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A trasformare “Piccole donne” in Piccole suffragette siamo stati noi, disgraziati

Il nuovo film di Greta Gerwig, il romanzo di Louisa May Alcott e il senso del nostro tempo per la letteratura

19 Gennaio 2020 alle 06:09

A trasformare “Piccole donne” in Piccole suffragette siamo stati noi, disgraziati

Roma. Hanno detto dalle Americhe che il “Piccole donne” di Greta Gerwig, il settimo adattamento cinematografico del romanzo di Louisa May Alcott che abbiamo letto tutte, amandolo da piccole e talvolta rinnegandolo da adulte, è il “Piccole donne” di una nuova era, ed è femminista, luminoso, speranzoso. L’originale, invece, era per loro decisamente imbarazzante, per via di quel lieto fine con matrimonio. Non che Gerwig lo abbia cambiato, ma lo ha reso più perdonabile esplicitando quello che Alcott non potè esplicitare, e cioè che il matrimonio di Jo, l’eroina principale, fu una scelta dell’editore (l’Ottocento era agli sgoccioli, il trionfo dell’amore vendeva ). Quasi tutte quelle che lo hanno scritto, da Caitlin Flanagan dell’Atlantic a Jessica Bennett del New York Times, hanno parlato del medesimo stupore: ci aspettavamo di annoiarci, magari emozionarci nei passaggi cult (il manoscritto nel fuoco, il boccolo bruciato) e poi innervosirci per via di Jo, che dopo tanto peregrinare e scrivere e brigare e dirsi indipendente, si innamora e si sposa, e per via delle sue sorelle unidimensionali, quelle ragazze ridotte ad archetipi (l’impegnata, la frivola, la svenevole, l’intensa). Invece, Greta Gerwig ha dato spessore a tutte, aggiungendo monologhi sul valore dei sogni, la consapevolezza di vivere in un mondo che alle donne affida un destino da “ornamenti della società”, e lo ha fatto basandosi anche sulle lettere di Alcott, fiera zitella con la faccia di bronzo, e quindi sulla sua vicenda biografica, quasi a volerla risarcire.

  

La correzione femminista non ha disturbato la critica statunitense, anzi. Qualche dissenso lo ha procurato il fatto che un’operazione come questa sia stata fatta su un libro per bianche, unitamente al fatto che i maschi non sono andati a vedere il film. Flanagan ha fatto notare che siamo messi molto male se crediamo ancora che per dar valore a un film ci debba essere un pubblico maschile ad amarlo. Dal canto nostro, il fatto che i ragazzi non leggano Alcott, Austen e le Brontë, ritendendole scrittrici per femmine, è un peccato perché, se lo facessero, imparerebbero a formulare battute astute, di quell’astuzia che piace alle ragazze e non ai tycoon, quell’astuzia che è anche una disperazione, e che si impara soltanto leggendo Austen, Alcott e le Brontë, e la cui mancanza rende un essere umano, specie se maschio, mortalmente noioso (notatelo: i ristoranti sono pieni di ragazze che sbadigliano tantissimo).

 

Da questa parte dell’oceano, qualche voce critica sull’operazione di Gerwin c’è stata. Su Linkiesta, Annalisa De Simone, scrittrice, ha ben smascherato tutte le forzature, ha parlato di un “classico trasformato in una parodia del femminismo”.

 

“Ogni riadattamento di ‘Piccole donne’ dà la misura di come un’epoca valuta la forza femminile”, ha scritto il New York Times. Purtroppo è vero. Ed è un tremendo sgarbo all’opera, alla sua autrice, forse anche a chi la riadatta. Nel dividerci tra la promozione e la bocciatura per la rielaborazione/esplicitazione femminista, abbiamo mancato il centro del romanzo di Alcott, che Gerwin ha reso, invero, molto efficacemente. “Piccole donne” è prima di ogni cosa un libro sulla letteratura e sui suoi superpoteri: allargare la vita, creare un mondo che non c’è ma che si può sentire, e che si fa sentire tanto da condizionare quello che c’è, far esistere le cose.

  

Nel finale di Gerwin la coazione alla rilevatura di Zeitgeist ci ha distratti dal rilevare il dialogo fondamentale tra Jo, l’impegnata, e Amy, la frivola. Jo teme che il suo libro non sarà apprezzato perché parla di vita domestica (Jo la pensa un po’ come Michela Murgia quando cerchiettava le firme delle prime pagine dei giornali per denunciare che erano tutte maschili: o scrivi di politica o sei irrilevante). Dice Jo: “Scrivere non aumenta il peso delle cose, ma lo riflette”. Amy le risponde: “No, scrivere dà peso alle cose”. E di tutti i tratti più o meno femministi che più o meno intenzionalmente Gerwin ha inserito nel suo riadattamento c’è che: ha affidato il senso di tutto al personaggio più frivolo. In questo è rimasta fedele ad Alcott, che fece di Amy la frivola la sorella forse più sfaccettato e sorprendente di tutte. Perché Amy era il contrario di Alcott.

 

Noi viviamo un tempo in cui la distanza tra un autore e la sua opera ci risulta insostenibile, incomprensibile. Non vogliamo che uno scrittore si sforzi di uscire da sé, né sappiamo rintracciare e leggere quello sforzo. Vogliamo che uno scrittore ci dica di sé, in un modo che ci dica di noi. La diversità del tempo di Alcott con il nostro sta tutta in una sua frase. Questa: “Ho attraversato molte difficoltà, per questo scrivo storie allegre”.

Simonetta Sciandivasci

Nata a Tricarico nel 1985 e cresciuta tra Matera e Ferrandina, ora vive a Roma, senza patente. Libri, uno: La Domenica Lasciami Sola (Baldini&Castoldi, 2014). Scrive su Il Foglio, Linkiesta, Rolling Stone, La Verità. È redattrice di Nuovi Argomenti.
Tanto vale vivere.

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