I rischi di un post-pandemia all'insegna della paura

Giovanni Liva e Cristiano Codagnone*

Il 42,8 per cento della popolazione in Italia, Spagna e Regno Unito sarebbe suscettibile a problemi di salute mentale come conseguenza dell’elevata vulnerabilità sociale ed economica. Uno studio di Open Evidence

Per affrontare la pandemia ci siamo chiusi in casa e abbiamo congelato le norme sociali basilari del vivere in comune. Se da un lato le misure adottate si sono rivelate efficaci nel contenere l’emergenza sanitaria, il coronavirus sta lasciando strascichi importanti su economia e salute mentale. Lo studio condotto da Open Evidence, in collaborazione con diverse università, è entrato (virtualmente) nelle case di italiani, spagnoli e britannici tra il 24 aprile e il 20 maggio per rilevare come sono variate le loro condizioni socioeconomiche e psicologiche e interpellarli sulle loro aspettative e paure per il futuro dopo il Covid-19. Questi temi hanno fino ad oggi ricevuto poca attenzione rispetto a quelli epidemiologici e clinici.

 

Il famoso dibattito sul dilemma «tutela della salute o tutela dell’economia» è rimasto offuscato dalla mancanza di analisi serie sugli effetti collaterali del lockdown sull’economia e sulla tenuta mentale degli individui. I nostri primi risultati ci suggeriscono che l’allarme lanciato dall’OMS è da prendere sul serio: una media del 42,8 per cento della popolazione nei tre paesi è a rischio di salute mentale come conseguenza dell’elevata vulnerabilità sociale ed economica. Infatti, mentre la vulgata annunciava che la malattia non fa distinzioni, il lockdown ha sovraesposto le fasce vulnerabili che hanno dovuto vivere in meno spazio e con più preoccupazione per il lavoro. Apprendiamo dai dati, infatti, che depressione, ansietà e stress psicologico sono chiaramente legati ad alcuni fattori di vulnerabilità. Ma adesso che tutti i paesi europei si apprestando a ripartire, cosa ci dobbiamo aspettare dopo la pandemia? Come ci immaginiamo il futuro, e come possiamo pianificare?

 

Il futuro prossimo che ci aspetta è un percorso di costruzione collettiva dove le famiglie, le imprese e le istituzioni dovranno prendere decisioni cruciali. Ma la crisi ci ha posto di fronte a una forte incertezza. Una questione difficile e pericolosa che rischia di logorare l’anima di un paese che deve ripartire. Le aspettative sostengono i meccanismi di coordinamento delle nostre economie. Siamo disposti a scommettere sul futuro e investire, comprare casa, cambiare lavoro, fare impresa? I segnali che emergono dallo studio condotto nei tre paesi europei più colpiti dal virus non sono incoraggianti. Infatti, una media del 39% del nostro campione crede che ci vorranno tra i sei e dodici mesi per tornare alla normalità. Mentre il 39% crede che sia necessario addirittura più di un anno (32% Italia, 41% Spagna, 41% UK). E come saranno questi mesi che ci aspettano?

 

Le aspettative per il dopo-crisi sono fortemente influenzate anche dalle emozioni e in particolare dalla paura. Secondo i nostri dati, circa il 90% della popolazione nei tre paesi ritiene probabile una depressione economica in arrivo. E se il 2020 non è stato un anno fortunato, il 46% degli italiani si aspetta che il 2021 sarà anche peggiore. La crisi che i cittadini si aspettano non è soltanto di natura economica, perché questo periodo eccezionale rischia di portare con sé strascichi importanti anche sul piano delle libertà personali, calpestate in nome della salute collettiva. Tornerà tutto come prima? Secondo il 54% degli italiani la risposta è negativa: ritiene probabile che dovremo sopportare una riduzione permanente ai nostri diritti e alle nostre libertà (il 63% degli spagnoli e il 50% dei britannici la pensano allo stesso modo).

 

La paura e l’incertezza sono delle pessime compagne, peggiorano la nostra capacità di ragionare e di fare scelte razionali. Ma questa ondata di pessimismo verso il futuro rischia di tradursi in una bomba sociale e va affrontata con urgenza e coraggio. Si alza forte questa richiesta da parte dei cittadini dei tre paesi, come confermano i risultati del nostro studio. Secondo il 65% degli italiani il compito urgente del governo è ridurre l’incertezza e fornire un piano chiaro di uscita dalla crisi (73% nel Regno Unito, 72% in Spagna).

 

Alcuni segnali positivi stanno arrivando, anche se è ancora presto per sentirne gli effetti. Come ha voluto rimarcare Il Foglio, ci sono diverse ragioni per non essere pessimisti verso il futuro ed è sicuramente utile non nasconderle. I risultati preoccupanti dello studio dovrebbero spronare la politica e la società a continuare negli sforzi compiuti: è tempo di ridurre il quadro di incertezza, i nostri governi devono ristabilire fiducia e speranza con serietà. Abbiamo bisogno, oltre che di adeguate misure di politica fiscale, di una leadership in grado di scuotere le menti e i cuori per farci ripartire.

 

Giovanni Liva è ricercatore presso Open Evidence, dove studia gli impatti socioeconomici e comportamentali delle politiche pubbliche per la Commissione Europea. Ha ottenuto un Master in Philosophy and Public Policy presso la London School of Economics. 

 

Cristiano Codagnone è ricercatore di sociologia all’Università di Milano e professore alla Universitat Oberta de Catalunya (UOC). Ha lavorato al Joint Research Center della Commissione Europea. Co-fondatore e direttore di Open Evidence, si occupa di ricerca economica, sociale e comportamentale a sostegno di politiche pubbliche. Ha conseguito un Phd in sociologia presso la New York University.