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Chi porta i pantaloni

Ventuno nomi per tre nomine. I candidati e i "vorrei ma non (so se) posso" che potrebbero prendere il posto di Juncker, Tusk e Mogherini. Voglia di Eurovision, l'ultimo vertice, un malinteso e poi: sposiamoci in Danimarca

9 Maggio 2019 alle 18:40

"Walk on, walk on
With hope in your heart
And you'll never walk alone"

Gerry and the Pacemakers, "You'll never walk alone"

9 maggio 2019

Finalmente si canta!

Questa settimana, oltre a preparaci all'ultimo vertice europeo di questa legislatura, ci prepariamo anche all'Eurovision, che quest'anno si tiene a Tel Aviv (ve ne sarete accorti).

 

Per orientarci abbiamo chattato con Marta Cagnola, che "fa, con successo, la ballerina alla radio", Radio24 per la precisione, e che le sa tutte.

 

Che effetto fa per noi fan dell'Eurovision l'appuntamento in Israele?

Non è un evento politico, ma come accade con lo sport ogni motivo è buono per fare anche lo Stato dell'Unione. A proposito: il conflitto ucraino-russo si è risolto?

E i Visegrád sono forti?

C'è una relazione tra cantante, canzone e il paese d'origine? Mahmood dice molto dell'Italia. Le matrone polacche dicono molto della Polonia. E' vero o è la classica interpretazione di chi canta poco e analizza troppo?

La canzone di cui parla Marta è questa.

Ma la canzone più europeista qual è?

(Fa un veloce consulto tra fan)

Ci sono paesi che vorrebbero tanto partecipare all'Eurovision e ancora non ci sono riusciti?

Il tuo podio, vai

Santo cielo, i complottisti dell'Eurovision pure.

E di Mahmood che dici?

Un'ultima cosa.

Anfield, martedì sera, quando il Liverpool ha battuto il Barcellona, e ha conquistato la finale di Champions League.

La storia di quella canzone, Gerry e i Pacemakers che erano destinati a diventare la band di Liverpool, i più amati, i più seguiti. Poi sono arrivati gli altri, quei quattro, i Beatles, con il loro primo album. Non resta più niente a Gerry, se non quella canzone lenta, "You'll never walk alone". Un inno d'amore che diventa la vendetta di Gerry, la storia e il cuore e il sangue di Liverpool.

L'altra sera, allo stadio, i brividi.

 

Visto che siamo in aria di canti ed emozioni, ci siamo fatte prendere per mano da un nostro caro accompagnatore e ci siamo buttate nella danza che più appassiona l'Europa in queste ultime settimane: chi saranno i prossimi leader europei?

Gli Spitzenkanditaten, direte voi, ci avete fatto una testa così.

E no, non tutto è come sembra.

Nelle nostre tante chiacchiere con David Carretta, spesso ci ha detto: gli Spitzenkandidaten sono morti (l'ha anche scritto).

Ce l'ha ridetto:

"Il processo degli Spitzenkandidaten è morto e, se non è morto, vuol dire che i capi di Stato e di governo dell'Unione europea avranno deciso di assassinare la Commissione".

Ci siamo fatte spiegare bene il perché.

Introdotto cinque anni fa per volontà dell'Europarlamento, il processo degli Spitzenkandidaten è quel sistema in base al quale il capolista del partito europeo uscito dalle elezioni con più seggi viene nominato presidente della Commissione. Fu così che nel 2014 fu scelto Jean-Claude Juncker per guidare l'esecutivo comunitario, malgrado l'opposizione iniziale di Angela Merkel.

L'ex primo ministro lussemburghese, con una visione dell'Europa ristretta alla coppia franco-tedesca, non era del tutto adeguato a guidare la Commissione.

Per sua stessa ammissione, ha trascorso cinque anni chiuso al 13° piano del Berlaymont, lasciando la gestione al suo funzionario di fiducia, Martin Selmayr.

A queste elezioni non siamo messi meglio.

