Lettere da Lesbo/1

Valentina Furlanetto

A Moria i bambini sono ancora felici, ma i padri hanno lo sguardo di chi ha perso troppo

È l’odore che conta. Quando devo scrivere o parlare di Moria, campo profughi di Lesbo, la mia frustrazione è che non ve lo posso far sentire. Di rifiuti, di esseri umani, di roghi, di terra. Cerco le parole giuste per descrivere il posto, raccolgo le storie, descrivo i particolari, ma poi – come diceva mia zia – è l’odore che conta.

 

E d’altra parte a Moria c’è un bagno ogni cento persone e una doccia ogni duecentotrenta, i rifiuti si accumulano al bordo dei sentieri di terra battuta che quando piove diventano fiumi e distribuiscono i liquami e il fango ovunque, le persone bruciano quel che trovano per scaldarsi, dormono affastellate su materassi sporchi, su coperte sporche, dentro tende umide, in container sovraffollati. Più di ventimila persone, per lo più afghani, iraniani e siriani, vivono così per mesi o anni. La metà sono bambini, e moltissimi sono i bambini che viaggiano da soli. E tuttavia a Lesbo, come in altri campi profughi, non sono i bambini e neppure le donne a colpirmi. A devastarmi sono i padri.

 

I bambini, certo, fanno tenerezza, la loro presenza in mezzo allo sporco e al degrado è angosciante, ma, diciamocelo, il bambino è il doping del reportage giornalistico, il bambino nel campo profughi è come il fritto a Masterchef: facile, furbo, piace a tutti. E poi, in realtà, che ci crediate o no – e voi non ci credete fino in fondo lo so – i bambini anche nei campi profughi sono felici. Ridono, corrono, giocano. Nei campi profughi c’è energia. È una energia che non si sente più alle nostre latitudini, vibra, pulsa, costantemente.

 

Certo mi colpiscono anche le donne, queste madri con i figli appesi, preoccupate di dare loro da mangiare, di cucire i vestiti, di procurarsi un materasso, vestite di stracci, ma con mascara e eyeliner, che chiacchierano fra loro, sedute fuori dai container o dalle tende al sole, elaborando strategie per la giornata. Mi ci identifico in queste donne, conosco quel misto di senso pratico e senso estetico. Ma alla fine sono i padri che mi trafiggono. I loro sguardi ombrosi, bassi, sfuggenti, preoccupati, umiliati. Lo sguardo della responsabilità, di chi sente il peso di aver trascinato la famiglia in un inferno quasi peggiore dell’inferno da cui vengono. A Moria manca tutto, manca l’acqua, manca l’elettricità, manca la scuola, manca il silenzio, manca l’intimità, manca la dignità. E tutto è impregnato di quell’odore, che è uguale a Moria come a Zaatari, a Idomeni, a Rosarno. L’odore che hanno i poveri.

 

E ora immaginate di avere sedici anni, immaginate di aver trascorso buona parte della vostra vita in Norvegia a mangiare pinnekjøtt e salmone affumicato anche se siete nate a Kabul, in Afghanistan. Immaginate di aver studiato nelle scuole ad Oslo e che il vostro cuore batta lì. Un giorno vi prendono e vi trasferiscono di nuovo a Kabul. Immaginate, insomma, di essere Fatima: “Quando siamo stati deportati in Afghanistan dalla Norvegia – dice proprio così ‘deportati’ – è stato terribile, ho dovuto lasciare i miei compagni di scuola e mi sono trovata a vivere in un paese estraneo, l’Afghanistan, che non conoscevo, dove c’erano continui attentati. Allora siamo ripartiti. Ma in Iran l’etnia a cui apparteniamo, gli hazara, è discriminata e abbiamo dovuto andarcene. Ma anche qui non vado a scuola. Ho interrotto i miei studi da tempo e ho paura di non riuscire a recuperare. Vorrei diventare medico, il mio sogno è tornare a vivere in Norvegia e specializzarmi in psicologia o ortopedia”.

 

La prima cosa che penso è perché diavolo una ragazzina voglia specializzarsi in ortopedia e psicologia. Ma poi mi ricordo di quante persone afghane traumatizzate psicologicamente e senza arti a causa degli attentati sono ospitate nei campi profughi e metto a fuoco la mia stupidità.

 

Nonostante il discorso di Re Harald V, un discorso toccante sulla diversità che il re norvegese tenne nel 2016, la Norvegia ha espulso tanti afghani in questi anni, considerando il paese un luogo sicuro. Oggi Fatima vive a Lesbo in un container con la famiglia: un fratello di 11 anni, uno di 5, la madre e il padre Abdul. Penso a Fatima tutta la notte. Penso a come mi ha cacciato gli occhi umidi in faccia interrogandomi, pretendendo una soluzione che non ho o che non sono in grado di trovare. Ma soprattutto penso a Abdul, suo padre, a quel suo viso largo, gentile, segnato dalla fatica. Mentre Fatima parla, è lo sguardo di suo padre Abdul che mi ferisce. Perché Fatima ha 16 anni, ha tutta la vita davanti, ce la farà in qualche modo. Invece Abdul sa che non ce l’ha fatta, che lui è solo una pedina in un Monopoli in cui tiri i dadi e se capiti nella casella sbagliata torni al punto di partenza, che per lui si chiama Kabul, per altri Damasco, Baghdad, Addis Abeba, Mogadiscio. Oppure finisci nella casella “campo profughi”, dove puoi restare per mesi o per anni, posti fatti apposta per non funzionare, nonostante tutti gli sforzi di chi ci lavora, fatti apposta per essere un limbo infinito e squallido che scoraggi chiunque voglia partire.

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