Libri senza padrone

Giuseppe Marcenaro

Che fine fanno le grandi biblioteche private, spesso senza eredi? Appunti di un bibliomane sul destino delle letture di una vita

Certo. Con l’invadente curiosità della casigliana del penultimo piano non fui affatto cortese. Anzi. Madama aveva compiuto da una quindicina di giorni il trasloco, insediandosi nell’appartamento al piano di sotto. Suonò allora alla porta di casa mia. Si profuse subito in un groviglio di scuse. Di complimenti. Dovevo perdonare la sua invadenza. Le avevano detto che possedevo una non piccola biblioteca privata. E lei avrebbe desiderato vederla. La sua curiosità era suscitata, disse, dalla sua inveterata passione di lettore. E soprattutto dal dispiacere di non aver mai posseduto una biblioteca propria. Libri di cui magari vantarsi. D’averne in comodo Si giustificò con un farfuglio di disavventure familiari.

 

Quando la faci entrare, i suoi occhi esplorarono ogni angolo degli scaffali che coprivano le pareti dal pavimento al soffitto. Praticamente in tutte le stanze. “Ma li ha letti tutti?”. E io: “Non credo, ma li conservo perché qualcuno me lo chieda. Mi chieda appunto se li ho letti tutti”. Presa da uno stupefatto furore non era riuscita a trattenersi davanti alla quantità di volumi che ramificavano tutta la casa.

 

La mia vita, credo da sempre, sia un sobrillo di specchi. Proiezioni che si sono fatte più forti e mutevoli con il progredire dell’età. A un certo punto mi sono reso conto che non doveva trattarsi né di un morbo pernicioso, né di un turbamento dell’anima. Semmai una metafora dentro a una metafora, dovuta alla forsennata passione di leggere vissuta in parallelo alla successione degli anni, dall’infanzia alla giovinezza e oltre. Fin qui.

 

Mi resi conto di non poter frapporre alcuna resistenza al progredire del tempo. Non mi restava che fuggire dentro ai libri

A un certo punto mi resi conto di far parte dell’ineffabilità del gran gioco universale, e di non poter frapporre alcuna resistenza al progredire del tempo. L’ostinato volgere dei giorni. Impossibile fermarsi a una certa età. E aver come “calendario” la progressione in crescita dei volumi. La biblioteca appunto. Non mi restava che fuggire dentro ai libri per vivere altri tempi, altri mondi, altre dimensioni. Una competizione tra me stesso e il mio doppio; come partecipare a una gara estraniante il cui palio era comunque angoscia e turbamento. Col timore, inoltre, che il trip dalla lettura potesse portare alla pazzia.

 

A quel punto un più di consolazione l’avevo trovata nel meraviglioso hidalgo don Chisciotte che, nella sua lucidità ombrata di follia, voleva mettere a posto le cose del mondo perché secondo lui non andavano. E per me, scoprirlo, divenne il controtipo dell’eroicità che avevo sognato sbirciando da ragazzetto l’anima di Pecos Bill, l’eroe fumetto che voleva far combaciare giustizia e onestà nelle praterie del West. L’hidalgo della Mancia si limitava ai mulini a vento. Mi spiaceva che l’adorato don Chisciotte, cavaliere dalla triste figura, nell’universo suo, fosse considerato, e anche da parte dei pochissimi che ammirandolo gli volevano bene, un tipo manicomiabile, da compatire appunto. Era stato uno che trabalzando da un libro all’altro aveva finito col dare i numeri proprio per l’eccesso delle letture. E quel che peggio si era impallato d’emulare, rivivendone atteggiamenti e situazioni, i personaggi che, incontrati nei libri, l’avevano catturato nelle loro spire. Il leggere, conclusi, avrebbe finito per rovinare anche me. Infatti pagina dopo pagina venivano sollecitandosi variabili immaginarie, inducendomi a vagheggiare su chi avrei voluto emulare di quella folla di buoni e perfidi, bellissimi o sciancati, amatori e ladri che ripullulavano nella mente sollecitati dall’insaziabile ingordigia dell’esplorazione dei libri. In più, leggendo, sentirmi indotto a cercare nel “mondo suppostamente reale” i controtipi e i caratteri di quanti guizzavano nelle pagine che mai mi sono stancato di esplorare. Vi sono stati dei giorni in cui ho rischiato punizioni fisiche da parte della gente di casa che minacciava turpi rappresaglie a causa del mio ostinato e impunito vizio. Non c’era attimo in cui non staccassi gli occhi da un libro. E mi trovai allora trasmutato in un David Copperfield con aguzzini sempre più somiglianti al sinistro e tirannico Creakle.

