Le sardine irachene scendono in piazza a rischio della loro vita

Adriano Sofri

Il movimento alle prese con gli ultimi accadimenti che hanno sconvolto la regione

Scrivo, venerdì, troppo presto per sapere se ci sono state manifestazioni di protesta contro il regime a Baghdad e in altre città irachene, e che consistenza abbiano avuto. Non è facile figurarsi davvero in che condizioni si svolga il movimento di protesta, costato dallo scorso ottobre molte centinaia di morti e quasi ventimila feriti. In particolare, nel movimento iracheno che vive di passaparola e di messaggi di Telegram, la possibilità che emerga e duri una leadership fa i conti con una repressione che comprende, oltre agli arresti di massa e ai sequestri di persona, il ricorso vasto alle armi da fuoco, ai gas micidiali, e al tiro dei cecchini. Da quest’ultimo è derivato l’episodio più triste in una ribellione largamente inerme, un mese fa a Baghdad, nella piazza Wathba: un sedicenne è stato assalito da un gruppo di manifestanti, giovanissimi i più, pugnalato e ferito alla gola, spogliato ed esposto impiccato dai piedi a un palo del semaforo. Secondo i manifestanti, il ragazzo, drogato, sparava da un tetto e aveva ucciso due negozianti e quattro partecipanti alla dimostrazione. Secondo le autorità, il ragazzo aveva aperto il fuoco con una pistola, sparando in aria, dal tetto della sua casa, esasperato per le manifestazioni che si svolgevano davanti alla sua casa da giorni. Il linciaggio e l’esposizione del cadavere erano state subito deplorate dai manifestanti della vicina piazza Tahrir, che avevano rivendicato la propria nonviolenza. 

 

 

Giovedì, alla vigilia di un nuovo appello a manifestare, il primo dopo i giorni sospesi dal colpo contro Suleimani e i suoi strascichi, le milizie proiraniane e in particolare il portavoce di Moqtada al-Sadr avevano minacciato di farla finita col movimento se avesse osato inalberare le parole d’ordine della convocazione: “Non vogliamo le sanzioni economiche, non vogliamo i partiti del clero, i politici al soldo degli stranieri, non vogliamo una guerra per delega e non vogliamo le milizie. Chi ama questo paese si unisca a noi: vogliamo una patria”. E’ come immaginare un movimento di sardine che scendono in strada a rischio della vita. D’altra parte anche al movimento iracheno, nella gran maggioranza di giovani e giovanissimi e sciiti, non manca la leggerezza. Gira molto il video con l’intervista a un ragazzo manifestante di colore che alla domanda: “Per che cosa manifesti?”, risponde: “Voglio diventare bianco”. Tutto qui il tuo programma?, chiede l’intervistatore; non dovresti avere un programma, non vorresti impegnarti in politica, non so, diventare primo ministro? “No: io voglio diventare bianco. Il governo veda lui come fare, l’importante per me è che mi faccia diventare bianco, e fino ad allora non smetterò di battermi in strada”. 

 

 

Era appena avvenuta in Iran la sequenza rocambolesca, tragica e mostruosa: le decine di morti nella ressa dei funerali di Suleimani; i missili di rappresaglia lanciati con preavviso e accompagnati dalla fanfaronata degli 80 americani ammazzati; e l’aereo di linea ucraino probabilmente abbattuto. Una bancarotta colossale. Nel 1980 gli americani avevano progettato un’audace operazione di salvataggio degli ostaggi sequestrati nell’ambasciata americana a Teheran. Durante una manovra nel deserto iraniano, a Tabas, un elicottero urtò un C-130, ci furono 8 morti e più feriti, l’azione fallì rovinosamente e l’ayatollah Khomeyni proclamò la grandezza di Allah. Allah deve aver voltato la faccia dai fedeli iraniani questa volta.

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