Il bavarese Manfred Weber, lo Spitzekandidat del Partito popolare europeo, è più giovane ma con una visione non molto più ampia di quella di Juncker.

L'olandese Frans Timmermans, il capofila del Partito socialista europeo, è un brillante oratore che in cinque anni come primo vicepresidente di Juncker non ha mai avuto il coraggio di passare dalle parole agli atti.

Mentre l'Europa fa di tutto per dotarsi di visione e indipendenza, scegliere Weber o Timmermans significherebbe condannare la prossima Commissione all'irrilevanza.

A dichiarare morti gli Spitzenkandidaten, comunque, è stato Emmanuel Macron già lo scorso anno.

Il presidente francese lo ha fatto per ragioni di principio – quando l'Europarlamento per opera del Ppe gli ha bocciato la sua idea di liste transnazionali – e per ragioni politiche – lasciarsi le mani libere nel determinare chi guiderà l'esecutivo comunitario.

Così la corsa per la presidenza della Commissione è più aperta e confusa che mai, anche perché si mescola alle altre nomine che i capi di stato e di governo saranno chiamati a fare dopo le elezioni: presidente del Consiglio europeo, Alto Rappresentante per la Politica estera e presidente della Banca centrale europea. La casella di partenza rimane il successore di Juncker.

Si deve trovare un equilibrio difficile tra grandi e piccoli paesi, nord e sud, est e ovest, uomini e donne, zona euro e Ue, oltre naturalmente a ricompensare i partiti che parteciperanno alla futura grande coalizione (in ballo c'è anche la presidenza dell'Europarlamento).

I leader dovrebbero iniziare a discutere di nomi in un vertice straordinario il 28 di maggio, meno di 48 ore dopo i risultati delle elezioni. Ma non è escluso che le trattative si prolunghino per tutta l'estate.

Selmayr spera addirittura di prolungare il mandato di Juncker, se possibile fino al 2020.

Un presidente della Commissione debole potrebbe indicare la volontà degli stati membri di spostare l'equilibrio di potere a favore del Consiglio europeo. Ma un presidente della Commissione forte non necessariamente permetterebbe all'Ue di rilanciarsi.

Allora vediamo chi sono gli altri nomi che circolano.

C'è un dream team, per la Commissione e per il Consiglio europeo rispettivamente, che è bello da non crederci: Christine Lagarde, attuale capo del Fondo monetario internazionale, e la cancelliera tedesca Merkel.

Sulla Lagarde conviene rileggersi l'intervista che le fece Maureen Dowd molti anni fa, sul nuoto sincronizzato di cui la Lagarde era campionessa e su quella volta che si è svegliata di notte, mentre i suoi genitori "irresponsabili" erano andati a un concerto, e ha detto, quattrenne: "La prossima volta, fatemi sapere se uscite".

Sulla Merkel non sappiamo da che parte cominciare, forse dalla tigna.

Per la presidenza della Commissione europea ci sono due nomi, nella categoria "vorrei ma non (so se) posso".

Il primo è quello di Michel Barnier, conservatore francese capo negoziatore europeo della Brexit che in questo periodo ha poco da fare (il Regno Unito è nella sua fase zombie) e gira e parla e forse pure un po' ci spera. Politico Europe ha fatto il resoconto delle ultime due settimane di Barnier: lunedì sera ha tenuto un discorso a Monaco, che è in Baviera, che è la terra dello Spitzenkandidat Weber. Non parla più di Brexit (non lo fa più nessuno) ma dell'Europa del futuro. Si è spinto talmente in là che a un certo punto si è fermato e si è sentito in dovere di precisare: "Non sono candidato". Qui il discorso, ma bisogna essere appassionatissimi eh.

Un altro "vorrei ma non (so se) posso" è Antonio Tajani: qui alla Festa del Foglio lo scorso anno e qui l'ultima tempesta nel bicchiere, su Mussolini.

A proposito.

