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Essere padri secondo Michael Chabon

Lo si diventa, forse, allo stesso modo in cui si diventa scrittori: ascoltando

28 Dicembre 2019 alle 06:00

Essere padri secondo Michael Chabon

I bambini, disse l’illustre, sono notoriamente ladri di tempo. Poi c’era la questione del tema, dell’ambientazione, dell’esperienza; i libri erano creature fameliche, e a rimanere troppo a lungo in un posto solo, quelli avrebbero consumato tutto quanto c’era d’intorno, persone e cose. Viaggiare, quindi, era d’obbligo, e dovevo credergli sulla parola, dato che lui aveva compiuto uno studio attento: viaggiare con i bambini era la più gran rottura di palle del mondo.

Michael Chabon, “Imprevedibili sprazzi di paternità” (Rizzoli) 

 


Michael Chabon non ha seguito il consiglio di questo scrittore illustre incontrato a una festa, e non si trattava nemmeno di un consiglio ma l’enunciazione di una legge della vita: non fare figli. Non fare figli se vuoi scrivere bei libri. Michael Chabon ha quattro figli, ha vinto il Premio Pulitzer con “Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay”, e ha scritto spesso di paternità. Quella paternità californiana, seria e hippie insieme, alla ricerca della parità e del consenso. I figli sono figli, certo, e a differenza dei libri ricambiano il tuo amore, e ti perdonano le debolezze (se sono figli simpatici e non inflessibili), e continuano a stupirti, non smettono mai di farlo, ma soprattutto i figli per uno scrittore sono storie. Chabon si è messo in ascolto di queste storie, ha osservato i suoi figli perché questo uno scrittore sa fare: osservare, ascoltare. E ha raccolto queste osservazioni in un diario intimo che è anche universale. E così ecco il figlio minore, Abraham, e la sua passione per la moda e per i capi “bomba”: un paio di scarpe, una camicia Maison Margiela, l’esposizione quotidiana alle prese in giro e alle violenze verbali dei suoi compagni di scuola. Il padre non capiva il perché di questa ostinazione, di questa ricerca di eccentricità negli impulsi stilistici, questa ossessione. A uno sguardo superficiale, o anche di buon senso, Abraham voleva distinguersi dagli altri, essere anche dai fratelli di questa famiglia estrosa e numerosa. Ma il racconto (bellissimo) delle sfilate di Parigi, in cui Michael Chabon ricopre il ruolo di accompagnatore annoiato del figlio felice, svelano una realtà molto diversa: “In tutti quegli anni Abe si era vestito bene e si era creato uno stile non perché cercasse di essere diverso dagli altri. Lo aveva fatto nella speranza di attirare – da qualche parte, un giorno – l’attenzione di chi era uguale a lui. Non stava sventolando la sua bandiera da stravagante: stava lanciando un razzo segnaletico, in attesa di essere soccorso, di trovare compagnia nella solitudine della sua passione”. Padri si diventa, forse allo stesso modo in cui si diventa scrittori: osservando, ascoltando, sbagliando, prendendosi cura. Ci si mette di lato, rispetto alla madre, almeno all’inizio, e si guarda. Come uno scrittore si mette di lato e guarda il mondo. E se uno scrittore guarda il mondo con amore, con curiosità, con coraggio, quasi sicuramente scriverà libri migliori. E un uomo curioso sarà un padre migliore. Richard Yates aveva detto, più o meno: per ogni figlio fatto, si perde un libro. Ma si perde un bel libro o si perde un brutto libro? mi chiedo. Nel caso di un brutto libro, si potrebbe anche ringraziare questo figlio a cui follemente viene attribuita una tale responsabilità.

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