classe e lo studente ribelle, tipiche figure novecentesche e tipici lettori di giornali, sono spariti a vista d’occhio. In treno, in autobus, nei giardini pubblici e in casa, su divani e poltrone, o a letto prima di dormire, chi legge più? Meno si vedono lettori e più la lettura è scoraggiata. L’essere umano è un animale mimetico. Mode e stili di vita non prevedono che si legga. Che fare? Proporrei ai pubblicitari, che possono tutto, di mostrare ogni tanto donne e uomini eleganti e attraenti, giovani o maturi, con un libro o un giornale in mano. La stessa cosa potrebbero fare registi colti e di buona volontà, da Woody Allen a Spielberg, da Almodovar a Garrone, Ozpetek, Moretti, mettendo in scena ogni tanto un personaggio che legge e che prende decisioni dopo aver letto una pagina di cui si vedano sullo schermo alcune frasi stampate. Qualche spettatore in più uscirà dal cinema pensando che si può fare: si può leggere!

 

Secondo gli ultimi dati Istat, il numero dei lettori in Italia diminuisce. Nel 2016 solo il 40,5 per cento degli italiani ha letto un libro, mentre il mercato digitale è in crescita. Ancora una volta risulta che le donne leggono più degli uomini. Leggono i ragazzi fra gli undici e i quattordici anni più che in tutte le altre fasce di età: il che significa che si comincia a leggere perché genitori e insegnanti lo vogliono, lo consigliano, lo impongono. Ma nel passaggio dall’infanzia all’adolescenza, appena si smette di ubbidire, si smette anche di leggere. Che dai quattordici ai diciannove anni si legga pochissimo è uno dei sintomi più inquietanti e scoraggianti. Quanto più i ragazzi possono fare quello che vogliono, tanto meno leggono. Un’adolescenza in fuga dai libri non aiuta certo a crescere e impoverisce la formazione della personalità probabilmente per il resto della vita. Se in seguito ci si laurea, si leggerà di più che se non ci si laurea. Ma certo dei liceali che abbiano avuto a che fare quasi soltanto con libri scolastici e con letture obbligate, non arriveranno molto preparati e adatti allo studio universitario e ai livelli superiori di cultura.

 

Ci si dovrebbe chiedere che diavolo succede agli studenti nella scuola media superiore, che cos’hanno nella testa, come passano le loro giornate e se non sia il caso di farli uscire prima possibile da quella specie di ghetto ozioso per farli dedicare ad attività più individualmente responsabili.

 

Perfino fra gli studenti universitari,
i dottorandi e infine gli studiosi maturi, lo studiare non implica propriamente il leggere

Quando mi capita di aprire un manuale scolastico lo scruto sempre con curiosità. Quale che sia la qualità del suo contenuto, l’organizzazione delle nozioni, il tipo di prosa e la struttura grafica delle pagine, quello che si nota subito è che i libri per la scuola non si presentano mai come veri libri. Sembra che gli editori scolastici facciano tutto il possibile perché il libro che si studia non somigli in nessun modo a un libro che si legge. E’ così che studio e lettura si dissociano. La cosa non è di poco conto se si pensa che perfino fra gli studenti universitari, i dottorandi e infine gli studiosi maturi, lo studiare non implica propriamente il leggere. E questo non accade solo nel campo delle scienze naturali (che libri legge un chimico, un biologo, un astrofisico quando non studia la sua materia?). Negli stessi studi umanistici lo studio tende a non presentarsi più come un approfondimento, un’intensificazione del leggere, ma ubbidisce a una logica diversa: la logica dello studio metodico finalizzato alla produzione accademica di altri studi metodici. La conclusione è che oggi, da tempo, non è affatto scontato che uno studioso di letteratura sia un buon lettore di letteratura. Da uno studioso di Virgilio, o di Tasso, o Defoe o Balzac, non ci si deve aspettare che sia capace di giudicare se e quanto valgano i romanzi di Ken Follett o Umberto Eco, di Andrea Camilleri e Dan Brown. 

 

Chi legge per ragioni di mestiere, cioè di produttività professionale e “scientifica”, non è detto che sia un lettore in senso lato. Gli studi umanistici sono perciò una specializzazione come un’altra, non vanno più considerati “formativi” della coscienza, né del gusto, né dell’attitudine critica. La critica letteraria è in via di sparizione sia perché gran parte dell’attuale letteratura non è più un oggetto che abbia interesse critico, sia perché gli studiosi non è detto che siano lettori interessati a formulare giudizi.

