Chi porta i pantaloni
Ventuno nomi per tre nomine. I candidati e i "vorrei ma non (so se) posso" che potrebbero prendere il posto di Juncker, Tusk e Mogherini. Voglia di Eurovision, l'ultimo vertice, un malinteso e poi: sposiamoci in Danimarca

"Walk on, walk on
With hope in your heart
And you'll never walk alone"
With hope in your heart
And you'll never walk alone"
Gerry and the Pacemakers, "You'll never walk alone"
9 maggio 2019
Finalmente si canta!
Questa settimana, oltre a preparaci all'ultimo vertice europeo di questa legislatura, ci prepariamo anche all'Eurovision, che quest'anno si tiene a Tel Aviv (ve ne sarete accorti).
Che effetto fa per noi fan dell'Eurovision l'appuntamento in Israele?
Non è un evento politico, ma come accade con lo sport ogni motivo è buono per fare anche lo Stato dell'Unione. A proposito: il conflitto ucraino-russo si è risolto?
E i Visegrád sono forti?
C'è una relazione tra cantante, canzone e il paese d'origine? Mahmood dice molto dell'Italia. Le matrone polacche dicono molto della Polonia. E' vero o è la classica interpretazione di chi canta poco e analizza troppo?
La canzone di cui parla Marta è questa.
Ma la canzone più europeista qual è?
(Fa un veloce consulto tra fan)
Ci sono paesi che vorrebbero tanto partecipare all'Eurovision e ancora non ci sono riusciti?
Il tuo podio, vai
Santo cielo, i complottisti dell'Eurovision pure.
E di Mahmood che dici?
Un'ultima cosa.
Anfield, martedì sera, quando il Liverpool ha battuto il Barcellona, e ha conquistato la finale di Champions League.
La storia di quella canzone, Gerry e i Pacemakers che erano destinati a diventare la band di Liverpool, i più amati, i più seguiti. Poi sono arrivati gli altri, quei quattro, i Beatles, con il loro primo album. Non resta più niente a Gerry, se non quella canzone lenta, "You'll never walk alone". Un inno d'amore che diventa la vendetta di Gerry, la storia e il cuore e il sangue di Liverpool.
L'altra sera, allo stadio, i brividi.
Visto che siamo in aria di canti ed emozioni, ci siamo fatte prendere per mano da un nostro caro accompagnatore e ci siamo buttate nella danza che più appassiona l'Europa in queste ultime settimane: chi saranno i prossimi leader europei?
Gli Spitzenkanditaten, direte voi, ci avete fatto una testa così.
E no, non tutto è come sembra.
Ce l'ha ridetto:
"Il processo degli Spitzenkandidaten è morto e, se non è morto, vuol dire che i capi di Stato e di governo dell'Unione europea avranno deciso di assassinare la Commissione".
Ci siamo fatte spiegare bene il perché.
Introdotto cinque anni fa per volontà dell'Europarlamento, il processo degli Spitzenkandidaten è quel sistema in base al quale il capolista del partito europeo uscito dalle elezioni con più seggi viene nominato presidente della Commissione. Fu così che nel 2014 fu scelto Jean-Claude Juncker per guidare l'esecutivo comunitario, malgrado l'opposizione iniziale di Angela Merkel.
L'ex primo ministro lussemburghese, con una visione dell'Europa ristretta alla coppia franco-tedesca, non era del tutto adeguato a guidare la Commissione.
Per sua stessa ammissione, ha trascorso cinque anni chiuso al 13° piano del Berlaymont, lasciando la gestione al suo funzionario di fiducia, Martin Selmayr.
A queste elezioni non siamo messi meglio.
Il bavarese Manfred Weber, lo Spitzekandidat del Partito popolare europeo, è più giovane ma con una visione non molto più ampia di quella di Juncker.
L'olandese Frans Timmermans, il capofila del Partito socialista europeo, è un brillante oratore che in cinque anni come primo vicepresidente di Juncker non ha mai avuto il coraggio di passare dalle parole agli atti.
Mentre l'Europa fa di tutto per dotarsi di visione e indipendenza, scegliere Weber o Timmermans significherebbe condannare la prossima Commissione all'irrilevanza.
A dichiarare morti gli Spitzenkandidaten, comunque, è stato Emmanuel Macron già lo scorso anno.
Il presidente francese lo ha fatto per ragioni di principio – quando l'Europarlamento per opera del Ppe gli ha bocciato la sua idea di liste transnazionali – e per ragioni politiche – lasciarsi le mani libere nel determinare chi guiderà l'esecutivo comunitario.
Così la corsa per la presidenza della Commissione è più aperta e confusa che mai, anche perché si mescola alle altre nomine che i capi di stato e di governo saranno chiamati a fare dopo le elezioni: presidente del Consiglio europeo, Alto Rappresentante per la Politica estera e presidente della Banca centrale europea. La casella di partenza rimane il successore di Juncker.
Si deve trovare un equilibrio difficile tra grandi e piccoli paesi, nord e sud, est e ovest, uomini e donne, zona euro e Ue, oltre naturalmente a ricompensare i partiti che parteciperanno alla futura grande coalizione (in ballo c'è anche la presidenza dell'Europarlamento).
I leader dovrebbero iniziare a discutere di nomi in un vertice straordinario il 28 di maggio, meno di 48 ore dopo i risultati delle elezioni. Ma non è escluso che le trattative si prolunghino per tutta l'estate.
Selmayr spera addirittura di prolungare il mandato di Juncker, se possibile fino al 2020.