Anche i sovranisti hanno le loro ambizioni: la coppia d'oro per, rispettivamente, Commissione e Consiglio europeo, è sempre la stessa, Matteo Salvini e Viktor Orbán. Per l'Alto rappresentante per la Politica estera, cioè il successore di Federica Mogherini, circola il nome della ministra degli Esteri austriaca, Karin Kneissl, nota soprattutto per un ballo e per una citazione. Al suo matrimonio lo scorso anno – si è sposata con l'imprenditore Wolfgang Meilinger – aveva invitato il presidente russo Vladimir Putin che per danzare con lei è arrivato tardi all'appuntamento con Angela Merkel che lo attendeva a Berlino.

Poi la citazione.

La Kneissl, ministro in quota Fpö, di recente aveva commentato le frasi di Tusk sull'inferno per i brexiteers scomodando Jean-Paul Sartre: "Io non credo in un posto chiamato inferno – ha detto alla Bbc – 'L'enfer, c'est les autres'. Siamo in una situazione di frustrazione, stati d'animo diversi e riteniamo che siano gli altri a creare l'inferno".

Pare che nella diplomazia il fattore femminile si porti molto (presunzione che noi detestiamo), e tra i nomi che circolano per la successione della Mogherini ci sono anche quelli di Emma Bonino, che è tra gli Spitzenkandidaten del gruppo liberale Alde, e di Natalie Loiseau, capolista dei macroniani, che ha un gatto di nome Brexit, che sta facendo una campagna molto preoccupante ma che conservaparecchia ambizione.

(Qui sotto la foto ricordo del primo vertice delle ministre degli Esteri del mondo, organizzato in Canada lo scorso anno da Chrystia Freeland, padrona di casa).

I favoriti per l'Alto rappresentante, comunque, sono per lo più maschi: Frans Timmermans, Joseph Borrell, Alexander Stubb e Guy Verhofstadt. Poi nella categoria dei "vorrei ma non (so se) posso" c'è Miroslav Lajčák, ex ministro degli Esteri slovacco dimessosi dopo la bocciatura del Global Compact dell'Onu da parte del Parlamento.

 

Infine, il Consiglio europeo, che per noi del teamTusk è in ogni caso una sofferenza. Tra tutti i nomi che circolano – l'olandese Mark Rutte, il belga Charles Michel, due italiani, Enrico Letta e Matteo Renzi, e il prezzemolino Verhofstadt – ci piace, al netto del tifo italiano, Dalia Grybauskaite. Come Tusk, la presidente della Lituania non le manda a dire, viene da un paese dell'ex blocco sovietico e per questo conosce bene il valore e la fatica del diventare europei e l'importanza dello stare al di qua di quella frontiera. Per descrivere l'Unione, Grybauskaite usa tre parole: "fiduciosa, resiliente, impegnata" e sulla Brexit ha delle posizioni molto decise: meglio una no deal Brexit che continuare a rimandare l'ora degli addii.

Oltre ai soliti Weber e Timmermans – a proposito: Jan Zahradil, Spitzenkandidat per i sovranisti dell'Ecr, in un'intervista alla Süddeutsche Zeitung ha voluto rispolverare una sua vecchia metafora sui suoi avversari: "Per me sono come Coca Light e Coca Cola Zero, le differenze tra i due sono minime" – c'è un altro nome per la presidenza della Commissione: Margrethe Vestager.

 

Ora non diteci che non vi è venuta voglia di fantasticare un po'.

Oggi inizia il vertice di Sibiu, proposto e voluto da Jean-Claude Juncker per rimettere in ordine l'Unione europea dopo la Brexit. Poi la Brexit non c'è stata, ma di fare un po' di ordine c'è comunque bisogno.

