Lavoriamo agili

Daniele Bonecchi

Milano sarà la capitale dello smart working e non deve perdere l’occasione digitale. Parla Del Conte

L’idea ingegnosa è quella di trasformare la fase 2 – dopo i mesi terribili dell’emergenza sanitaria – in un grande incubatore per sviluppare lo smart working. Ne parla col Foglio Maurizio Del Conte, già consulente per il lavoro del governo Renzi, professore associato di Diritto del lavoro all’Università Bocconi, scelto da Beppe Sala per guidare – col giuslavorista Pietro Ichino, Marco Leonardi e Valeria Sborlino – l’Afol (Agenzia per la formazione e l’orientamento al lavoro) dopo la brutta storia dell’inchiesta giudiziaria “mensa dei poveri”. Ma è davvero possibile trasformare l’emergenza sanitaria in una opportunità? “La pandemia sicuramente è stata una spinta al cambiamento nell’organizzazione del lavoro – spiega – perché il lavoro agile è stato sperimentato anche laddove non era mai entrato. Si è immaginata una remotizzazione del lavoro, una sostanziale disarticolazione del lavoro dallo spazio e dal tempo tradizionali”. Un laboratorio di tre mesi che oggi prova a rendere il lavoro agile sistematico. “Chi ha più competenze – soprattutto in funzione degli obiettivi e dei risultati – non può che trarne vantaggio. Perché si riducono una serie di vincoli legati al venire e tornare da casa all’ufficio, ai tempi morti che si accumulano durante una giornata. Diventa una sfida per tutti, oggi ci sono aziende che hanno scoperto questa opportunità, capendo che tante riunioni, tante trasferte si possono evitare. Il rischio è per quelle imprese che non sono attrezzate o che hanno un management dalla mentalità vecchia. Oggi l’organizzazione del lavoro non può più essere così”, insiste Del Conte. Sullo smart working è arrivata qualche puntualizzazione dal fronte sindacale, con Maurizio Landini, segretario della Cgil, che sostiene, “dopo questa esperienza dobbiamo porci il problema di fare in modo che nei nuovi contratti collettivi e aziendali ci siano elementi che permettano di affrontare i bisogni di chi lavora in smart working, e quindi discutere di termini come il diritto alla disconnessione e alla formazione.

 

Lo smart working per essere un’esperienza positiva e soddisfacente per le lavoratrici e i lavoratori va organizzato e contrattato con le organizzazioni sindacali”, dice il leader della Cgil. “Sono convinto – risponde Del Conte – che lo smart working vada regolato e che la contrattazione collettiva sia la sede migliore per questo. Vedo la volontà di non intervenire ulteriormente col mezzo legislativo, per non appesantire la normativa con vincoli imposti da una legge. Se questo è il senso è perfettamente in linea con lo strumento che ha carattere organizzativo e che è nella disponibilità delle parti sociali. Va privilegiata naturalmente la contrattazione di secondo livello, quella aziendale”. “Indietro in ogni caso non si torna e penso che proprio a Milano la quota di lavoro smart sarà superiore alle altre città. Milano è una città che si presta, perché ha il tessuto economico dei servizi ma anche una buona infrastruttura digitale”. La violenta crisi sanitaria che si è abbattuta anche sull’economia italiana e sui nostri territori, certo non può essere curata solo con la medicina del lavoro agile. Quali sono gli altri interventi per restituire centralità al lavoro? “Fino ad oggi c’è stato un grande impiego di risorse per tamponare la mancanza di reddito. Anche l’ultimo decreto mette i soldi laddove le risorse sono mancate per il blocco o la riduzione delle attività. Ma questa non è la cura – precisa Del Conte – è il farmaco che interviene sui sintomi. Per curare la malattia bisogna far ripartire l’economia e il lavoro. Ci sono due esigenze: non perdere il treno della trasformazione digitale, coi relativi investimenti infrastrutturali (banda larga compresa). Poi bisogna essere pronti col lavoro e con le competenze necessarie. Dunque con la formazione. Non possiamo diventare un paese moderno con le competenze del ’900. Auspicherei un grande piano di investimenti sulla formazione, serve un piano sulla formazione che si leghi alle infrastrutture”. Dunque il lavoro agile a Milano può essere una delle medicine per evitare la congestione e l’affollamento nelle ore di punta. E’ negli occhi di ognuno la folla che, sia sui treni regionali che in metropolitana, si accalca tra le 6 e le 9 del mattino, rischiando di riproporre i momenti più drammatici della pandemia. L’idea di poter rivoluzionare gli orari della città si deve misurare con abitudini e interessi consolidati. Il lavoro agile permette di evitare il congestionamento delle ore di punta ma è lontano dall’essere l’alternativa alla revisione degli orari della città. Già la città, col modello che da Expo in poi si è affermato, fino allo stop del lockdown. “C’è una componente del modello Milano che è andata in crisi, quella del turismo e dell’attrattività. Ma in fondo Milano, dalla crisi della pandemia, può trarre vantaggio, perché è più avanti nell’economia dei servizi, quelli che grazie al digitale le consentono di essere pronta a ripartire. Nel suo tessuto ha accumulato una grande capacità creativa. Il patrimonio di Milano è intellettuale: idee, creatività e innovazione. Il segreto sta nella capacità di attrarre investimenti proprio nella innovazione. Senza dimenticare la forza del sistema universitario. Milano dovrebbe diventare una piccola Israele, un centro in grado di favorire le start up, attrarre investimenti, gestendo la migliore capacità di concentrare idee e innovazione del paese. Questa è la sfida possibile, rispetto alla quale Milano, più di altre città, ha strumenti e competenze per vincerla. Non possiamo guardare al passato”, conclude Maurizio Del Conte.

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