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Una fogliata di libri

Il filo rosso che sempre unì Maria Bellonci alla Storia

Piccole grandi rivoluzioni nel cuore del romanzo storico

15 Dicembre 2019 alle 06:00

Il filo rosso che sempre unì Maria Bellonci alla Storia

Elaborazione grafica di Enrico Cicchetti

“Quando uscii con ‘Lucrezia’ ero nettamente controcorrente. Allora la critica teneva in considerazione soltanto i giochi stilistici della ‘prosa d’arte’ e io invece raccontavo, in una prosa nutrita, storie di uomini e di donne nelle loro correlazioni interiori ed esteriori”.

  

In un’intervista del 1983 Maria Villavecchia in Bellonci – che sarebbe scomparsa di lì a tre anni senza poter ricordare la vittoria del suo “Rinascimento privato” al “suo” Premio Strega – dichiarava le difficoltà di scrittrice in un’epoca in cui, a parte la stampa di regime (“Lucrezia Borgia” è del 1939), la critica militante tendeva a concentrarsi su ben altre questioni, che nulla avevano a che fare con i tentativi di certe scrittrici di uscire dal mondo del romanzo d’appendice di fine Ottocento e primo Novecento. Maria Bellonci, in questo suo riuscitissimo tentativo, grazie al quale ci ha regalato romanzi come “I segreti dei Gonzaga” o i tre racconti raccolti in “Tu vipera gentile”, ha attuato nel cuore del romanzo storico delle piccole grandi rivoluzioni.

  

Il punto di partenza è la Storia. La Bellonci fu una documentarista scrupolosa e perspicace, sempre attenta, in merito all’impiego del materiale d’archivio e dei documenti artistici, a concretare una rigorosa selezione delle citazioni. Dalla suddetta selezione si sviluppa, di conseguenza, il profilo fotografico di tutti i personaggi che, proprio grazie a quest’opera di discriminazione, risaltano ancora di più e si staccano dallo “sfondo” – storico, sociale, paesaggistico – per diventare figure umane di notevole spessore psicologico. E’ così che si arriva alla prima dichiarazione di intenti da parte dell’autrice: Maria Bellonci è attratta tanto dalla Storia quanto dall’individuo, e non v’è un’intercapedine così profonda a dividere queste zone di interesse. Per la nostra, parte proprio da qui quello che Geno Pampaloni definì “il dialogo essenziale, profondo, impegnativo tra poeta e storia”, di evidente impronta manzoniana. Per meglio comprendere la letteratura della Bellonci occorre, in effetti, fare un passo indietro e tornare al Manzoni de “I Promessi sposi”.

  

De facto, Manzoni sostiene che lo storico è in grado di descrivere le vicende degli uomini nella loro veridicità effettiva, ma non può in alcun modo restituirci pensieri, discorsi e sentimenti che questi uomini hanno provato. Inevitabilmente, si sconfina nel territorio del poeta che lo storico, con i suoi strumenti, non è capace di sondare. L’opera della Bellonci si inserisce esattamente qui: con un ottimo dosaggio di tutti gli ingredienti del romanzo storico – senza squilibri né sbilanciamenti di alcun tipo – si è ritagliata il ruolo di storico-poeta e ha giocato le sue carte in modo mirabile. Basti pensare al suo capolavoro “Rinascimento privato”, quel che in apparenza si presenta come “l’autobiografia” di Isabella d’Este – voce narrante –, divenuta marchesa di Mantova dopo il matrimonio con Francesco Gonzaga. Lo scenario è ricchissimo, il racconto è gremito di personaggi famosi (da Leonardo a Raffaello, da Machiavelli a Pico della Mirandola) e si alternano senza sosta amori e congiure, rivalità e astuzie diplomatiche, dispacci urgenti e canzoni a ballo. Ma al centro del romanzo domina il personaggio Isabella, “estense selvaggia, cuore rapinoso”: Isabella mette in scena se stessa e la propria vita con il controcanto delle lettere di Robert de la Pole. Dunque, al fitto panorama storico si intreccia con grande naturalezza la prospettiva intima della marchesa e, non da ultimo, quella di Robert de la Pole, la seconda grande rivoluzione di questo romanzo. Già in “Delitto di Stato” (racconto poi inglobato in “Tu vipera gentile”) la Bellonci aveva messo in scena dei personaggi inventati come Tommaso Striggi e Paride Maffei; torna a farlo anche in “Rinascimento privato” proprio con de la Pole: non si limita a restituire al lettore figure vivide, colorate, creature rubate alla mummificazione dei documenti d’archivio, ma inventa anche dei soggetti con cui arricchisce l’avventura umana (oltre che storica) di cui si fa portavoce.

  

Maria Bellonci, allontanandosi da Manzoni in un processo che, partendo dalla materia storica, tende ad avvicinarsi sempre di più a quella romanzesca, mentre si concentra sulla psicologia dei protagonisti, riesce in un’impresa che ha quasi dell’incredibile, ben sintetizzata da Giacomo Debenedetti: “La Bellonci prende la storia che ha dietro le spalle e la proietta davanti a sé, trasforma il passato cognito in futuro incognito”.

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