 

Si comincia a parlare di una cosa quando non è più un fatto certo ma sta diventando un problema. Che l’atto di leggere e la lettura non fossero più cose scontate e fiduciosamente presupposte lo si cominciò a capire diversi decenni fa, nel corso degli anni settanta. Fu il decennio nel quale la modernità novecentesca, con i suoi rigori conflittuali e la sua aggressività giudicante, cominciò a sciogliersi in una postmodernità rilassata e “creativa”. Una forma di New Age in cui i consumi culturali, la moda delle sapienze antiche e delle filosofie perenni, la voglia del “fai da te” e la fede del “siamo tutti scrittori se lo vogliamo” preparavano il mondo culturale in cui tuttora viviamo. La nuova poesia e la nuova narrativa potevano nascere e nascevano dalla “non lettura” della poesia e della narrativa scritte nel Novecento. Era possibile sentirsi creativi più perché lo consigliava lo psicoterapeuta che perché si avesse nozione di che cos’erano le arti e i generi letterari. E’ vero che le avanguardie novecentesche avevano attaccato e abbattuto l’idea sia classica che borghese di arte, la sua idealizzazione e il suo artigianato: tanto il futurismo con le sue “parole in libertà” (Filippo Tommaso Marinetti) che il surrealismo con la “scrittura automatica” (André Breton) aprivano la strada alla “letteratura per tutti”, a una letteratura qualunque, del caso e dell’inconscio, a una creatività senz’arte per eterni principianti.

 

Ma che testi potevano produrre le parole in libertà futuriste e la surrealistica trascrizione automatica delle libere associazioni mentali, se non testi “sperimentali”, illeggibili, documenti e monumenti dell’insensatezza? Testi facilmente imitabili ma impossibili da leggere, destinati a restare “lettera morta”. Valeva e significava di più la provocazione del metodo produttivo proposto, che il prodotto realizzato. Per fortuna, imitare Proust e Kafka o Majakovskij, Eliot, Lorca e Brecht, era un’altra cosa. Talento individuale e maestria tecnica erano rimasti in realtà il necessario punto di partenza di ogni letteratura che potesse esigere e aspettarsi di essere letta e riletta.

 

Negli anni Settanta il Novecento era in agonia. Dalle idee di avanguardia e di rivoluzione era già stato spremuto tutto il possibile. La letteratura illeggibile e la rivoluzione impraticabile erano astri al tramonto, vie verso l’autodistruzione. Si cominciò a capire che la letteratura aveva più bisogno di lettori che la leggessero che di teorici che la teorizzassero. Ai discorsi su “che cos’è la letteratura” si sostituì un diverso interrogativo: “Che cos’è la lettura, perché e come un lettore legge”.

 

Erano gli anni Settanta. La nuova poesia e la nuova narrativa potevano nascere e nascevano dalla “non lettura” della poesia e della narrativa scritte nel Novecento. Era possibile sentirsi creativi più perché lo consigliava lo psicoterapeuta che perché si avesse la nozione di che cos'erano le arti e i generi letterari

A voce bassa e all’insaputa di tutti, in Italia cominciò Franco Brioschi con un lungo saggio pubblicato su “Comunità”, la rivista della Olivetti: un saggio destinato a dare frutti nei vent’anni successivi, intitolato Il lettore e il testo poetico. Brioschi diceva che senza lettori, senza lettura, i testi letterari non sono realmente vivi ma aspettano di esserlo. Lo sono solo potenzialmente. La letteratura esiste in chi la legge e nell’atto di essere letta. Questo ci rende responsabili del passato, del fatto che continui a esistere, o che invece precipiti nella non esistenza di archivi e biblioteche. La vita dei classici è nelle mani di noi lettori contemporanei. Leggere, dunque, non è meno creativo che scrivere.

