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Catherine Lacey e il bisogno di categorie per sapere chi siamo

Un alieno a cui sussurrare segreti, il festival del Perdono e il nostro sbagliare che ci rende umani

11 Aprile 2020 alle 06:00

Catherine Lacey e il bisogno di categorie per sapere chi siamo

Che cos’erano gli umani? Che cos’era il mondo degli umani? – e se mai questa domanda fosse sorta nella mente di quell’essere futuro, sarebbe stato mai possibile catalogare e comprendere tutti i nostri dolori, tutte le nostre sofferenze? Le nostre definizioni? Il nostro bisogno di ordine? Veniva da chiedersi, allora, se tutti i problemi umani derivassero dai nostri corpi, quelle cose precarie, più deboli o più forti, più chiare o più scure, più alte o più basse. Perché ci creavano così tanti problemi? Perché li usavamo per metterci uno contro l’altro?

Catherine Lacey, “A me puoi dirlo”, (BigSur)


 

Avrei dovuto presentare questo romanzo a LibriCome, la bella festa dei libri di Roma, un mese fa. Catherine Lacey, nata nel Mississippi, sarebbe arrivata in Italia da New York, dove vive. Ha rinunciato al suo tour italiano, come tutti, e adesso sarà chiusa in casa e addolorata, e preoccupata, e impaurita, come noi. Io ho rinunciato alle domande che le avrei fatto su questo libro e sul suo mestiere di scrittrice, più volte inserita nelle liste degli under 35 più interessanti, più sorprendenti. Questo è il suo quarto romanzo, che ci chiede continuamente chi siamo, e come siamo, e perché abbiamo bisogno di categorie, di sesso razza religione, ma soprattutto categorie date dal corpo: sei un uomo, sei una donna? Panca, così soprannominato perché viene trovato su una panca di una chiesa in un paesino molto religioso, è un essere umano, è una persona. Forse ha quindici anni. Non risponde a (quasi) nessuna domanda. Non si spoglia, e così non si può decidere se è un maschio e una femmina. Non parla, non si può stabilire in che cosa crede, che cosa gli è successo. Però sa ascoltare, sa ascoltare molto bene.

 

La comunità decide di accogliere Panca, che cerca di esistere e basta, che non vuole rendere conto a nessuno. E così mette tutti in difficoltà, spiazza uno per uno gli abitanti del paese. Perché non hanno controllo su di lei, su di lui, non possono avere un giudizio preciso, non possono decidere chi hanno di fronte. E questo interessa agli esseri umani, nelle relazioni: credere di capire chi abbiamo di fronte. Inquadrare una persona in una categoria, e così sentirci rassicurati. Una categoria culturale, psicologica, sociale, ma prima di tutto fisica. E Panca sfugge. Allora succede una cosa straordinaria: le persone che indagano, ciascuna a proprio modo, su Panca, si aprono con lei. Le confessano segreti. Vanno oltre i convenevoli, entrano in intimità con questo extraterrestre silenzioso. Non significa forse fidarsi, questo? Anche se le fanno quella domanda violenta: che cosa sei? Vorrebbero saperlo, ma non saperlo li mette in una certa condizione di libertà: a te, straniero, dirò tutto, perché tu non mi giudicherai secondo le categorie degli altri miei simili. Che sono tutti presi dal festival della loro comunità, il festival del Perdono. Si borbottano i peccati, e i peccati vengono perdonati: una folla, tante voci tutte insieme, e frasi distinguibili che parlano di vanità, sesso, bugie, tradimento, avidità, vizio, invidia. Forse è questo che ci rende umani, tutto il nostro sbagliare? “La mia è incertezza. Ma il terreno non è incerto. La mia non è solitudine: io sono con il cielo e la terra e voi siete con un altro cielo, un’altra terra. E’ tutto nostro adesso? Il cielo è bagnato e certo e io taccio. Ci ritroveremo? La terra è muta. La mia incertezza continua. Il cielo tace. Non ci ha mai distinti l’uno dall’altro. Parliamo con aria presa in prestito. Sembra che il cielo sia azzurro e abbia una fine ma è solo un’impressione”.

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