Il mondo di domani

Carmelo Caruso

Appunti politici, economici e sociali sul dopo Covid raccolti da Alessandro Campi in un utile libro

Roma. E’ la migliore “dieta” per smaltire le tossine della banalità che si sono accumulate nell’emergenza, quelle scorie da divano sul mondo “migliore”, sull’uso “strepitoso della tecnologia”, sull’eccezionale “prova di altruismo”, paracetamolo per proteggerci dalla frustrazione. E dunque viene voglia di annuire con Alessandro Campi quando scrive nel suo Dopo – Come la pandemia può cambiare la politica, l’economia e la relazioni internazionali (Rubbettino), che “l’emergenza da Covid ha tutt’altro che stimolato la nostra capacità razionale” e che al suo posto è invece emerso “il magma irrazionale e pulsionale che ci portiamo dietro, stimolato ed eccitato anche da un isolamento domestico”. Anche se sembrano già lontani, e non siamo ancora entrati nella fase tre, Campi ricorda i giorni dell’imbarbarimento domiciliare (che non è solo italiano), la caccia al corridore, la delazione del vicino di casa così come il fantasma della fame che non è fame reale: non si è mai mangiato tanto come in questo periodo. L’approccio è naturalmente quello scientifico, si direbbe quello degli esperti (ma Campi è scettico e disincantato, mai sicuro. Non sono queste le qualità del vero esperto?) e il testo è un carciofo da cui si può prendere, a saltare, una foglia, uno dei molteplici saggi, senza che ne sia compromessa la lettura.

 

Del resto saltellano anche gli autori. Damiano Palano mette un piede in Ungheria e nelle Filippine dove la pandemia è servita come laboratorio per “pieni poteri”. Vola in Israele, e poi in Sud Africa e Perù dove il distanziamento sociale (e il suo rispetto) ha ampliato le competenze delle forze armate. Per carità, niente avvisi ciclostilati sull’imminenza di futuri colpi di stato e neppure appelli da filosofi spelacchiati, ma ragionarci, individuare le tendenze questo sì e viene fatto. La verità è che la pandemia, e ha ragione Sofia Ventura, è stata l’educazione sentimentale delle leadership e ci ha confermato quello che sapevamo, vale a dire che in Europa, al momento, ne rimane solo una. Risiede in Germania ed è quella di Angela Merkel. Qual è stato infatti l’atteggiamento dei leader di fronte al virus? Quasi tutti hanno sottovalutato, all’inizio, la gravità. Da Trump passando per Johnson a Macron fino a Conte. Ha predominato la superficialità. Ha vinto ancora la cancelliera perché – scrive Ventura – “si discosta dalla tendenza all’estrema personalizzazione e spettacolarizzazione della politica”. In Italia ne ha fatto le spese il parlamento superato dai dpcm e che per paura del contagio si è autoridotto (le prime settimane erano presenti solo parlamentari del Sud tanto da far dire a uno di loro “è il parlamento delle due Sicilie”). Mai come in questa occasione sarebbe servita l’utopia di Casaleggio (votare a distanza) ma, come si sa, qui gli informatici non vogliono collegare due server tra di loro, ma si credono investiti di autorità come Carl Schmitt. La reazione del Parlamento è stata “assai debole”, scrive il costituzionalista Francesco Clementi che ne lamenta giustamente la sua “quarantena”. Non poteva immaginare che la ripartenza sarebbe avvenuta con Riccardo Ricciardi, deputato M5s, in stato d’ebbrezza istituzionale; stato ben sintetizzato da Giancarlo Giorgetti: “Mi sembrava bombato”.

 

E di doping catastrofico ragiona Massimiliano Panarari il quale ricorda come da anni ci alleniamo a pensare la catastrofe. E’ diventata un campo di studi chiamato “collassologia”. Ma il virus ha lasciato disoccupati anche questi sceneggiatori dell’apocalisse. Gli unici che hanno ricevuto nuove commesse sono i complottisti, inseguiti dal bastone filosofico di Campi, quelli che “vedono nella corsa di stati, aziende, e centri di ricerca alla scoperta di un vaccino, un obiettivo per acquisire un potere globale per condizionare gli equilibri internazionali del futuro”. Siamo nella zona rossa dei “mattoidi”, pusher di pensieri infiammabili come il cherosene, paccottiglia, la definisce Campi, uno che coltiva l’isolamento dagli stolti.