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Leggere per raccontarla

Trucchi per sopravvivere in un mondo in cui la sovrabbondanza di testi e immagini ha anestetizzato l’esperienza. E rivela la progressiva impotenza della letteratura

6 Febbraio 2018 alle 15:50

Leggere per raccontarla

Nel 1991, Giuseppe Pontiggia pubblicò un dizionario satirico sui termini logorati dalla critica. Oggi, se c’è una parola che dovremmo pronunciare solo dopo aver contato fino a cento è “potente”. La troviamo ovunque, sparsa a piene mani soprattutto su romanzi che credono di affrontare a petto nudo il Male dostoevskiano perché raccontano (male) di mostri giudiziari o di sterminii, magari riecheggiando quel gergo corporale e pseudo-mistico che non manca mai sui palcoscenici del teatro sedicente di ricerca. In questi casi, l’abuso rivela subito il reale significato del termine: “potente” sta per “kitsch”. Ma questo kitsch rivela a sua volta la progressiva impotenza della letteratura. Più si esagera con l’enfasi – tra libri, fascette, festival e recensioni-spot – più è lecito sospettare che la percezione si stia ottundendo, e che il bondage verbale surroghi il piacere spontaneo di ficcare il naso in mezzo alle pagine. Meno si avverte questo piacere più si alza la voce, e in toni un po’ tribunizi un po’ pubblicitari si propone la lettura come un’esperienza estrema, straordinaria, imperdibile. Aumentano i prodotti dedicati a persuadere il pubblico che leggere è come fare sesso, sballarsi o accedere all’estasi. Alcuni sono utili e onorevoli: dopotutto l’arte e il suo insegnamento hanno davvero a che fare con la seduzione e l’eros. Resta che la tendenza è sintomatica. Scrittori di età e specie differenti, in volumi ognuno a suo modo meritevole di attenzione, provano a convincere una platea evidentemente sempre meno convinta che la letteratura è un eccezionale stimolante emotivo e un sostegno salvifico nella vita quotidiana. Il tutto, va da sé, con piglio libertario, esuberante o “umoristico con pathos”. Ora in libreria troviamo i tentativi di Montesano, Piperno, Di Paolo, e ancora quelli di Zaccuri e Piero Dorfles, ma anche di esperti che si concentrano su greci e latini.

 

Aumentano i prodotti dedicati a persuadere il pubblico che leggere è come fare sesso, sballarsi o accedere all’estasi. Alcuni sono utili e onorevoli: dopotutto l’arte e il suo insegnamento hanno davvero a che fare con la seduzione e l’eros

L’altra faccia della medaglia è l’incitamento alla scrittura. Non leggete? Leggete almeno quello che scrivete e che vi serve per scrivere, siate creativi. Crescono le scuole in cui si finge che le poetiche di determinati autori siano trasformabili in tecniche “oggettive”, anche perché spesso i docenti non saprebbero motivare le loro preferenze, e se ci provassero chissà a quali domande inquietanti andrebbero incontro (cos’è un canone, un gusto? che confini ha il racconto? e il romanzo?). Queste scuole, con il loro indotto, sono il Jobs Act di un precariato umanistico che sembra voler proteggere i lettori-scrittori dalle situazioni in cui più autenticamente s’incontra la letteratura: cioè nella solitudine, o in un dialogo il meno possibile orientato, “gratuito” e senza scopo. Molte delle letture migliori sono difficilmente socializzabili non perché esigano sdegnosi arrocchi in torri d’avorio marcite, ma al contrario perché frugano nelle esperienze comuni a innumerevoli individui che però la realtà sociale tende a rimuovere, perché parlano a tutti di ciò che collettivamente viene represso per imbarazzo e angoscia, o non trova nome. E infatti questo quid torna invisibile nelle occasioni “ufficiali”. Nei dibattiti e sulle pagine culturali, i libri sono addomesticati con disinvoltura. Prevale l’istinto di dire cose più estrose che vere, apparentemente eccentriche e di sicuro effetto, che dànno al pubblico l’impressione di condividere opinioni anticonformiste o squisite, ma che tengono a distanza l’inquietudine. Così il succo che si estrae da un libro non gli somiglia granché: lo riduce a un indice contenutistico o formale, a un rassicurante déjà-lu. Tra le poche situazioni in cui questo non avviene vanno ricordati i gruppi di lettura. Lì nessuno ha un’identità da difendere o un prodotto da promuovere, e tutti sono concentrati sull’oggetto: quindi possono lasciarsi andare a uno scambio di battute imprevedibile, e scoprire qualcosa di nuovo appunto perché accettano il rischio di smarrirsi.

