La bellezza dei libri può salvarci

Attraversando le parole di Serrano, Fusini, Pamuk, Canetti e Calvino, emerge una piacevole scoperta

Davide D'Alessandro

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La bellezza dei libri può salvarci

Foto tratta da wikimedia commons

Anche la bellezza dei libri può salvarci. Ne sa qualcosa Marcela Serrano che, all’inizio di Il tempo di Blanca, scrive: «Mia nonna mi insegnò a leggere. Mia nonna mi mostrò i libri e mi trasmise il suo amore per loro. Non ebbi scelta, fu la sua eredità. Mia nonna mi disse che con i libri non mi sarei mai sentita sola. Mi insegnò ad avere cura dei miei occhi fino a farmi sentire padrona del luogo più prezioso, più limpido. Mi spiegò che se mai mi fosse venuto meno l’udito, non sarebbe stata una grave perdita, tutto quello che valeva la pena ascoltare era già stato scritto e l’avrei potuto riscattare con gli occhi. Mi disse che se mi fosse mancata la voce, non sarebbe stata la fine del mondo. Avrei registrato i suoni dall’esterno senza restituirli e nessuno, tranne me, ne avrebbe sentito la mancanza. Le parole esistevano per essere plasmate: dalle mie orecchie quelle che erano già state concepite, dalle mie mani tutte quelle che potevo inventare. Poi, tralasciando eventuali carenze all’olfatto o al gusto, mia nonna mi disse che se mai fossi stata colpita dalla sordità o dal mutismo non mi sarei dovuta preoccupare perché l’unica, totale mutilazione era la cecità. Dovevo prendermi cura dei miei occhi. Solo con quelli avrei potuto leggere. Solo quelli mi avrebbero salvato dalla solitudine».

Di vita si muore. Lo spettacolo delle passioni nel teatro di Shakespeare è il libro che Nadia Fusini dedica all’insuperato genio drammatico. Scrive nel Prologo: «La parola “leggere” e la parola “libro” vengono da una stessa radice che allude all’atto del “legare”; non stupirà dunque che io abbia scelto la pratica filologica più semplice, elementare: quella di legare le parole di Shakespeare l’una all’altra, e ad altre parole prima e dopo di lui, aprendo così il linguaggio shakespeariano alla propria profondità, scoprendo nella lingua shakespeariana le fonti della sua medesima comprensione. In questo senso i veri esegeti, i veri ermeneuti sono i copisti, gli scribi, i redattori, che da feti spesso non del tutto formati hanno sviluppato creature armoniose (…). Per leggere Shakespeare serve poco o niente. Shakespeare lo si legge con Shakespeare, la conoscenza di Shakespeare è in Shakespeare. Come non c’è un pensiero di pensiero, così non c’è un’altra lingua in cui tradurlo. Oppure, all’opposto, tutto serve per leggere Shakespeare, perché c’è tutto in Shakespeare. Così, se risuonano altri nomi in questo libro non è per virtuosismo da erudito, né per vanagloria di pedante, ma perché certi pensieri per contatto si illuminano a vicenda. C’è Montaigne in Shakespeare, c’è già Cartesio, il quale, come si sa, viene dopo di lui. C’è Spinoza. C’è Hume. È da una piega del corpo di Shakespeare che nasce Beckett. Il quale oggi ci serve per tornare a lui, per comprenderlo meglio, più profondamente. La distanza dei secoli si brucia nell’istante della lettura e ci ritroviamo nella vastità indifferente del tempo, presi nel futuro anteriore, che è il tempo dell’immaginazione».

Orhan Pamuk vive per i romanzi, li legge da quarant’anni. Per il Nobel Letteratura 2006, «i romanzi sono seconde vite. Al pari dei sogni di cui parla il poeta francese Gérard de Nerval, rivelano i colori e la complessità della nostra vita e sono pieni di gente, facce e oggetti che ci sembra di riconoscere. Leggendo un romanzo, come nei sogni, accade a volte che la natura straordinaria degli avvenimenti ci colpisca con tale forza da farci dimenticare dove siamo, e con l’occhio della mente vediamo noi stessi fra le persone e i fatti immaginari di cui siamo spettatori. In tali occasioni ci sembra che quel mondo fittizio e godibile sia molto più reale di quello in cui viviamo. Che queste seconde vite ci appaiano più reali della realtà spesso significa che sostituiamo i romanzi alla realtà, o quantomeno li confondiamo con la vita reale. È un’illusione, un’ingenuità, di cui peraltro non ci rammarichiamo. Al contrario, proprio come con certi sogni, desideriamo che il romanzo non finisca e speriamo che quella seconda vita continui a evocare in noi un solido senso di realtà e autenticità. Malgrado ciò che sappiamo della fiction, se un’opera narrativa non alimenta l’illusione che si tratti di vita reale, proviamo disagio e irritazione».