Le aspettative sono tante e a sentir parlare di Sibiu, che si trova in Romania, abbiamo cominciato già da qualche mese. Dall'incontro usciranno due documenti:

  • la dichiarazione ufficiale
  • l’agenda strategica dell’Unione europea per il periodo 2019-2024 

Juncker ha anticipato le sue enormi aspettative martedì in conferenza stampa, in un discorso allegro e ironico in cui ha detto che l'"Europa rimarrà forte" e che la costruzione del futuro europeo comune non si arresterà. Si è occupato di difendere la sua eredità e ha promesso che Sibiu "sarà l’occasione per dimostrare che un’Ue unita può lavorare per il futuro”. Poi è arrivato il momento dei rimpianti e il presidente della Commissione ha rimproverato a se stesso di non essere intervenuto per fermare la campagna per il referendum sulla Brexit, quando invece la Commissione avrebbe potuto fare qualcosa. La Brexit, continuano a dire tutti, si farà comunque anche se, come ha concluso Juncker: "Nessuno capisce l'Inghilterra, ma tutti capiscono l'inglese".

 

Prima del vertice, 300 giovani europei hanno partecipato allo “Young Citizens’ Dialogue” promosso dalla Commissione europea. Una di loro, Ilaria Potenza, ci ha fatto una sintesi dell'incontro: "I giovani oggi si sentono più europei di qualsiasi altra generazione, mostrano grande interesse per la politica, anche se non prendono la tessera dei partiti, e sono convinti che all’Europa non ci sia alternativa. Vogliono che sia competitiva, attenta all’innovazione, all’economia sostenibile e alla giustizia sociale. Molti dicono che voteranno per i Verdi. In Romania invece la maggior parte dei giovani sostiene la coalizione Alleanza 2020, nata dalla fusione di Usr (Unione Salvate la Romania) e Plus: non si fa che sentir parlare di Ramona Strugariu, la leader dell'Alleanza, che piace moltissimo".

A proposito di futuro, la prossima presidenza del Consiglio dell'Unione europea spetterà alla Finlandia che aveva una gran fretta di prendere lo scettro. A gennaio aveva proposto alla Romania, che arrivava alla sua presidenza un po' impreparata, di fare scambio. Prendetevi altri sei mesi di tempo, avevano detto i finlandesi, scansatevi. I romeni, anche un po' scocciati – giustamente – dall'atteggiamento dei loro colleghi europei e dalle continue lamentele sulla loro impreparazione, hanno deciso di non mollare e il primo gennaio, con un lupo come logo, Bucarest ha assunto la sua presidenza. Intanto la Finlandia fremeva, e la Romania, al di là dei suoi problemi di politica interna, non ha poi combinato questo gran disastro a Bruxelles.

Intanto in Finlandia in aprile ci sono state le elezioni, la sinistra ha vinto di un soffio e subito dietro sono arrivati i Veri finlandesi, 40 seggi contro 39, presenti alla riunione a Milano di Matteo Salvini, il 18 maggio. Tra gli argomenti che più stanno a cuore ai populisti finlandesi c'è l'uscita della nazione dall'Unione europea e dopo aver sentito parlare di Brexit, Frexit, Polexit, Italexit, ecco la Fixit.

 

Per le elezioni europee, il Partito socialdemocratico ha lanciato una campagna elettorale molto europeista.

Peccato che lo slogan si presti a qualche fraintendimento.

  • Il Times ha fatto un lungo racconto dell'Ue con il contributo di tutti i suoi corrispondenti europei: inizia con la parola "frammentazione" e finisce con "crisi finanziaria". E' una bella ricapitolazione in cui si sente risuonare ogni due righe: noi non  dovevamo partecipare a 'sta roba! Gli inglesi si sono rassegnati, si vota, ci sono 73 eurodeputati da eleggere, il Brexit Party di Farage andrà bene, i socialisti sperano di poter godere di un buon contributo del Labour. Comunque non ci si può fare affidamento, ché se poi la Brexit si fa, buona parte di questi eurodeputati decade. Per non smettere di odiarsi però c'è un nuovo documentario sulla Brexit, "Behind closed doors",  in cui, tra le altre cose, si vede Verhofstadt con il suo staff che guarda la celebre "Dancing Queen" di Theresa May. Uno dice: "Quando entra Barnier dovremmo mettere 'The winner takes it all'". E Verhofstadt: "Sarebbe più sexy".

