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Senza Mia non è più domenica

Quelli che il calcio, il senso di colpa per il fru fru, le donne che cascano nel pozzo, come liberarsi dal desiderio di piacere a tutti senza reclamare il diritto a essere se stessi. Conversazione con Mia Ceran

24 Maggio 2020 alle 13:21

Senza Mia non è più domenica

Mia Ceran (foto LaPresse)

In quarantena non è stata domenica. Non c’erano le paste, le partite, l’ombra del lunedì in ufficio, Quelli che il calcio. A Mia Ceran, che lo ha condotto fino all’ultimo giorno prima del lockdown insieme a Luca e Paolo, vorrei cantare quella canzone di Cremonini che sappiamo tutti, quella su un amore finito, la marmellata, una Winston blu, che fa “da quando Senna non corre più, da quando Baggio non gioca più, da quando mi hai lasciato pure tu, non è più domenica”, ma evito, non vorrei illanguidirla, o sembrarle addirittura accusatoria.

 

Dev’essere stato complicato stare dall’altra parte, non poter più fare la domenica degli italiani, e deve essere ancora più complicato, adesso, non sapere quando si tornerà a farla, e come. Le domando se si è sentita utile, o inutile, o fuori posto, o senza posto; lei, proprio lei che è una tuttofare indefessa, e – odiamola un po’ – parla cinque lingue, lavora da quando aveva 19 anni, dipinge, cucina, usa il trapano, suona il pianoforte, fa giardinaggio, naturalmente sul balcone, e dice che “le piante sono una faccenda seria, profonda”, poi ride e dice persino “sono piene di metafore” e io mi convinco che non deve venirle bene almeno il giardinaggio, come alla maggior parte di noi, ma è brava a dissimulare.

 

“Ho pensato spesso, in queste domeniche, a quanto ho sbagliato a vestirmi da educanda, l’ultima volta che siamo andati in onda. Era l’8 marzo, la situazione in Lombardia era già tragica, e io avevo in camerino un vestito molto colorato per la diretta, ma alla fine ne ho scelto uno più sobrio, perché non volevo risultare disinteressata a quello che stava succedendo nel paese”.

 

E sì, il senso di colpa per il fru fru. “Ridere, tenere compagnia, fare i giullari e i buffoni è il nostro mestiere. E serve, eccome se serve, soprattutto in momenti come questo. Non è mai sbagliato farlo, non è mai un’offesa. Non ci hanno mai scritto tanti spettatori come nelle settimane di lockdown, ci chiedevano quando saremmo tornati, ci tenevano a farci sapere che sentivano la nostra mancanza. Un ragazzo che ha perso il papà per il Covid mi ha scritto che le domeniche in famiglia sono una delle cose più difficili da sopportare, e che lui avrebbe voluto che tornassimo in onda, anche perché suo padre ci guardava sempre. In quel momento ho capito che il nostro mestiere è utile”. Perché, altre volte hai vacillato?

“No, ma non sono mai rimasta indifferente al parlare e straparlare su giornali, intrattenimento, tv; su come sono, dovrebbero essere, a cosa servano, se servano ancora, se vadano ripensati. E se ho sempre creduto che servisse tutto, ora me ne sono convinta ancora di più”.

 

Nel servizio che ti ha dedicato Vanity Fair qualche mese fa, ti chiedevano come fosse possibile che sui tuoi social network non ci sono haters. Piaci a tutti? “Certo che no. Ma ho imparato a mantenere la giusta distanza dagli spettatori che tengono a dirmi che sono inadeguata, inopportuna, vestita male. Quando posso, mi prendo la briga di rispondere, ricordando che il telecomando è il loro scettro: siate re, cambiate canale!”.

 

Che invidiabile fermezza. O è saggezza? “Né l’una né l’altra. Per chi fa il mio mestiere, una parte dello stipendio viene generata dalla disponibilità di sottoporsi al giudizio altrui. Sottoporsi, non subirlo”.

Mica facile. “Però è doveroso. Non soffrire più del giudizio del pubblico non significa non ascoltarlo, ma riuscire a proporsi per ciò che si è, e prima ancora capire chi si è, cosa si vuole e si può offrire, cosa proprio non si può cambiare. È un processo di emancipazione lungo, difficile, alla mercé di chiunque, e certamente rallentato o accelerato dalla propria storia personale”.

 

Nel tuo caso cosa ti porti da casa, dal passato, dalla famiglia, freni o frizioni o ostacoli? “Sono stata cresciuta da una donna non dico all’antica, ma proprio antica, con un codice di comportamenti piuttosto rigido, un’idea molto precisa di giusto e sbagliato, una moralità solida. Sono andata via di casa molto presto, e ho cominciato subito a lavorare anche per emanciparmene. Non è stato semplice. A lungo ho cercato l’approvazione di mia madre. Mi sono accorta che, anche se il lavoro era il mio, era la sua fierezza che cercavo, e che continuare così non mi avrebbe mai permesso di fare un passo veramente mio. Con il pubblico è successo lo stesso. Poi a un certo punto si fiorisce e, quasi magicamente, si è. La mia storia familiare, allora, è stata sia un freno che un acceleratore, diciamo a fasi alterne”.

