Piccole donne, e precipitare di nuovo laggiù, dove tutto ha inizio

Annalena Benini

Credevo che anche le storie infinite finissero, ma poi ho sbattuto contro una porta

La sera prima di restare sconvolta da Piccole donne ho detto a una mia amica: no, non ci vengo a vedere Piccole donne, e ti prego di non insistere.

 

Pensavo che anche una storia infinita a un certo punto finisce, e poi non sopporto quando trattano Amy come una sciocca. Mi sento decisamente oltre Piccole donne, ok l’ho amato tantissimo, l’ho riletto cento volte, ho visto i film, lo so a memoria, ma adesso basta dai, è passato un secolo. Le sorelle March sono sempre nel mio cuore, però il mondo va avanti, e comunque io non sono mai riuscita a convincere mia figlia a leggere un libro di Louisa May Alcott. Dice che è noioso, antico, e io l’ho accettato, ci ho perfino creduto. Poi però mi ha chiesto lei di andare al cinema a vedere Piccole donne, forse solo per i popcorn o per non studiare Scienze, e io ho detto subito sì, andiamo. Trafelata, nervosa, arrabbiata per qualcosa di importante che non ricordo, ma sicuramente avevo ragione, siamo arrivate davanti al cinema nel pieno di una predica (mia) e di un quasi addormentamento (suo). Dicevo: sbrigati, è tardi, il film sarà già cominciato, come sei lenta, e comunque i verbi di greco basta studiarli, non serve capirli. Parlavo in fretta, camminavo in fretta per arrivare in fretta alla biglietteria, finché ho sentito sbam sulla faccia. Mamma!, ha gridato lei, mentre due ragazze di fianco a me ridevano con le mani sulla bocca. Non ho visto la porta a vetri, cioè l’ho vista ma ho pensato che fosse aperta. O non ho proprio pensato. E poiché camminavo in fretta, ho sbattuto forte. La soluzione più veloce è stata mettermi una bottiglietta d’acqua fredda sulla faccia, e sederci, mia figlia improvvisamente allegrissima e io devastata, a vedere questo ennesimo Piccole donne. In ogni caso, peggio della facciata sulla porta non poteva essere.

 

Ora, non so dire se Piccole donne di Greta Gerwig sia un bel film, anche se penso di sì, penso che sia molto bello, ma non so dirlo seriamente perché ho pianto dalla prima inquadratura all’ultima, e non per il male alla faccia. Mi sono fermata giusto in un paio di scene di passaggio, quando Amy dipinge e quando Meg compra le stoffe, a riprendere fiato e a controllare che il mio naso non si fosse rotto contro il vetro, ma posso dire che dalle prime parole di Jo, che offre il suo racconto a un editore, io sono precipitata di nuovo laggiù, nella mia infanzia. O forse le ho detto addio: ho pianto sulla bambina che sono stata, su quel piacere travolgente di leggere la storia di quattro sorelle, ho pianto su quello che pensavo allora mentre mi sentivo a casa della famiglia March, vicino al fuoco acceso, a sperare per tutte loro, e per tutta me. 

 

Ecco le frasi che conoscevo, soprattutto una, sempre di Jo: “Che c’è che non va in me?”, ecco la bontà di Beth, il naso di Amy, il pianoforte del signor Lawrence, le pantofole ricamate, la colazione di Natale, il guanto, i riccioli bruciati, la vitalità, l’ambizione, il desiderio, la zia March, e non poter ballare alla festa perché si vedrebbe che il vestito è rammendato. Ecco la scarlattina, la febbre alta, le pezze sulla fronte, e quella madre sempre paziente, ecco Meg che dice a Jo: se i miei sogni sono diversi dai tuoi, non significa che siano meno importanti.

 

Mentre tutto tornava a galla in me, e mi accorgevo che non era cambiato molto, tranne che adesso seduta accanto avevo una tredicenne che ogni tanto si girava e mi fissava infastidita, ho capito due cose: 1) i nasi non si rompono facilmente, e il dolore passa in fretta se hai altro a cui pensare 2) le storie infinite durano per sempre, e hanno l’enorme potere di riportarti nel punto esatto in cui stavi la prima volta, la volta in cui le hai scoperte. In cui forse non capivi proprio tutto, ma lo sentivi. Mi sono ricordata che ero seduta su una seggiolina, allora, e poi su un tappeto. E’ un momento grandioso, il momento in cui tutto ha inizio.

 

Mia figlia, poi, mi ha detto che il film era molto bello e io molto imbarazzante. “Che c’è che non va in me?”, le ho risposto, felice.

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  • Annalena Benini
  • Annalena Benini, nata a Ferrara nel 1975, vive a Roma. Giornalista e scrittrice, è al Foglio dal 2001 e scrive di cultura, persone, storie. La rubrica di libri Lettere rubate esce ogni sabato, l’inserto Il Figlio esce ogni venerdì ed è anche un podcast. Ha scritto e condotto il programma tivù “Romanzo italiano” per Rai3. Il suo ultimo libro è “I racconti delle donne”. E’ sposata e ha due figli.