 

Nel 1977, sulla rivista tedesca “Tintenfisch” (letteralmente: pesce da inchiostro, cioè seppia oppure scrittore) fondata da Klaus Wagenbach, comparve l’intervento di uno dei più originali e provocatori saggisti e poeti del Gruppo ‘47, Hans Magnus Enzensberger: Una modesta proposta per difendere la gioventù dalle opere di poesia. In quanto autore letto nelle scuole, Enzensberger attaccava la lettura scolastica fondata su un’idea coercitiva: l’idea che esista una sola lettura “corretta”, un solo modo di leggere un testo letterario. Il lettore doveva invece essere anzitutto lasciato libero di fare a modo suo, come, dove e quando vuole. Bisognava ricordare che “la lettura è un atto anarchico”, è l’insieme dei modi in cui ogni individuo, per le più varie ragioni, decide di leggere un testo e di interpretarlo secondo le sue esigenze, o di non interpretarlo affatto, o infine smettere di leggerlo. Senza questa libertà, la lettura non respira, muore. Per questo nelle nostre scuole il leggere viene più scoraggiato che incoraggiato proprio nel momento in cui questa esperienza viene regolamentata secondo norme, schemi, metodi e criteri uguali per tutti e in ogni circostanza. Anche Leopardi aveva detto che un libro non è lo stesso tutte le volte che lo si legge in situazioni diverse.

 

Senza escludere i rischi di una tale libertà, la libertà di leggere, come ogni altra, andava difesa contro ogni teoria generale su “che cos’è la letteratura” e ogni metodologia normativa su “come leggerla”. Se le leggi della lettura corretta e dell’interpretazione giusta restano esclusivamente nelle mani di una casta intellettuale e accademica, i lettori reali e la libertà di leggere sono delegittimati.

 

Intanto anche i teorici e i docenti universitari si accorgevano che qualcosa stava accadendo. Nel 1978 uno studioso, Wolfgang Iser, pubblicò un ponderoso volume: L’atto della lettura. Dieci anni più tardi, perfino un filologo convertito allo strutturalismo e alla semiologia come Cesare Segre capì che non bastava l’analisi “scientifica” delle strutture testuali. Cambiò idea e si adeguò scrivendo un’introduzione al libro di Iser nella quale si leggono queste parole: “Non si può parlare di significati del testo a prescindere dalla collaborazione del lettore, pur con tutti i pericoli di deformazione che essa implica. Non c’è significato testuale senza lettura”.

 

Cosa succedeva? L’atto di leggere veniva sottoposto ad analisi. La mente del lettore e la sua attività cognitiva diventavano oggetto di valorizzazione teorica e di studio empirico, a partire dai movimenti oculari sulla pagina fino alla comprensione dei significati delle singole parole e del loro insieme. Si manifestava in questo anche una nuova ansia a proposito dell’essere umano che legge e della sua possibilità di leggere, una possibilità sempre più minacciata dall’ambiente.

 

Nel 1979 uno scrittore di successo, molto attento al suo pubblico e sempre animato dalla passione per la conquista di nuovi lettori, Italo Calvino, iniziava così il suo libro: “Stai per cominciare a leggere il nuovo romanzo Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino. Rilassati. Raccogliti. Allontana da te ogni altro pensiero. Lascia che il mondo che ti circonda sfumi nell’indistinto. La porta è meglio chiuderla; di là c’è sempre la televisione accesa. Dillo subito agli altri: ‘No, non voglio vedere la televisione! Non voglio essere disturbato!’. Forse non ti hanno sentito, con tutto quel chiasso; dillo più forte, grida...”.
Come al solito, Calvino sembra che scherzi ma teme che i suoi lettori vengano fuorviati, distratti e lo abbandonino. Quando un autore sofisticato e popolare come lui lancia l’allarme e sente un tale bisogno di autodifesa da rivolgersi al lettore di carta stampata perché non si lasci sedurre da altri mezzi di comunicazione, è chiaro che l’ambiente è avverso e sta minacciando la lettura. Che si legga un libro non è più previsto come un tempo neppure a casa propria, perché “di là c’è sempre la televisione accesa”. A quanto pare, il progresso tecnico delle comunicazioni di massa, avendo messo un televisore al centro della vita domestica, relega il lettore di libri in uno spazio marginale da presidiare con determinazione. Chi legge si oppone alle abitudini correnti. Deve combattere la sua battaglia quotidiana contro nuove lusinghe e tentazioni.