  • Nel frattempo, sempre nel Regno Unito: iniziano a dipingere Nigel Farage come un politico serio, ha smesso di fare il clown (noi restiamo scettiche, e ci riempiamo le giornate con Jess Phillips, respirando). Il neopartito Change Uk è riuscito a farne un'altra delle sue: dopo aver cambiato nome due volte, dopo essersi fatto bocciare il primo logo ufficiale dalla Commissione elettorale, ora ha cambiato anche account Twitter. Da @TheIndGroup era passato a @ForChange_Now – @ChangeUK non è utilizzabile, è di una azienda che assume infermieri. Il problema è che @TheIndGroup è ora stato preso da un brexiteer, che l'ha rinominato "Cringe Uk – The anti Independent Group – e nella bio scrive: "L'unica cosa che cambieremo è il nostro nome, costantemente. La parodia di una parodia di un partito politico. Brexit means Brexit".

  • In queste settimane abbiamo parlato poco dei Paesi Bassi, e ci dispiace. Recuperiamo con questo articolone di Ben Judah. Dice che si era chiesto: "Dov'è l'Europa?" e non riusciva a trovare un posto che la rappresentasse. Si stava convincendo che l'Europa fosse troppo "diffusa" per avere una capitale. Poi è arrivato a Rotterdam e si è ritrovato nel mezzo della guerra culturale d'Europa. Tutta intera. E ha raccontato che Europa ha visto per il futuro.

  • In Germania invece, dove l'Spd si fa sempre più piccina, si parla molto di un nuovo personaggio che rischia di affossarla ancora di più. Si chiama Kevin Kühnert, ha ventinove anni e parla di collettivizzazione delle grandi aziende come la Bmw. Kühnert è il leader degli Jusos, l’organizzazione dei giovani socialdemocratici.

  • La scorsa settimana in Polonia si parlava di banane, questa si parla di Madonne. Soprattutto della Madonna nera di Częstochowa ritratta in alcuni manifesti con un'aureola dai colori dell'arcobaleno. A diffondere i manifesti è stata un'attivista di 51 anni, Elżbieta Podleśna, poi arrestata perché in Polonia offendere i sentimenti religiosi è una crimine. Il PiS non ama molto i colori arcobaleno, lo dicevamo qui, e  ha approfittato della notizia per fare campagna elettorale.

  • Venerdì scorso Donald Tusk ha fatto un gran discorso all'Università di Varsavia, ha parlato di Unione europea e di Costituzione. I suoi oppositori non l'hanno presa bene e la televisione di stato TVP lo ha paragonato a Hitler e a Stalin.

  • Non serve Las Vegas, basta andare in Danimarca per sposarsi. Sull'isola di Ærø nel Mar Baltico si può fare così, di fretta, senza pensarci, senza troppe carte. Basta dire "lo voglio" e ci si ritrova insieme per tutta la vita, più o meno. Il governo danese però ha scoperto che molti dei matrimoni celebrati a Ærø (si pronuncia ɛːʁœː) erano di comodo, spesso per ottenere il permesso di soggiorno e quindi ha varato una legge molto restrittiva per rendere il rito un po' più complicato e i matrimoni sono diminuiti. Comunque si vota, in Danimarca, il 5 giugno.

Magari, con la scusa delle elezioni, andiamo a sposarci in Danimarca, solo per raccontarvi l'effetto che fa.

Intanto recuperiamo la voce che non c'è più, abbiamo cantato troppo.

Alla prossima settimana, vi aspettiamo.

I nostri trascorsi:

il primo appuntamento

i matrimoni di convenienza

una leggera cotta

la prima volta

il divorzio del secolo

ti presento i miei

il migliore amico

ha bussato qualcuno, apri tu?

l'amante spagnolo

com'eravamo

di Europiattismo e di altre bugie

non fare quella faccia

 

 

(EuPorn è la newsletter europea del Foglio. Arriva ogni giovedì e durerà fino alle elezioni del 26 maggio)

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