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Bunin è un regalo per noi lettori superstiti (ma forti)

"Il villaggio" è un capolavoro vero, dando alla parola capolavoro il significato etimologico e non quello da social

 

9 Febbraio 2020 alle 06:00

Bunin è un regalo per noi lettori superstiti (ma forti)

Vasilij Vasil'evic Kandinskij, prime sperimentazioni del 1908

Dato che – ormai è assodato – non legge più nessuno, dovrebbe aprirsi un’età dell’oro per il cosiddetto lettore forte. I nostri auspici per un disastroso ma felice anno nuovo? Le case editrici abbandonino ogni vano prurito mercantile di vasta portata e compongano i loro cataloghi pensando esclusivamente a noi sparuti residuali cui non dovrebbero far mancare considerazione e rispetto, noi creature implausibili e fedeli, maniaci sentimentali disposti all’esborso come nessun altro mai, che ancora non possiamo immaginare la nostra vita privata dello specchio della letteratura e che cerchiamo, anzi, esigiamo, grandi storie, grandi Maestri e grandi pagine.

 

Bene, premessa fatta. Ora mani avanti: doveroso riconoscimento e smisurata gratitudine alla casa editrice Corbaccio, che oltre ad averci proposto, negli anni, Louis-Ferdinand Céline quando non lo pubblicava nessuno, Thomas Mann quando lo si leggeva solo a scuola e Isaac Bashevis Singer quando non era un affare screziato dalle mucillaggini del mainstream, giusto un paio di mesi fa – precisamente a novembre 2019 – ha eroicamente riportato in libreria, ospitandolo nella collana Grandi Romanzi, un grandissimo romanzo che non veniva offerto da tempo alle zanne del lettore russofilo. Stiamo parlando de “Il villaggio” di Ivan Bunin, cioè dell’importantissimo romanzo d’esordio del primo scrittore russo a vincere il premio Nobel, una corda di poesia e una corda di prosa, l’autore più significativo della sua epoca e tra i più significativi in quelle successive, nato a Voronež nel 1870 e vissuto a cavallo dei due secoli lungo una decisiva linea d’ombra generazionale, nel periodo in cui smontava la vecchia guardia e, sotto l’egida di Gor’kij, prendeva la parola quella nuova.

 

Formatosi attraverso la lettura e la frequentazione di Anton Cechov (Adelphi ha pubblicato nel 2015 un suo piccolo libro molto bello dal titolo “A proposito di Cechov” che dovrebbe essere letto da tutti gli scrittori isterici, vittimisti e sbronzi di genialità autoattribuita; pardon, ho verificato: il libro non è piccolo in realtà, è il kindle che frega) e dalla meditazione delle pagine di Tolstoj e del modello del racconto turgeneviano, Ivan Bunin incarna il modello dello scrittore in perfetto equilibrio, implacabile e imparziale, che racconta perché il racconto è strumento spirituale e non solo descrittivo, ed è convinto che solo attraverso la narrazione è possibile comprendere l’animo umano. Bunin lo fa col calamaio sempre riccamente colmo: di pietas e di spietatezza, di simpatia e di ripulsa, di inevitabile rispecchiamento e di necessario distacco, perché la vera grande scrittura è autodialettica e l’imparzialità è essere leali con i propri impulsi come condizione per rispecchiare quelli altrui. Crebbe in una ricca ma decadente casa di campagna, “in un mare di maggesi, di erbe e di fiori”, e si portò sempre dentro un senso di ineluttabilità legato alla caduta della classe cui apparteneva, senso che seppe trasformare in una vera e propria visione del mondo, cioè nel racconto di una caducità più vasta e profondamente umana, riuscendo a scrivere, anche in questo strepitoso romanzo che è “Il villaggio” – la storia di due fratelli opposti che affondano nella fanghiglia di una provincia crudele mentre echi di rivoluzione bolscevica palpitano remotissimi – pagine di verità tolstoiana sulla natura umana, sul destino e sulla fatalità, affidandole a un maestoso flusso narrativo che segue i pensieri dei due protagonisti, i pensieri impervi e i pensieri orrendi, sullo sfondo vivo di una campagna che allontana da Dio e non avvicina a se stessi. I due fratelli Tikhon e Kuzma – il primo è un commerciante in crisi (splendide le pagine del giorno di fiera, con l’apice del vagabondaggio notturno in preda alle domande sulla propria esistenza) e il secondo è uno scrittore inespresso che regge il peso dell’inesprimibile – sono uniti dal disgusto per la propria vita e dall’impossibilità di liberarsene, ma divisi dalle differenti ambizioni e dalle differenti impotenze. Insomma, un capolavoro vero, dando alla parola capolavoro il significato etimologico e non quello da social.

 

(Solo una domanda all’editore: prima o poi riusciremo a pubblicare un grande romanzo russo con la copertina che si merita e non con le solite, insopportabili matrioske, qui peraltro frante e sgraffiate e odiosamente patinate? Certi dettagli non sono dettagli, ma segnali di una pigrizia inaccettabile soprattutto se contribuiscono a sprecare l’occasione di portare lettori a un romanzo classico tra i più belli letti da qualche anno a questa parte. Poi per carità, magari in Russia pubblicano Pirandello su copertina di mandolini).

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