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La verità, alla fine, è solo questione d’intensità

Sacks sa farci vedere che non c’è alcuna differenza tra le intuizioni sussurrate dalle Muse e il barbone che borbotta e dondola a un angolo della strada

26 Gennaio 2020 alle 06:15

La verità, alla fine, è solo questione d’intensità

"Il gorgo di salute e malattia", è il titolo d’un lungo e articolato poema di Mario Luzi, uno di quei mantra nei quali la poesia condensa un’intuizione più vasta di qualsiasi commento se ne sappia trarre. Sono parole che mi affiorano spesso alla coscienza, quando leggo Oliver Sacks. Tutte le opere del neurologo e psichiatra britannico sono percorse dal leitmotiv di un pensiero che si interroga su un altro pensiero, quello che affiora dalle finestre degli occhi di pazienti afflitti da psicosi, allucinazioni, sordità. “Il semplice fatto umano farà pensare sempre”, dichiarava Verga.

 

Anche l’ultimo volume ormai postumo, “Ogni cosa al suo posto” (Adelphi) è una raccolta di interventi, riflessioni e memorie ricca di saggezza, compassione, umorismo, eppure ciò non impedisce alla sua scrittura di turbarmi profondamente. Certamente è facile annuire quando Sacks mette in guardia dall’abbrutimento della dipendenza dalla tecnologia digitale, che ci trasforma in meri fasci di sensazioni, nella cinica definizione di Hume: “Come neurologo, ho visto molti pazienti resi amnesici dalla distruzione dei sistemi cerebrali preposti alla memoria e non posso fare a meno di credere che queste persone, avendo perso qualsiasi percezione d’un passato o d’un futuro, e prese nella trappola d’un fremito di sensazioni effimere e continuamente cangianti siano state in qualche modo ridotte da esseri umani a esseri humeani… Mi basta passeggiare lungo le strade del mio quartiere, il West Village, per vedere migliaia di queste disgraziate creature”. E’ persino semplice assentire sulle sue obiezioni alla cancellazione forzata dei manicomi – “non servivano chiusure a tappeto, ma misure correttive che affrontassero il sovraffollamento, la mancanza di personale, le negligenze e la brutalità. L’approccio chimico, benché necessario, non bastava. Dimenticammo, o forse pensammo di non poterceli più permettere, gli aspetti benefici degli asili: lo spazio, il senso di comunità, un luogo in cui lavorare e giocare” – o ai limiti degli attuali orizzonti terapeutici – “i farmaci antipsicotici che avevano aperto la porta a quest’ondata di destituzionalizzazione spesso si rivelavano meno miracolosi di quanto si fosse sperato inizialmente.

 

Potevano forse attenuare i sintomi positivi della malattia mentale, in altre parole le allucinazioni e i deliri della schizofrenia; tuttavia facevano poco per quelli negativi – l’apatia e la passività, la mancanza di motivazione e l’incapacità a interagire con gli altri – che spesso erano più invalidanti”. Ma che dire quando invece Sacks mostra che quanto consideriamo frutto e condizione del genio, dell’artista e del mistico religioso, non possiede semplicemente la medesima “tinta” ma risulta del tutto indistinguibile da ciò che normalmente vorremmo evitare, confinare, guarire, dagli stati comatosi alla schizofrenia? Le adolescenti bipolari sono straziate da un “leone dentro”, come i posseduti del Vangelo, ma ciò consente loro di scorgere tutti i fiori, letteralmente, travolte dalla stessa commozione che faceva cantare la Dickinson. E’ un tema antico e perenne, quello del rapporto tra genio e follia, che va dalle gocce di saggezza che Zeus fa piovere nel cuore insonne dei versi di Eschilo ai moti estatici degli epilettici in Dostoevskij, che per un istante sanno con assoluta radiante certezza che tutto andrà bene e che non si può fare altro che amare Dio e gli uomini. E’ così comodo, in un articolo di giornale o una tesina di maturità, citare la Bishop o Tasso e farne uno stereotipo rassicurante, da ammirare a distanza, da cui trarre piccole innocue dosi d’intensità.

 

Sacks sa invece farci vedere che non c’è alcuna differenza di grado tra le intuizioni sussurrate dalle Muse e il barbone che borbotta e dondola a un angolo della strada. Cosa ne facciamo dunque delle notti senza fine, delle ossessioni o di ciò che crediamo incredibilmente di scorgere per qualche medicina o nell’anestesia di un’operazione? “Non so di alcuna geometria del cuore / che sappia metterlo a nudo”, scriveva sempre Luzi. E’ così difficile restare nel grigio di questa nebbia. Uno dei grandi meriti di Sacks è proprio quello di mostrare come non ci sia alcuna barriera qualitativa tra ciò che comunemente riteniamo salute e malattia mentale, e che in fondo la verità è solo una questione di intensità, come radio il cui volume si alzi ancora. “Lo spazio è una bellezza che ha sposato un cieco. Il cieco è Libertà, o Tempo, e non si muove mai senza il suo grosso cane Morte”, scrisse Annie Dillard, ed è questo martellarci in ogni strazio, nei dolori che imprigionano, persino nei sogni d’amore e comprensione. Aveva ragione l’uccellino di T. S. Eliot nel trillare che “il genere umano non sa sopportare troppa realtà”, eppure alcuni tra noi quel cieco accompagnato dal cane non smettono mai di scorgerlo, o di avvertirne la stretta di mano. Possiamo solo provare a camminare sotto quest’unica comune bufera con più amore possibile. Il semplice fatto umano farà soffrire sempre.

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