 

Ma per credere che ciò che accade in un’anonima biblioteca sia più prezioso di iniziative assai più visibili e spendibili politicamente, occorre un’indipendenza di giudizio rara. Invece la “valorizzazione” di lettori e scrittori occupa la scena con un’autorappresentazione continua e magniloquente: testi, paratesti, tour, workshop, “patti per la lettura” promossi dagli assessorati… In Italia questo ramo di public relations ha per padrino Alessandro Baricco, divenuto celebre proprio mentre l’invito ostentatamente libertario e teneramente ruffiano alla lettura s’imponeva attraverso i libri di Pennac. Pochi mesi fa Baricco ha ricordato che non basta più essere scrittori “puri”, e che un’opera letteraria risulta ormai dall’assemblaggio di molti “gesti”, cioè attività. L’approccio non è nuovo. A partire dall’epoca dannunziana, ogni aumento della pervasività mediatica ha partorito letterati a due o tre teste: esteti, attori-tribuni, uomini d’azione e propaganda. Niente di male: ognuno ha le sue vocazioni. Ci sono scrittori che si perdono se non si appartano ad ascoltare l’io profondo, e altri che senza fare surf nel mare della vita pubblica non esisterebbero: ci sono, insomma, i Proust e gli Arbasino. Ma a Baricco non basta parlare per sé: vuole proporre un modello politico-culturale. E tolta l’euforia del manager, questo modello appare un po’ velleitario e malinconico, né tiene conto di come è cambiato il rapporto tra il lavoro letterario e il resto dell’esistenza lungo la parabola della modernità. La prima metà dell’Ottocento ha conosciuto formidabili scrittori intrattenitori e impresari (Balzac, Dickens) la cui opera sembra un prolungamento dell’energia vitale. Ma già nella seconda parte del secolo le attività sociali e artistiche iniziano a collidere: lo si vede bene in Verga e Proust, che compongono i loro capolavori quando smettono di voler dominare la realtà mondana con un gesto a sua volta mondano. Nel Novecento, vivere e scrivere diventano verbi nemici; solo che la tensione generata dal contrasto è quasi insostenibile, e così, mentre l’industria culturale avanza, la maggioranza dei letterati accetta un compromesso a metà strada. Poi, a fine anni Settanta, le aporie critiche sollevate dal XX secolo sono state rimosse, e la letteratura – in primis il romanzo – è rinata in una serra mediatica e autoparodica, trasformando le sigle novecentesche in loghi. Da allora, però, occupa sempre meno spazio. Ma quando una tradizione o un’arte perdono il loro peso sociale, capita che vengano utilizzate come decorazione e alibi. Oggi dei prodotti letterari si parla quasi sempre per ragioni estrinseche. E questo non riguarda solo le “start-up Baricco”, ma anche gli accademici che per ritagliarsi un ruolo mettono il cappello sulle tendenze egemoni, col patetico gesto snob di chi teme di sembrare un trombone highbrow e non si accorge di esserlo al quadrato. Alcuni, ad esempio, assimilano a Pasolini i pastoni sentimental-grandguignoleschi di certi romanzi-reportage che somigliano a comizi da talk-show o a serie tv spiegate a un cieco; e se qualcuno li critica, lo paragonano ai classicisti che all’alba della modernità non si accorsero di quant’era fertile Defoe. Ma il paragone non tiene. Perché allora la rivoluzione si svolgeva dentro la letteratura, mentre adesso sono gli altri media a risucchiarla; e soprattutto perché questi presunti barbari rifecondatori si rivelano degli inguaribili bellettristi: solo che il loro è il bellettrismo goffo di chi accumula stereotipi subdannunziani e confonde le potenzialità dei diversi mezzi di comunicazione.