 

Ripensando oggi a quel che ero non riesco a immaginarmi se non sotto le spoglie di un personaggio amato. Erano loro, i personaggi, che sollecitavano in me fantasie e fremiti. Dalla gioventù golosa alla più “scandalosa” pubertà, lungo uno stanco pomeriggio, ero magari Tom Sawyer; e il mattino successivo vedevo gli insegnanti del cupo ginnasio gesuitico cui venivo avviato, sempre più somiglianti ai pirati del fiume. Con il loro ostinato inquadramento dei metodi volevano passabilmente depistarmi dai sognati miei modelli ideali. In realtà dovevo soltanto scegliere chi avessi voluto essere. Ho indossato l’invitta armatura di Achille, ho ambito alla bellezza di Paride, all’astuzia di Ulisse. Sono stato Ivanhoe, Phileas Fogg e il capitano Nemo, Sandokan, John Silver, Aladino, Aramis e D’Artagnan, George Duroy, Lord Jim, il principe Myskin, Raskol’nikov, Stavrogin, Andrei Bolkonskij, Tristram Shandy, Stephen Dedalus… Ho vissuto avventure e sono stato iniziato ai misteri.

 

 La collezione di opere giuridiche e di romanzi, rilegati ciascuno in pergamena, che l'avvocato siciliano mise insieme a metà Ottocento

Qualche volta ho desiderato essere uno scrittore per salvare un mio eroe dalla catastrofe e cambiare il corso della sua storia. Non potevo neppure lontanamente immaginare, in quella furiosa irrealizzabile aspirazione, in una prospettiva idealizzata e non scritta, di essere diventato io l’invenzione imprevista dello scrittore che volevo emulare per cambiare i connotati alla sua opera.

 

Ho aperto un vecchio libro, testimone silente e indifferente del tempo trascorso. Immobile e indisturbato, in biblioteca da almeno trent’anni. Le pagine di questo libro – non ha importanza svelarne autore e contenuto – recavano, di tratto in tratto, delle evidenziature. Determinate righe erano sottolineate da decisi segni di lapis. Ho pensato che l’antico lettore di quelle pagine avesse voluto rendere solenni dei momenti particolarmente significativi del testo. sovrapposto alla mia vita, affinché sopravvivessero nel tempo. Sono stato ovviamente attratto dalle righe sottolineate. Qualcosa che viene esaltato deve avere importanza. E l’evidenza in un libro vuol significare che quelle righe fatte emergere dalle altre hanno particolare senso, almeno per il lettore che le ha conclamate rimarcandole. E ho cominciato a scorrerle. Per l’antico lettore dovevano evocare alti momenti di somma e vibrante luminosità. E, con stupore, leggendo, mi sono chiesto chi fosse mai stato così insulso a distinguere dalle altre delle righe di nessuna lampante intelligenza. Ciò che risultava palesato con i tratti di lapis era di una ovvietà disarmante.

