La Sanità necessaria

Cristina Giudici

L’ex assessore leghista (ora renziano) Alessandro Cè spiega la sua riforma. Idee anche per Trivelli

Dopo la pandemia, bisogna pensare come ridefinire il sistema sanitario lombardo che è stato, se non travolto, messo a dura prova dall’emergenza Covid. Invece di aspettare o, peggio, desiderare che siano ancora una volta i magistrati a supplire alle mancanze della politica. E il nuovo direttore generale della Sanità in Regione Lombardia, Marco Trivelli, lo ha in parte annunciato, nelle prime interviste: bisogna formare una nuova alleanza fra medici ospedalieri e quelli di famiglia per gestire la convivenza con il virus (e il resto). “La Lombardia ha affrontato l’emergenza sanitaria, ora deve occuparsi dell’epidemia in ogni sua forma”, ha dichiarato al Corriere. Se davvero si vorrà gettare il cuore oltre all’ostacolo, sono molti i nodi cruciali da affrontare. Idee ne circolano, anche fuori dal governo regionale, e almeno una parte sembrano compatibili con le sue.

 

Come spiega al Foglio l’ex assessore leghista alla Sanità Alessandro Cè, diventato ora il riferente di Italia viva a Brescia sul tema della salute. E che ha scritto un documento, insieme ad altri medici (il Foglio lo ha visto in anteprima), per mettere nero su bianco cosa non si può più procrastinare. Nella riforma che lui ha in mente, non c’è spazio per un’altra drammatica sottovalutazione di un’epidemia. “Si impara al primo anno di qualsiasi corso per infermieri come dividere i percorsi ospedalieri ed evitare i contagi negli ospedali”, esordisce con veemenza l’ex assessore – che si dimise nel 2007 quando si tentò di far entrare i privati anche nella gestione del servizio di emergenza 118 – durante il mandato del Celeste. Poi successivamente, durante il mandato di Roberto Maroni, per lui è stato persino peggio: “E stata distrutto ogni rapporto fra il territorio e le ex Asl”, dice. Per Cè, approdato al partito di Matteo Renzi da pochi mesi, il decalogo delle cose da fare parte dai dati. “Il modello sanitario lombardo non è trasparente perché non fornisce pubblicamente i dati epidemiologici aggregati che permettano di valutare la qualità di ogni singola struttura ospedaliera. Bisogna spezzare il conflitto di interessi: l’Ats deve essere autonoma dalla Regione e non vincolata alle nomine politiche. Se non si vuole fare la separazione fra controllato e controllore, allora ben venga un organismo nazionale indipendente”. Tradotto: se non si spende in maniera appropriata il budget previsto e si privilegiano aree di intervento remunerative a discapito della medicina generale e d’urgenza, non si può essere preparati a nessuna epidemia e si creano buchi neri anche nella gestione ordinaria. “Tutti dicono che mancava il protocollo pandemico, ma è un alibi”, prosegue Cè, “tutti gli esperti di malattie infettive sanno come comportarsi davanti a un’epidemia, non hanno bisogno di un documento che glielo dica. E gli ospedali devono avere delle zone protette per gli infettati ed essere dotati di task force interne che si muovano attrezzate per evitare i contagi. Bisogna poter potenziare i servizi di emergenza-urgenza con piani funzionali e dettagliati per le grandi emergenze, rafforzare quella generale, creando diversi presidi sanitari sul territorio che facciano da filtro con le aziende ospedaliere con cui dialogare permanentemente e intervenire davanti alle urgenze. Potenziamento e riqualificazione della medicina territoriale servirebbero da filtro per il pronto soccorso e per ridurre i ricoveri ospedalieri”. Tradotto: con una buona pratica di medicina territoriale, davanti a un aumento anomalo di polmoniti si interviene prima di trovarsi nel mezzo di una tempesta in mare aperto con un gommone bucato.

 

Nel libro della sua riforma, l’ex assessore insiste: “Abbiamo bisogno di maggiore sorveglianza epidemiologica, medicina preventiva e territoriale ma non solo: non bastano le eccellenze specialistiche. Le unità di servizio di continuità assistenziale (ex guardie mediche) devono essere composte da medici e infermieri molto qualificati, se si vogliono salvare le vite delle persone”. Nel documento su un’ipotesi di riforma, l’ex assessore ha scritto: “Ci vogliono controlli sulla qualità, quantità, appropriatezza e congruenza delle cure (valutando anche l'incidenza di complicanze) e sugli esiti, re-ricoveri e mortalità da parte di un organismo Indipendente rispetto al livello regionale. Questo organismo deve essere indipendente rispetto alla politica, avere poteri sanzionatori e, nei casi più gravi, di commissariamento”. E così si torna, come nel gioco dell’oca, al punto iniziale del suo decalogo per la riforma: “Stop alle nomine clientelari e partitiche ad ogni livello funzionale. Valutazione oggettiva delle competenze e dei risultati dei dirigenti che non si possono fare di fronte all’opacità dei dati epidemiologici perché “la programmazione rigorosa si basa sui reali bisogni sanitari (non sulla moltiplicazione della domanda indotta da eccesso di offerta ) vanno desunti da una trasparente valutazione dei dati statistici aggregati dell’osservatorio epidemiologico regionale che registra la incidenza delle varie patologie nella popolazione”. Morale secondo Alessandro Cè: basta con la medicina difensiva, meno ricorso al privato, che poi arrivano le epidemie davanti alle quali siamo tutti uguali e nessuno ha santi in paradiso. Ecco perché per Cè, la riforma s’ha da fare.