 

In questi casi l’autore-personaggio che dovrebbe dare unità a testi approssimativi è appena un cartonato televisivo. Qui sta la debolezza della proposta di Baricco: a differenza di ciò che accadeva qualche epoca fa, oggi lo scrittore-attore resta il parente povero o velleitario di narratori ben altrimenti “potenti”. E la malinconia che ispira non dipende dalla spregiudicatezza autopromozionale. La malinconia viene quando in un ristorante semivuoto i cuochi buttano salse a casaccio nella pentola e gridano “che delizia!” sulla porta – quando per cattiva fede in ciò che si fa ci si copre con le vesti di una tradizione nobile ormai estranea al corpo che c’è sotto, e si svilisce a trucco ciò che esige di essere o assunto responsabilmente o responsabilmente abbandonato (ecco una definizione del kitsch, e del midcult). Ma tutto ciò, s’intende, è triste unicamente per chi ama la letteratura: una cosa di cui si può fare benissimo a meno, e che solo se vissuta con intensità, come qualunque altra passione, può aiutare a conoscere un po’ il mondo e sé stessi.

 

La prima metà dell’Ottocento ha conosciuto formidabili scrittori intrattenitori e impresari la cui opera sembra un prolungamento dell’energia vitale. Ma già nella seconda parte del secolo le attività sociali e artistiche iniziano a collidere

In sintesi, aumentano gli equivoci. L’organizzazione assorbe il dibattito critico, i testi si sciolgono nella retorica dello spettacolo, e questa retorica retroagisce sulle tendenze letterarie invitando a produrre opere che siano subito tutte socializzabili. Di qui la visibilità e l’aura d’essai sparse intorno a libri che anziché avere uno stile sono stilizzati, e che anziché circoscrivere un argomento sviluppato per reale urgenza isolano a freddo un Grande Tema Contemporaneo. Davanti a questo quadro, più s’invecchia più si scopre un’ovvietà che a vent’anni si pronunciava con leggerezza, perché una malintesa fiducia illuministica impediva di crederci davvero: se si è educati da un’editoria degradata o da una scuola che propone modelli esegetici soffocanti, e se tra queste due istituzioni manca un ambiente che metta in discussione la falsa oggettività dei loro canoni, allora la percezione si ottunde sul serio, e ravvivarla è quasi impossibile. Questa presa d’atto è resa inevitabile dalle conferme che offre ogni giorno il web. Con la loro socializzazione totale e istantanea di identità e mode, di azioni e reazioni, i social contribuiscono più che mai a “valorizzare” la stilizzazione, a veicolare il consenso o l’attenzione su ciò che è subito “condivisibile” o catalogabile. In più aprono squarci atroci sulla ricezione. Fino all’inizio del XXI secolo, chi pubblicava riceveva poche o molte reazioni, private o pubbliche, via carta, telefono, tv, pc; ma in ogni caso, in quel mondo rarefatto e pieno di “sensi unici”, difficilmente incontrava un Lettore Collettivo diverso da quello delle presentazioni. Ora invece il pubblicista può vedere subito gli effetti delle sue parole, o più spesso del loro fantasma, irradiarsi dai punti più impensati e intrecciarsi nelle bacheche. Se osservati in tempo reale su questa vasta scala, i fraintendimenti, le mistificazioni e i commenti autorizzati solo da una non-lettura costano un continuo stordimento. E la violenza, o l’arbitrarietà interpretativa sul piano “simbolico”, non sono il primo motivo di sconforto. I social rendono più pessimisti sulla comprensione letterale da parte di chi pure produce, e magari stampa per editori prestigiosi, le più arzigogolate riflessioni culturali. L’incomprensione dipenderà spesso da un pregiudizio così forte che induce a saltare le frasi o a giudicare i testi dai titoli; ma ormai chi può dirlo? Sul Foglio ho scritto di recente che uno dei temi più autentici di David Foster Wallace è il narcisismo. Ora, evidentemente sia il nome dell’autore sia il termine “narcisismo” somigliano per molti a drappi da corrida. “Narcisista DFW? Non è vero niente e poi come ti permetti, è un grande scrittore”: questi, per riassumere, i feedback più immediati. E io, col mio inutile maiuscolo fisso: “ho parlato di TEMA! TEMA, capito? Non PSICOLOGIA DELL’AUTORE; e ho scritto che è AUTENTICO, ok? Cioè ben RAPPRESENTATO”. Mi colpiscono anche i messaggi che mi arrivano a grappoli quando in un pezzo utilizzo libri recenti e molto sponsorizzati, ma che non mi convincono, come sintomi di qualche problema irrisolto delle nostre lettere. Siccome la polemica anche aspra si trova di solito all’interno di un discorso abbastanza articolato, gli autori di questi messaggi rimangono incerti: fiutano la possibilità di un match con ole e ultrà, ma sospettano di non avere inteso qualcosa. “Ah, l’hai stroncato?!”, scrivono con un tono a mezza via tra il bisogno di conferma e l’entusiasmo circense. Sembrano totalmente disinteressati agli argomenti. Ora, il gioco dei sì e dei no può essere divertente se lo si fa a tavola con amici o fidanzati; oppure se si è davanti a una popstar e si vogliono conoscere i suoi gusti su tutto, quindi anche, che so, su Philip Roth o Kundera. Ma queste persone non sono per me amici stretti né fidanzate; e io ho appena tredici lettori. Ammesso che articoli come i miei possano avere un interesse pubblico, dovrebbe consistere nel procedimento attraverso cui approdano a un giudizio, non nel pollice verso in sé. Ma appunto di vaffa grillini sono assetate queste tricoteuses informatico-letterarie. I loro “viva” e “muoia” si ripetono identici per qualunque libro; mentre la “stroncatura” ha senso solo se chi la scrive e chi la legge coglie un aspetto specifico, cioè sceglie e medita parole che non si possono ripetere uguali per altri autori “cattivi”, e che anzi potrebbero servire come base di definizione persino a chi di fronte allo stesso fenomeno trae conclusioni opposte. Questi “lettori” mostrano nella maniera più plateale quali sono i frutti di una scuola dove si studia ma non si legge. Altro esempio. I social invitano all’epigramma; e nella mia bolla di contatti iperistruiti, una delle reazioni più tipiche a un aforisma o a una strofa satirica è “che generalizzazione falsa!”. Come se la forma breve non fosse per natura molto più e meno di una generalizzazione. A volte ho scritto del rapporto pretestuoso che la più nota filosofia francese del secondo Novecento stabilisce tra le sue vertiginose inchieste sul rimosso della metafisica e le applicazioni “pratiche” di queste inchieste. Subito sono stato accusato di non distinguere Deleuze da Derrida o Foucault: come se trovare un comune denominatore significasse fare confusione. Cito queste reazioni perché il nostro sistema scolastico e culturale produce lettori inclini a comportarsi sempre come sotto interrogazione, ansiosi di mostrare al Grande Fratello docente che conoscono il tema nei dettagli, e pronti a sospettare che chi non li cita li ignori. Invece sono proprio loro a non distinguere i generi. Sembrano pensare che il solo testo argomentativo serio sia la tesi di laurea, e pretendono di ritrovarla specchiata nella tazza da tè di un distico baciato o di un corsivo. Chiedono a uno scoiattolo perché non rumina come una mucca; e il bello è che poi i loro corposi studi li hanno fatti magari su un frammentista.