 

Non era così anche in passato? Forse. Solo che ora l’avversario della lettura è più insidioso e più seducente. E’ un veicolo di cultura più facile da usare, meno impegnativo e quindi più potente. Offre in forme nuove qualcosa di simile e di opposto a quello che danno i libri: evasione, parole, divertimento, storie, conoscenze, informazioni, idee. La pagina scritta, col suo nero su bianco, le sue righe stampate tutte uguali, risulta fisicamente, percettivamente più noiosa qualunque cosa comunichi. Il libro allontana dalla realtà fisica. La televisione offre presenze fisiche illusorie, ma efficacemente audiovisive.

 

Negli ultimi vent’anni si sono moltiplicate le scuole di scrittura. La voglia di scrivere ha impregnato la società come mai prima. Mentre il libro da leggere è in declino, trionfa il libro da scrivere, che tutti aspirano a scrivere. Alle origini di questo paradosso c’è “il pubblico della poesia” degli anni Settanta, quando si scoprì che a leggere poesie erano quasi soltanto coloro (moltissimi) che volevano soprattutto scriverle. Oggi, nonostante le lamentele dei molti autori inediti, quelli pubblicati dalle case editrici sono inverosimilmente aumentati. La critica letteraria è stremata dalla quantità di poeti e narratori in circolazione che si aspettano di essere recensiti, ammessi nelle storie letterarie, accolti nell’Eden di chi letterariamente esiste. Gli autori di romanzi sono diverse centinaia. I poeti vanno verso il migliaio. Se a coloro che hanno trovato un editore si aggiungono coloro che lo cercano, si può arrivare alla conclusione che non si legge perché chi potrebbe farlo è impegnato a scrivere.

 

Ma se non legge letteratura neppure chi la scrive, che fare? La prima cosa che viene in mente è che c’è bisogno di scuole di lettura. Questa seconda idea mi sembra più ragionevole, meno insana e più onesta della prima. Si può imparare a scrivere, ma nessuno può insegnare a diventare narratori o poeti. Prometterlo è seminare illusioni. Quanti romanzieri sono usciti dalla Scuola Holden di Baricco in vent’anni di attività? E’ meglio che crescano i lettori, senza i quali l’editoria langue.
C’è un bel racconto di Heinrich Böll in cui un anonimo lettore va a trovare uno scrittore famoso dimostrandogli non solo dedizione, ma anche una rara e intelligente discrezione. Non si è infatti presentato all’autore per proporgli, alla fine, il manoscritto di un proprio libro, ma solo perché lo ammira. A questo punto Böll attua il suo rovesciamento copernicano del rapporto. E’ lo scrittore a dire al lettore: “Lei è un genio!”.

 

Il mistero dei bestseller. Il lettore non professionale ha bisogno
di qualche criterio che lo orienti.
I libri che si vendono molto offrono una soluzione: la cosa che piace
a tutti, piacerà a me. Per questo
i bestseller crescono su se stessi, trasformandosi in un genere: quasi non-libri, ma talismani, simboli
di appartenenza

Ci vuole oggi genialità e originalità più per leggere che per scrivere. Ho conosciuto, conosco tre autori che avrebbero potuto scrivere i migliori romanzi italiani di fine Novecento e invece non l’hanno fatto: Raffaele La Capria, Cesare Garboli, Piergiorgio Bellocchio. Non l’hanno fatto perché sono stati eccellenti lettori di romanzi. Sapevano meglio degli altri che cos’è un romanzo e si sono guardati bene dallo scriverne uno che non fosse all’altezza anzitutto delle loro aspettative. L’autocritica è il sale e il lievito della letteratura. Quando manca, tutti scrivono libri che lasciano il tempo che trovano. Per leggere c’è bisogno di qualcosa che valga la pena di essere letto e che trasformi la pena in un piacere che non si dimentica facilmente. Gli autori mediocri e incapaci sono quelli incapaci di rileggersi. Non erano buoni lettori dei libri degli altri: come potevano essere buoni giudici di se stessi? Vogliono essere letti senza immaginare che cosa può provare un lettore a leggerli.

 

Non so se c’è da rallegrarsi o rattristarsi, ma stiamo entrando in una nuova epoca nella quale a essere pochi e geniali saranno più coloro che leggono libri che coloro che li scrivono. Per tenere lo sguardo fisso su una pagina stampata priva dell’appeal sonoro, cinetico e coloristico di uno schermo, per mantenere il cervello piacevolmente e proficuamente occupato a decifrare e riempire di senso dei minuscoli segni neri su carta, ci vorrà sempre più energia di carattere, capacità di interiorizzazione, immaginazione vivida e comprensione globale di un testo che può arrivare anche a diverse centinaia di pagine.

