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La domanda che ci resta dopo l’indigesto Novecento

Indagare quale sia davvero il rapporto definitivo tra l’individuo e la Storia. Perché siamo sempre innocenti al cospetto dei ricordi, ma la vita non sono i ricordi, e la vita quasi mai la pensa così

5 Gennaio 2020 alle 06:04

La domanda che ci resta dopo l’indigesto Novecento

Dal romanzo "Il falcone maltese" di Dashiell Hammett, John Huston trasse il film "Il mistero del falco", capostipite del genere noir

"E così visse con me gli ultimi quattro anni della sua vita. Non fu sempre facile, certi momenti furono molto brutti, ma l’esserci incontrati tanti anni prima e aver rovinato molto e riparato poco e tuttavia aver retto insieme, era certo un piacere inesprimibile. Però a volte la nostra riservatezza mi irritava e, presentendo che la morte non era lontana, cercavo qualcosa che mi restasse. Così un giorno gli chiesi: ‘Siamo stati benissimo, insieme, vero Dash?’. Rispose: ‘Benissimo è una parola troppo grossa, per me. Diciamo che siamo stati meglio di tanti altri, non ti pare?’”.

 

L’uomo dallo spietato understatement sentimentale è Dashiell Hammett, autore de “Il falcone maltese” (da questo romanzo John Huston trasse il memorabile film “Il mistero del falco”, capostipite del genere noir ma – a torto, direi – ritenuto dallo scrittore Enrique Vila-Matas nel romanzo “Kassel non invita alla logica” un film mcguffin, cioè la più grande impostura di tutta la storia del cinema a causa di una certa, chiamiamola così, pretestuosità di fondo del suo elemento centrale; paradossale che lo sostenga proprio Enrique Vila-Matas, che del mcguffin ha fatto un codice narrativo colto ed esasperante allo stesso tempo). E autore anche di una manciata di classici quali “Piombo e sangue”, “Il bacio della violenza”, “La chiave di vetro”, “L’uomo ombra”, oltre che di una cinquantina di racconti di genere hard boiled quasi tutti pubblicati tra il 1922 e il 1934, e di quattro sceneggiature elaborate tra il 1936 e il 1943. Dashiell Hammet aveva abbandonato la scuola a tredici anni e dal 1915 al 1922, salvo un periodo di interruzione per la guerra cui prese parte come arruolato nel Motor Ambulance Corps guadagnandoci la tubercolosi, lavorò presso la Pinkerton National Detective Agency. Quindi fu presidente del Congresso sui diritti civili, soffrì le pene dell’inferno maccartista, conobbe il penitenziario federale e, infine, un lungo declino, prigioniero di un corpo debilitato dall’alcolismo e dalle malattie. Morì il 10 gennaio del 1961.

 

La donna dalla rosea iperbole sentimentale è invece Lilian Hellman, ambiziosa commediografa cresciuta a New York, battagliera e sempre mossa da vigorose passioni (talune sane come il teatro, talaltre insane come il comunismo), che nel 1934 affronterà nella pièce “The children’s hour” l’allora scabrosissimo tema dell’omosessualità femminile, battendosi sempre con generosità e un grano di fanatismo, e interrompendo un matrimonio proprio lo stesso anno in cui conoscerà Hammet, che non abbandonerà fino all’ultimo dei suoi giorni – suoi di Hammet, lei morirà nel giugno del 1984. “Pentimento” è la sua opera migliore perché la più ricca di sfumature, ibrido di chiaroscuri e di ricordi, capace di collocarsi tra il memoriale e la galleria di ritratti, sonata per un tempo irrimediabile e perduto sempre nutrita da un impietoso sguardo retrospettivo a una vita sfuggita che non ha contenuto tutto ciò che poteva contenere, ma alla fine va bene lo stesso, je ne regrette rien, men che meno – Hellman ce la racconta nel ritratto intitolato “Julia”, trasposto in un film splendido da Fred Zinnemann – l’amicizia femminile con la donna che poi sullo schermo sarà interpretata da Vanessa Redgrave, e che trascinerà Hellman in una serie di avventure e di finanziamenti clandestini alla resistenza antinazista a Vienna. Come tutte le storie d’amore (anche quelle platoniche, anche quelle d’amicizia) finirà tragicamente.

 

Le parole che la drammaturga avrà per Giulia, così come quelle per Hammet, ce la restituiscono fragile, perché sono le parole di una donna che era una ragazza e che non sapeva niente ma che, lentamente, ha saputo tutto, e tutto ha sofferto. “Ora che scrivo questi ricordi di Hammett è estate. Forse per questo quasi tutto quello che scrivo di lui ha a che vedere con l’estate.” Le parole di una scrittrice che sa che la penna cade di mano e lei non scriverà mai la biografia di Hammett che si era ripromessa (illusa?) non tanto di voler, ma di poter scrivere. Le parole di chi sa che non può riassumere un uomo, nemmeno le serate e i pomeriggi trascorsi in silenzio, ad amarsi o forse chissà, a stare l’uno accanto all’altro senza nulla da chiedere. La vita di una donna che pone l’unica domanda che ha ancora un senso, l’unica domanda ci resta, a livello narrativo, dopo tutto questo ingombrante, mostruoso, indigesto Novecento, su quale sia davvero il rapporto definitivo tra l’individuo e la Storia. Perché siamo sempre innocenti al cospetto dei ricordi, ma la vita non sono i ricordi – e la vita quasi mai la pensa così.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    05 Gennaio 2020 - 18:30

    Indagare quale sia davvero il rapporto definitivo tra l’individuo e la Storia. Perché siamo sempre innocenti al cospetto dei ricordi, ma la vita non sono i ricordi, e la vita quasi mai la pensa così” Bene. Nel periodo è insita la consapevolezza dell’inutilità di credere che possa esistere un rapporto “definitivo” tra individuo e Storia. A meno di non intendere per definitivo quello che implacabilmente è una costante variabile. Da cui non abbiamo imparato mai come liberarsi in modo netto e deciso dalle nostre pulsioni native. Si manifestano in mille modi diversi, ma sempre al sevizio dell’istinto di sopravvivenza. Comunque lo s’intenda e lo si compia e lo si egesizzi, il “dominus” è Lui. Aderendo all’assunto: “Tutto ciò che è reale è razionale”. Comunque s’interpreti la Realtà: Sostanza o Pensiero, la gabbia si chiude e noi ne restiamo prigionieri.

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