 

Una scuola dove si studia ma non si legge. Il nostro sistema scolastico e culturale produce lettori inclini a comportarsi sempre come sotto interrogazione

Vista la situazione, quando ti dicono che hai scritto cose disgustose o che non capisci un cazzo quasi ti rilassi. Queste risposte sono sempre legittime, forse realistiche. Invece le non-letture dànno l’afasia, e una gran voglia di battere la testa contro la tastiera. Ma è presuntuoso pretendere che non ci siano. Il mondo è quello che è e i social insegnano l’umiltà. Insegnano, anche, che forse la lettura e la letteratura non finiscono con un botto ma con un piagnisteo astratto, una nebulosa di chiacchiere in espansione che ricorda l’entropia a cui negli anni Trenta altri filosofi francesi volevano porre rimedio restaurando il Sacro. Del resto questa entropia etico-estetica coincide con la vicenda stessa della modernità e delle sue appendici. Ai suoi albori Schiller ha fatto della sfera estetica il luogo in cui l’uomo ritrova l’integrità che l’esistenza borghese gli sottrae. Tra Otto e Novecento, la bolla dell’arte si è tanto più gonfiata quanto più si scindeva dalle reali possibilità di dare un senso alla vita sociale. Così è diventata una religione, inoperante come quelle ufficiali, e gestita da preti che presto hanno abbandonato le prediche sontuose e le severe musiche d’organo per i riassunti divulgativi e le canzoni con chitarra. In questa parabola si sono alternati moti di negazione e di euforia: la Poesia è nulla, la Poesia è tutto. Ma di rado si è dimostrata Qualcosa, perché il mondo non lo consente; semmai, nel XX secolo ha consentito l’estetizzazione della politica.