 

Se quelle righe erano evidenziate voleva dire che per qualcuno dovevano avere avuto un qualche valore, un senso. A me sconosciuto. A me stesso non posso tuttavia mentire. Inutile vada a cercare il colpevole, lo screanzato che, esaltandole, voleva trasformare delle facezie in somme verità. Sono sempre io. Cambiato. Un altro. E questo traslato che di volta in volta, nel mio giudizio, fa percepire me stesso a me stesso, a seconda delle situazioni e delle contingenze cronologiche, intelligente e stupido a un tempo, trova riscontro nelle sottolineature d’antan nei libri. E questo avviene anche con persone e personaggi. Non esiste un personaggio che sia modello per sempre. Sono i tempi della vita a determinarli.

 

Nell’età dei fremiti e delle idealità sono stato Julien Sorel. Nei momenti dei solenni dubbi ho indossato gli abiti di Ivan Karamazov; con l’occhio innamorato di Ismaele ho contemplare i mari, le furbizie, le ostinazioni e le perfidie dei tanti capitani Achab incontrati. Adesso, però, passati gli anni, dopo aver compiuto scorribande tra i libri e nella vita, in un tempo in cui una nevicata grigia sembra avvolgere come un sudario le aspirazioni nobili dei personaggi e degli uomini, ho trovato finalmente il mio ideale.

 

Come Bartleby, copista di atti giudiziari, cerco ancora tra i libri, ostinatamente e in silenzio il senso della lettura. Questa è l’immagine del mio personaggio raccontato da chissà quale ignoto scrittore. Non sono diventato nessuno degli eroi vagheggiati. Li ho vissuti. I tanti incontri, le tante storie e contrarietà, formandomi, deformandomi, plasmandomi, hanno prodotto ciò che sono diventato. Come Prospero potrei ricordare che siamo della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni. Con l’età ci sbiadiamo nelle decenze, talvolta ci trasformiamo in miserabili per ostentata rispettabilità e ci scopriamo disperati nelle nostre solitudini. Temperate talvolta dalla custodia di una biblioteca andata formandosi negli anni.

 

Ho indossato l'invitta armatura di Achille, ho ambito alla bellezza di Paride, all'astuzia di Ulisse. Sono stato Ivanhoe e Phileas Fogg

Proprio in quell’età di tempeste senza tuoni, per non ascoltare la mia sconosciuta e indominabile voce, trabalzante da una nota stridula a un tono afono, mi imponevo lunghi silenzi. Temevo lo spavento di me stesso mutato. Fu in quelle solitudini che iniziai a conoscere i padroni di un accumulo libresco, oggi accresciuto e da me orgogliosamente riconosciuto come la mia biblioteca. Negli oscuri recessi in cui stavo, figlio unico in una famiglia di adulti distratti, accecati dall’amore possessivo per un rampollo incapace di emettere urla d’aiuto affinché qualcuno lenisse i suoi inconfessati terrori, cominciai a farmi proteggere dalla complice ombra dei libri. Grazie al connivente intimismo della lettura, cominciai a comprendere il senso umanissimo e profondo di quel colloquio tutto particolare che è l’esplorazione di un libro; a provare l’orgogliosa arroganza per pagine talmente affini al mio modo di sentire da supporre fossero scritte soltanto per me. Riconosco nei libri il mio albero genealogico e venero gli antichi e sconosciuti padroni dei miei libri come i veri antenati. A loro mi rivolgo quando gli affanni della vita aggrediscono con agguati improvvisi. Gli antichi padroni dei miei libri sono gli angeli, i beati, i santi del mio universo terreno.

 

Ogni biblioteca ha una storia. La mia ha avuto, a pezzi e brani, proprietari diversi e differiti, persone di poco trescaggio con la storia ma che avevano saputo vedere nel libro un atto di fiducia nei confronti del futuro. I padroni della mia biblioteca, grazie ai libri, hanno incrociato i loro destini. C’è ancora tempo, ma verrà il momento in cui anch’io dovrò trasformarmi nel padrone occulto della biblioteca di qualcun altro, ignoto a me stesso. Davanti alla biblioteca non mi faccio ancora prendere dal panico, anche se talvolta sono assalito dallo sgomento. Ho la responsabilità di dare un destino ai libri della mia biblioteca. Mi piacerebbe sapere se il futuro padrone dei miei libri è già nato e se senza conoscere il suo destino cartaceo si sta preparando. Ci riconosceremo nel silenzio di un libro. Il medesimo silenzio che avevo scelto da ragazzo per timore della mia voce mutata.