Per Elias Canetti, «ci sono libri che si posseggono da vent’anni senza leggerli, che si tengono sempre vicini, che uno si porta con sé di città in città, di paese in paese, imballati con cura, anche se abbiamo pochissimo posto, e forse li sfogliamo al momento di toglierli dal baule; tuttavia ci guardiamo bene dal leggerne per intero anche una sola frase. Poi, dopo vent’anni, viene un momento in cui d’improvviso quasi per una fortissima coercizione, non si può fare a meno di leggere uno di questi libri d’un fiato, da capo a fondo: è come una rivelazione. Ora sappiamo perché lo abbiamo trattato con tante cerimonie. Doveva stare a lungo vicino a noi; doveva viaggiare; doveva occupare posto; doveva essere un peso; e adesso ha raggiunto lo scopo del suo viaggio, adesso si svela, adesso illumina i vent’anni trascorsi in cui è vissuto, muto, con noi. Non potrebbe dire tanto se per tutto quel tempo non fosse rimasto muto, e solo un idiota si azzarderebbe a credere che dentro ci siano state sempre le medesime cose».

Che cosa leggere? Per Italo Calvino non si può prescindere dai classici, ma «resta il fatto che il leggere i classici sembra in contraddizione col nostro ritmo di vita, che non conosce i tempi lunghi, il respiro dell’otium umanistico; e anche in contraddizione con l’eclettismo della nostra cultura che non saprebbe mai redigere un catalogo della classicità che fa al caso nostro. Erano le condizioni che si realizzavano in pieno per Leopardi, data la sua vita nel paterno ostello, il culto dell’antichità greca e latina e la formidabile biblioteca trasmessigli dal padre Monaldo, con annessa la letteratura italiana al completo, più la francese, a esclusione dei romanzi e in genere delle novità editoriali, relegate tutt’al più al margine, per conforto della sorella ("il tuo Stendhal" scriveva a Paolina). Anche le sue vivissime curiosità scientifiche e storiche, Giacomo le soddisfaceva su testi che non erano mai troppo up to date: i costumi degli uccelli in Buffon, le mummie di Federico Ruysch in Fontenelle, il viaggio di Colombo in Robertson. Oggi un’educazione classica come quella del giovane Leopardi è impensabile, e soprattutto la biblioteca del conte Monaldo è esplosa. I vecchi titoli sono stati decimati ma i nuovi sono moltiplicati proliferando in tutte le letterature e le culture moderne. Non resta che inventarci ognuno una biblioteca ideale dei nostri classici; e direi che essa dovrebbe comprendere per metà libri che abbiamo letto e che hanno contato per noi, e per metà libri che ci proponiamo di leggere e presupponiamo possano contare. Lasciando una sezione di posti vuoti per le sorprese, le scoperte occasionali. M’accorgo che Leopardi è il solo nome della letteratura italiana che ho citato. Effetto dell’esplosione della biblioteca. Ora dovrei riscrivere tutto l’articolo facendo risultare ben chiaro che i classici servono a capire chi siamo e dove siamo arrivati e perciò gli italiani sono indispensabili proprio per confrontarli agli stranieri, e gli stranieri sono indispensabili proprio per confrontarli agli italiani. Poi dovrei riscriverlo ancora una volta perché non si creda che i classici vanno letti perché "servono" a qualcosa. La sola ragione che si può addurre è che leggere i classici è meglio che non leggere i classici. E se qualcuno obietta che non val la pena di far tanta fatica, citerò Cioran (non un classico, almeno per ora, ma un pensatore contemporaneo che solo ora si comincia a tradurre in Italia): “Mentre veniva preparata la cicuta, Socrate stava imparando un’aria sul flauto. - A cosa ti servirà? gli fu chiesto -. “A sapere quest’aria prima di morire”».

Non è molto differente dalla risposta che un giovane universitario diede alla domanda di un professore di Ingegneria: «A che cosa ti servirà iscriverti a Filosofia? Non è funzionale». Senza alcun timore, gli diede una lezione: «Servirà a me, alla mia vita. Sarà funzionale a me». Alla tua vita da disoccupato, avrà pensato il professore.

 

Davide D'Alessandro

Davide D'Alessandro

Insegna Ermeneutica filosofica all'Università di Urbino Carlo Bo, PhD in Etica e filosofia politico-giuridica, saggista e consulente filosofico. Scrivo libri (i più recenti: Intervista a Machiavelli, con Antonio De Simone, e La vita del potere, Morlacchi Editore), scrivo sui libri, sui loro autori, per interpretare e trasformare. Filosofeggio dunque sono.

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