 

Più tardi, la massificazione e la mediatizzazione capillare hanno sottratto ogni carattere antagonistico alla cultura, ridotta a un patrimonio tutto presente e omogeneo, enorme bolo insapore da digerire nelle aule scolastiche. La sovrabbondanza di testi e immagini ha anestetizzato l’esperienza, e l’estetica è divenuta una polverina ubiqua e inconsistente, un cellophane dei consumi: l’ornamento da decenni è un delitto impunito. In questo processo la letteratura, che ha un linguaggio in condominio con quello di tutti i giorni, ha avuto un destino più equivoco di altre arti. La poesia è diventata un genere anacronistico e superentropico. Il cinema e poi le serie hanno eliminato almeno una delle ragioni per cui si leggeva narrativa, cioè il bisogno di avere una pietra di paragone con cui confrontare la propria esistenza. Così i romanzi si sono truccati da sistemi teorici, proprio mentre i libri di filosofia iniziavano a somigliare a feuilleton a dispense. E il saggio, capace a tratti di restituire realtà a un mondo inghiottito dall’immaginario, fatica a trovare quella “società stretta” e colta che è il suo interlocutore indispensabile.

 

Quasi tutti i generi moderni appaiono affetti da autofagia. Gli ultimi due secoli, fingendo di esaltare l’estetica, hanno fatto il deserto intorno ai suoi prodotti. Luigi Baldacci ha parlato di “tempo di proroga” per le arti, osservando che non ha senso allineare nella stessa storia Michelangelo e Ceroli, non per questioni di valore ma perché nelle comunità umane le rispettive opere non assolvono le stesse funzioni, e i moderni non confidano più di poter ricavare dalle loro un aumento di conoscenza.

 

Con i libri succede qualcosa di diverso ma di paragonabile. Spesso le persone fissano le pagine dei volumi subito avvolti nel loro mito pubblicitario come si fissa un’installazione. Procedono nella lettura per poter dire prima di tutto a sé stesse di aver compiuto una di quelle esperienze decisive che invece sono quasi scomparse, in tempi d’ipertrofia simbolica e di oppressione interpretativa che non aggiunge ma toglie senso alla vita quotidiana. Allo scrittore enfatico e vitalista, che ripropone il mito del capolavoro monumentale e parla dei libri come fossero bombe, corrisponde il lettore che dell’incontro con questo mito fa un baluardo identitario. Ultimo esempio. Scrivere romanzi ponderosi non è quasi mai necessario, ma presenta molti vantaggi. Anche se il libro è brutto, questo lettore paziente tende ad assuefarsi a poco a poco all’atmosfera, finché la stratificazione dei motivi non gli appare in qualche modo giustificata, e lo induce ad assumere verso l’intreccio l’atteggiamento che hanno gli storicisti davanti alla trama degli eventi reali più ingombranti. Inoltre, una volta che questo lettore ha resistito per seicento o mille pagine, è difficile che accetti di riconoscere la loro insulsaggine, perché allora dovrebbe riconoscere di avere buttato parecchie ore del suo tempo. Molto meglio far fruttare la fatica dichiarando agli amici che si tratta di un trip inimmaginabile: e così, vedendoli aprire il romanzo con un sospiro da gara subacquea, soddisfare anche le esigenze del sadismo.

 

Questo stoicismo della lettura è piuttosto comico in un’epoca in cui anche o forse soprattutto i pochi individui interessati alla cultura umanistica rivelano spesso un deficit di attenzione da iperattività, dato che aspirano a sorvolare simultaneamente qualunque tradizione, evento o tema. Se l’Ottocento è stato il secolo di Prometeo e il Novecento di Sisifo, il Duemila si dipana sotto il segno di una multitasking dea Kalì. Insofferente e suggestionabile, smemorata e tenera, spietata e terrorizzata dal rischio di restare indietro, la dea ha un bisogno insaziabile di intrattenere e di essere intrattenuta. Capita di leggere ad alta voce cose proprie e altrui a una delle sue incarnazioni più seducenti, in un bilocale profumato di cannella, mentre scuote il suo corpo da cerbiatta su un divano ed emette un prolungato “mmmmmmm” per chiedere più attenzioni, più sorprese, più teatro. Vorrebbe che tutto quello che si annoia a leggere da sola le venisse recitato in una performance senza fine di imitazioni, gesti e commenti spiritosi. Così, ecco che ci si ritrova a fare Baricco nel privé. Ma, mi sembra, per ragioni più nobili.

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