 

Riconosco nei libri il mio albero genealogico e venero gli antichi e sconosciuti padroni dei miei libri come i veri antenati

Sorte volle che nel dì della “visita” della signora alla mia biblioteca, fossi scosso da una serie di fatti connessi al destino dei libri in generale. A chi affidarli, diciamo dopo. Passarli al forsennato collezionismo di un bibliofilo o alla cura di una biblioteca pubblica. Metterli nelle mani di mercanti. In quei giorni era venuta sui giornali la notizia che tre anziani signori, nelle terre occitane, avevano deciso di affidare a una fondazione bancaria le rispettive biblioteche affinché fossero salvaguardate e consentite in uso a futuri fruitori. I libri custoditi da qualcuso per tutta una vita dovevano sopravvivere. A questa condizione i libri avrebbero potuto continuare a svolgere la propria funzione. Ed era una notizia consolatoria di fronte a uno sfacelo che si stava compiendo, proprio in quei giorni, di una biblioteca appartenuta a uno di più importanti giornalisti del Novecento, la cui furia venata di cupidigia della nuora avviava a una vendita all’asta. E non erano soltanto libri dell’uomo che li aveva nobilitati con la propria professione, ma esaltatati nella loro storia perché appartenuti già dal Seicento a uno dei Senatori della Repubblica di Genova. Poi erano stati acquistati e custoditi dal nonno del giornalista. Con la loro presenza nella casa avita determinavano la grandezza di una famiglia. E di una città esaltavano la gloria di una comunità. Furibonda di denari la sciagurata erede fece scempio non soltanto della vita di chi aveva custodito quei libri, ma anche della realtà storica che quei volumi rappresentavano.

Fortuna vuole esistano altre venture. Connesse ai libri. Altre sensibilità. Appresi in quei medesimi giorni dell’esistenza di una splendida biblioteca privata conservata in Sicilia, a Ragusa. Non ho avuto il piacere di poterla contemplare. Mi è stata raccontata. Sono sicuro che ammirandola non mi sarebbe certo venuto voglia di chiedere all’attuale custode se avesse per caso letto tutti quei volumi. La biblioteca di Ragusa risale alla metà dell’Ottocento ed è costituita da una collezione di opere giuridiche, gli strumenti di lavoro dell’avvocato Giovanni Di Quattro, il fondatore della biblioteca, e da una non modesta quantità – si vagheggiano cinquecento volumi di letteratura di autori dell’Ottocento in prevalenza francesi, russi, italiani… l’universo immaginabile di un lettore che voglia vivere il proprio tempo contemplandolo e rendere omaggio ai letterati a lui coevi. Un uomo colto che scelse come propria biblioteca il senso della contemporaneità. Il proprio tempo attraverso il tempo dei propri libri. E ad essi dedicò superba attenzione facendoli rilegare ciascuno in pergamena, e fregiandoli non soltanto con ovviamente il nome dell’autore, con relativo titolo dell’opera, ma anche facendoli decorare al dorso con le proprie iniziali: G.D.Q. E va a gran merito a chi ancora oggi, per discendenza, vive l’orgoglio di quei volumi e li “racconta”. E mostra il rispetto secolare che all’ensemble è dovuto attraverso il testamento olografo dell’avvocato fondatore che ne è traccia, come ancora onorevolmente lo decantano gli eredi del sublime lettore che additava al figlio il rispetto per la carta stampata: “Alla cura meticolosa del mio Pietro raccomando i libri che mi sono stati compagni di conforto nei giorni solitari”.

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