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Città eterna

Un meraviglioso viaggio nella Roma del Seicento e il cammino di una donna libera, Plautilla

21 Dicembre 2019 alle 06:06

Città eterna

La balena di Santa Severa mi ha ossessionato per anni. Non so perché quella creatura spersa, fantastica e solitaria mi abbia turbato tanto. Carezzavo il dente ormai secco sullo scrittoio, e piangevo pensando alla regina del mare che si disfaceva sugli scogli. Mia madre mi prendeva in giro. Cuore mio, rideva, conserva le lacrime, che ti serviranno.

Melania Mazzucco, “L’architettrice” (Einaudi)

 

Melania Mazzucco si è immersa nella Roma del ’600, nelle strade fangose e nell’ambizione degli artisti, e si è trasformata, come sa fare lei da filologa, studiosa e romanziera, nella storia di Plautilla Briccia, Architettrice. La prima della storia moderna, che ha realizzato il suo sogno disegnando e progettando una villa delle delizie, sul colle che domina Roma. Una villa alta e stretta, che assomiglia a una nave, chiamata da tutti il Vascello. Una villa che nel 1849 è stata distrutta dai soldati francesi, ma nelle fondamenta, da qualche parte, c’è ancora la lamina di piombo con il nome di Plautilla, “architettura e pictura celebris”. Anche se era una donna, e una donna in quel secolo era destinata al silenzio. “Il mondo non è pronto per accettare che una donna costruisca la casa per un uomo”. Ma Plautilla era la figlia del Briccio, e il Briccio più di ogni cosa amava l’arte, e la curiosità, e gli orizzonti anche dove non si vedono: Plautilla era la sua figlia preferita, forse la figlia con un destino. La storia dell’Architettrice, dove tutto è vero perché è documentato, i nomi sono veri, le case sono vere, le opere sono vere, i quadri sono veri, e Roma è più vera del vero grazie al grande romanzo di Melania Mazzucco, è la storia di una vocazione. Plautilla consacra la sua lunga vita all’arte, nel secolo dell’arte, utilizzando e sacrificando tutto quello che ha. “Che vita speciale ti aspetta, piccolina”, le ha detto un giorno una zingara, un giorno in cui, bambina, era scappata ed era finita in un’osteria. “Tu avrai tutto quello che vuoi, tranne la cosa più importante. Ma se vorrai la cosa più importante, perderai tutto”. C’è la vocazione, e c’è la conquista, c’è il cammino faticoso ma anche esaltante di una donna che deve restare nell’ombra, ma emana troppa luce. E c’è il grande senso di possibilità di Roma, in cui bisogna impegnarsi prima di tutto a sopravvivere, perché si muore di continuo: si muore soprattutto in culla, si muore di parto o per i troppi parti, si muore di influenza, si muore nel sonno a vent’anni, si muore di povertà. Ma se si scansa la morte, e se si scansa anche l’assenza di libertà di una donna che non si sposerà mai, si possono fare grandi cose. Roma crede nel talento sopra ogni cosa, e a volte anche gli uomini ci credono, e gli uomini che Plautilla ha incontrato hanno creduto in lei perché lei lo voleva. “E io, chi ero? Una ragazzina silenziosa di dodici anni che non si accontentava di aspettare un marito non scelto da lei, e di non sapere nulla, non capire nulla, non contare nulla, essere una creatura anonima destinata a passare su questa terra come una farfalla, senza lasciarvi neanche un’impronta. Guardatemi, padre, volevo dirgli. Esisto”.

 

E’ magnifico il doppio piano temporale: il Seicento che si dispiega nella vita di Plautilla, sempre meno povera, sempre più sicura, sempre più sola, e il 1849, l’anno della distruzione, della morte del Vascello. “Una villa non è una persona. Non ha un’anima. Eppure la morte di un edificio antico, di un manufatto fabbricato dagli uomini, allude a tutto il resto. Lo incarna, lo rivela”. Plautilla, invece, noi la salutiamo mentre è ancora viva, e sola, e fiera, consapevole di avere dato a Roma tutto ciò che ha di prezioso. Melania Mazzucco ci offre un meraviglioso viaggio a Roma mentre ci offre il cammino di una donna libera: dentro questo libro c’è tutto.

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