 

Sempre a fasi alterne, quando parla Mia Ceran ride e si fa seria. Non le spillo una cattiva parola neanche se m’impegno. A un certo punto dice “manigoldo”, e io ricordo che una volta l’ho vista in tv con il colletto, e ho pensato quelle cose che pensano le nonne: ma che ragazza a modo, quant’è perbene.

“Se per ragazza a modo intendiamo una che, per educazione, finisce con l’essere sempre accondiscendente, ho preso la giusta distanza anche da quello, quando ho capito che mi impediva di accettarmi, e rallentava quell’arrendersi a sé stessi che ritengo fondamentale nel mio lavoro e nelle relazioni con gli altri”.

 

Non sarai mica di quelle cultrici del diritto a essere sé stessi senza se e senza ma? “No. Ma a un certo punto devi farti una ragione di chi sei e di cosa puoi o non puoi diventare”.

Quando Giovanna Botteri è stata presa in giro per il suo abbigliamento essenziale e i capelli poco curati, non hai avuto mai il sospetto che una delle cose che non si possono più dire, e che forse è un peccato che non si possano più dire, è che lavorare con l’immagine significa anche attenersi a uno standard? “E’ innegabile che presentarsi in tv sia un fatto di statement. Giovanna Botteri lo ha così ben presente che ha scelto e studiato un’immagina precisa, che io amo molto, s’è creata una divisa, che è la sua ed è sempre la stessa da molti anni, ma è profondamente diversa da quella da chiunque altro. Del resto, non si può dire che la tv non offra una grande varietà di modelli e modi di essere”.

Alcune femministe non sarebbero d’accordo.

“Invece penso che da tempo ormai esistano figure televisive di enorme rilievo che hanno sradicato del tutto l’idea che le donne debbano essere delle bonone. Penso a Maria De Filippi e Lilli Gruber, che hanno scelto una propria immagine e lo hanno fatto da sole”.

 

Lavorare con Luca e Paolo com’è? Due maschi! “Mi fido ciecamente di loro. Sono arrivata in un matrimonio che durava da più di vent’anni, ho dovuto andarci piano. E poi le chiavi le hanno loro. Io ero un’aborigena, del linguaggio dell’intrattenimento sapevo pochissimo. Per questo, e per il fatto che siamo diventati molto amici, anche quando mi dicono di fare qualcosa che non mi convince pienamente, cedo”.

Maestri ne hai avuti? “No. Mai. E avrei voluto. Ho incontrato persone che mi hanno dato grandi occasioni, ma mai nessuno si è seduto accanto a me e mi ha detto: adesso ti insegno come si fa. Ho sempre rubato, spiando quelli più bravi, più esperti, più adulti”.

 

Questa fase chissà ti spaventa? “Io so soltanto che si muore un po’ per poter vivere. E che questo è il momento di assumersi qualche rischio e dominare sia la paura che gli slanci. Però ancora non riesco a uscire”.

Hai avuto paura? “Sì. E non per me, ma per gli altri. A un certo punto, nelle prime settimane di lockdown, intorno a casa mia ogni giorno arrivava un’ambulanza. È stato tremendo. La paura a un certo punto ci è stato imposto di averla, quasi fosse un dovere civico. In Svezia, quando hanno deciso di non entrare in lockdown, hanno fatto soprattutto questo: hanno cercato di non imporre il terrore come questione di stato”.

 

Il futuro ti angoscia? “No, sono persino ottimista. E lo sono proprio perché è molto probabile che avremo meno, perderemo tanto, dovremo impegnarci il doppio. Ho ascoltato il discorso che Obama ha fatto agli studenti americani neodiplomati: ha detto che le difficoltà che incontreranno faranno di loro una generazione migliore. Lo penso anche io. Non importa se sembra retorico e forse lo è, ma l’ho visto e sperimentato di persona: la parte più interessante e crudele della vita è quando la sorte ti fa uno sgarbo, quando il mondo ti si ritorce contro nella sua ingovernabilità”.

 

Però non è male neanche quando va tutto bene, via. O no? “No, certo. Ma poi penso che tanto cadrei lo stesso nel pozzo. Quando Natalia Ginzburg scrisse che tutte le donne, a un certo punto, cascano in un pozzo buio, aveva proprio ragione. Poi si risale e però capita pure che ci si ricaschi. È in quel cadere e ricadere che ci riconosciamo simili, è nel momento dell’ammissione della fragilità che diventiamo sorelle. Credo che la questione femminile stia tutta lì, in quel punto irriducibile. E mi interessa solo quello, non i quattro aperitivi e la vita senza impegni che ci hanno spacciato per libertà da Sex and The City in poi”.

 

La tua frivolezza  irriducibile? “La piega. Mai senza. Mai, neanche in quarantena. Ho imparato a farla da me, non me la sono cavata male”.

Simonetta Sciandivasci

Nata a Tricarico nel 1985 e cresciuta tra Matera e Ferrandina, ora vive a Roma, senza patente. Libri, uno: La Domenica Lasciami Sola (Baldini&Castoldi, 2014). Scrive su Il Foglio, Linkiesta, Rolling Stone, La Verità. È redattrice di Nuovi Argomenti.
Tanto vale vivere.

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