Un presidente della Commissione debole potrebbe indicare la volontà degli stati membri di spostare l'equilibrio di potere a favore del Consiglio europeo. Ma un presidente della Commissione forte non necessariamente permetterebbe all'Ue di rilanciarsi.
Allora vediamo chi sono gli altri nomi che circolano.
C'è un dream team, per la Commissione e per il Consiglio europeo rispettivamente, che è bello da non crederci: Christine Lagarde, attuale capo del Fondo monetario internazionale, e la cancelliera tedesca Merkel.
Sulla Lagarde conviene rileggersi l'intervista che le fece Maureen Dowd molti anni fa, sul nuoto sincronizzato di cui la Lagarde era campionessa e su quella volta che si è svegliata di notte, mentre i suoi genitori "irresponsabili" erano andati a un concerto, e ha detto, quattrenne: "La prossima volta, fatemi sapere se uscite".
Sulla Merkel non sappiamo da che parte cominciare, forse dalla tigna.
Per la presidenza della Commissione europea ci sono due nomi, nella categoria "vorrei ma non (so se) posso".
Il primo è quello di Michel Barnier, conservatore francese capo negoziatore europeo della Brexit che in questo periodo ha poco da fare (il Regno Unito è nella sua fase zombie) e gira e parla e forse pure un po' ci spera. Politico Europe ha fatto il resoconto delle ultime due settimane di Barnier: lunedì sera ha tenuto un discorso a Monaco, che è in Baviera, che è la terra dello Spitzenkandidat Weber. Non parla più di Brexit (non lo fa più nessuno) ma dell'Europa del futuro. Si è spinto talmente in là che a un certo punto si è fermato e si è sentito in dovere di precisare: "Non sono candidato". Qui il discorso, ma bisogna essere appassionatissimi eh.
A proposito.
Poi la citazione.
Pare che nella diplomazia il fattore femminile si porti molto (presunzione che noi detestiamo), e tra i nomi che circolano per la successione della Mogherini ci sono anche quelli di Emma Bonino, che è tra gli Spitzenkandidaten del gruppo liberale Alde, e di Natalie Loiseau, capolista dei macroniani, che ha un gatto di nome Brexit, che sta facendo una campagna molto preoccupante ma che conservaparecchia ambizione.
I favoriti per l'Alto rappresentante, comunque, sono per lo più maschi: Frans Timmermans, Joseph Borrell, Alexander Stubb e Guy Verhofstadt. Poi nella categoria dei "vorrei ma non (so se) posso" c'è Miroslav Lajčák, ex ministro degli Esteri slovacco dimessosi dopo la bocciatura del Global Compact dell'Onu da parte del Parlamento.
Infine, il Consiglio europeo, che per noi del teamTusk è in ogni caso una sofferenza. Tra tutti i nomi che circolano – l'olandese Mark Rutte, il belga Charles Michel, due italiani, Enrico Letta e Matteo Renzi, e il prezzemolino Verhofstadt – ci piace, al netto del tifo italiano, Dalia Grybauskaite. Come Tusk, la presidente della Lituania non le manda a dire, viene da un paese dell'ex blocco sovietico e per questo conosce bene il valore e la fatica del diventare europei e l'importanza dello stare al di qua di quella frontiera. Per descrivere l'Unione, Grybauskaite usa tre parole: "fiduciosa, resiliente, impegnata" e sulla Brexit ha delle posizioni molto decise: meglio una no deal Brexit che continuare a rimandare l'ora degli addii.
Oltre ai soliti Weber e Timmermans – a proposito: Jan Zahradil, Spitzenkandidat per i sovranisti dell'Ecr, in un'intervista alla Süddeutsche Zeitung ha voluto rispolverare una sua vecchia metafora sui suoi avversari: "Per me sono come Coca Light e Coca Cola Zero, le differenze tra i due sono minime" – c'è un altro nome per la presidenza della Commissione: Margrethe Vestager.
Ora non diteci che non vi è venuta voglia di fantasticare un po'.
Oggi inizia il vertice di Sibiu, proposto e voluto da Jean-Claude Juncker per rimettere in ordine l'Unione europea dopo la Brexit. Poi la Brexit non c'è stata, ma di fare un po' di ordine c'è comunque bisogno.
Le aspettative sono tante e a sentir parlare di Sibiu, che si trova in Romania, abbiamo cominciato già da qualche mese. Dall'incontro usciranno due documenti:
A proposito di futuro, la prossima presidenza del Consiglio dell'Unione europea spetterà alla Finlandia che aveva una gran fretta di prendere lo scettro. A gennaio aveva proposto alla Romania, che arrivava alla sua presidenza un po' impreparata, di fare scambio. Prendetevi altri sei mesi di tempo, avevano detto i finlandesi, scansatevi. I romeni, anche un po' scocciati – giustamente – dall'atteggiamento dei loro colleghi europei e dalle continue lamentele sulla loro impreparazione, hanno deciso di non mollare e il primo gennaio, con un lupo come logo, Bucarest ha assunto la sua presidenza. Intanto la Finlandia fremeva, e la Romania, al di là dei suoi problemi di politica interna, non ha poi combinato questo gran disastro a Bruxelles.
Per le elezioni europee, il Partito socialdemocratico ha lanciato una campagna elettorale molto europeista.
Peccato che lo slogan si presti a qualche fraintendimento.
Magari, con la scusa delle elezioni, andiamo a sposarci in Danimarca, solo per raccontarvi l'effetto che fa.
Intanto recuperiamo la voce che non c'è più, abbiamo cantato troppo.
Alla prossima settimana, vi aspettiamo.
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