 

Sì, per continuare o cominciare a leggere libri ci vorrà del genio, poiché l’avversario con cui il libro compete è uno smartphone, un tablet, un computer portatile, strumenti e oggetti dotati di un magnetismo in parte ovvio (lì dentro ci si trova tutto senza sforzo) e in parte misterioso (si continua a manovrarli anche se non si cerca niente, per vedere che altro si può cercare).

 

Ci sono poi i bestseller con il loro mistero mai del tutto chiarito. La loro funzione rassicurante, una volta che il successo è raggiunto, diventa chiara. Dato che i libri pubblicati sono molti e anzi troppi, ecco che soprattutto il lettore non professionale ha bisogno di qualche criterio che lo orienti. I libri che si vendono molto, offrono una soluzione: la cosa che piace a tutti, piacerà anche a me. Per questo i bestseller crescono su se stessi, trasformandosi in un genere: quasi non-libri, ma talismani, oggetti magici, simboli di appartenenza. Il bestseller non ha bisogno di essere cercato, scoperto e scelto di persona. Risparmia la fatica e l’imbarazzo della scelta. E’ stato già trovato e scelto da altri, una massa di altri. E niente ha successo come il successo. Perché chi compra e legge un bestseller, dovunque e con chiunque si trovi, si sente a casa nel mondo. La funzione dei libri più venduti non è quella di orientare i non-lettori verso la lettura, ma quella di abituare a leggere altri libri della stessa categoria, la categoria più richiesta sul mercato.

 

Del resto, non si deve credere che nell’aristocrazia della cultura non succeda niente di simile. Se ai livelli bassi c’è chi osa leggere solo i premi Strega o Campiello, ai piani alti, nelle università, abitano tipi che si sentono importanti e al sicuro solo se studiano Shakespeare, o Dante, o Joyce, o Leopardi, Montale, Calvino, autori sui quali la bibliografia critica continua ad ammucchiarsi sebbene non ci sia più niente o quasi da dire. Anche in questo caso, non si cerca, ma si trova quello che è stato già trovato. Ci si potrebbe godere la semplice lettura dei grandi classici. No, invece. Si vuole essere interattivi e ci si scrive sopra l’ennesimo libro. Lo studioso è difficile che entri in una libreria e si perda a curiosare. Punta su valori consolidati e indiscutibili. Se si avventura nella letteratura contemporanea, succede il peggio: trova indiscutibili autori che non meriterebbero nemmeno di essere letti.

 

Strana esperienza fu un tempo l’esperienza di leggere. Ne parla un eminente critico-lettore come George Steiner nel saggio Una lettura ben fatta, scritto anch’esso nel 1978, che apre il volume Nessuna passione spenta. Steiner pensa in grande, spazia nei secoli e passa da Orazio a Mallarmé, da Coleridge a Flaubert, dalla Torah all’elegia di Auden in morte di W. B. Yeats. La critica sociale e culturale del presente succede che si nutra di nostalgie. Dire cultura vuol dire senso, cura e memoria del passato. E’ una delle diverse forme della religiosità umana, che va dal culto dei defunti allo sgomento di fronte all’indomabile potenza della Natura terrestre e cosmica.

 

Chi è cresciuto abituandosi ai libri, amandoli e conservandoli, non riesce a dimenticarli. Ma c’è anche chi, come Steven Spielberg, ha nostalgia anche di come si leggevano i giornali negli anni Settanta. In un’intervista di qualche giorno fa ha detto: “I giornali allora erano il mezzo di informazione per eccellenza. E’ un’epoca che per me rimane affascinante, quando sfogliare il giornale all’aperto era una lotta contro il vento, a casa i bambini ti strappavano le pagine, sul tavolo della colazione ci rovesciavi il caffè sopra. A me è rimasta tuttora questa relazione fisica col giornale di carta, è un fatto generazionale, un segno della mia età: preferisco stringere la verità in mano anziché lasciare che sia lei a guardare me da uno schermo”.
Non ci sarà nessun rogo dei libri. La carta stampata sarà, è già a metà incenerita dagli sguardi indifferenti con cui la guardiamo.

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