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Matrimoni di convenienza

L’intervista a Steve Erlanger, i divorzi che non ci saranno, le liti di una vita, una gita a Lione e per finire: i cuori

21 Febbraio 2019 alle 16:29

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“L'Unione europea è un progetto fatto dall'uomo e tutto ciò che è fatto dall'uomo contiene una storia. Quello che gli uomini fanno ogni giorno, le loro biografie, le loro nazionalità, mettersi insieme con tutte quelle lingue e mentalità diverse: è così che all'improvviso le istituzioni scoprono il loro volto”.

Robert Menasse, scrittore

21 febbraio 2019

Nel 2010 lo scrittore austriaco Robert Menasse si è trasferito a Bruxelles, ha affittato un appartamento in centro e ha scritto un romanzo che parla della Commissione e dei suoi commissari, delle ambizioni, delle pretese, degli scandali e del terrorismo.

Allora ancora non sapevamo che avremmo avuto bisogno di testi di riferimento per riscoprire la nostra identità europea e le ragioni della nostra convivenza sovranazionale, ma quando nel 2017 il libro, “La capitale”, è stato pubblicato (in Italia da Sellerio, lo scorso anno), abbiamo capito perché è tanto importante riempire di sentimenti – buoni, cattivi, meschini, virtuosi – l'immagine che abbiamo dell'Unione europea.

Nel romanzo si celebra un anniversario europeo: bisogna mettersi d'accordo sui simboli e i luoghi che meglio rappresentano storia e presente del continente, e naturalmente ci si accapiglia parecchio, perché ognuno, ogni stato ma anche ogni individuo, ha un proprio senso di quel che è l'Unione europea, e di come vada vissuta e raccontata.

Nel frattempo si accavallano altre storie, dal quartier generale della Nato passando per una protesta a favore dell'esportazione di orecchie di maiale in Cina fino a una terribile esplosione nella metropolitana, perché la bellezza di questa capitale “senza un'idea nazionale”, che fu scelta perché il Belgio era il primo in ordine alfabetico dei paesi fondatori della Comunità europea (la capitale europea avrebbe dovuto essere a rotazione, ma non si spostò più), sta nella sua complessità: “La varietà è ricchezza”, dice Menasse.

In questa capitale che prende finalmente vita e colore, anche nelle sue tremende contraddizioni (e nei conflitti: la protagonista del romanzo è il frutto di una vendetta personale dello stesso autore), il progetto europeo torna a luccicare. Perché è stato ed è una roba da pionieri, l'avanguardia di un modello geopolitico che non ha eguali al mondo. Menasse ha scritto in un altro saggio: “So che la gente si annoia quando racconti qualcosa sull'Ue, pure se cerchi di non dilungarti troppo. Io sono un sostenitore di questa noia, perché non vorrei raccontare a me stesso e a nessuno la storia, di certo eccitante eppure indicibile, di quel che accadrebbe se l'Ue collassasse”.

Noi ai luccichii non vorremmo rinunciare mai, ma di collassi non parleremo, se non costrette. Buona lettura (anche del libro, che è bello).

 


 

 

Il cosiddetto "angolo dell'esperto" non si porta molto di questi tempi, ma a noi gli esperti piacciono. In pillole ancora di più.

 

Steven Erlanger lavora al New York Times dal 1987, ha vinto due volte il premio Pulitzer, ha girato e raccontato il mondo, tutto quanto, da un centinaio di paesi diversi. Dal 2017 è a Bruxelles e le sue analisi sono imperdibili, sempre piene di fonti, di conversazioni interessanti, di aneddoti (anche in questa nostra chiacchierata c'erano delle chicche, ma come spesso accade le cose più belle non sono scrivibili).

Erlanger è molto critico nei confronti della Brexit, ma non c'entrava personalmente con lo scontro che c'è stato prima di Natale tra i londinesi e il New York Times. Il quotidiano americano aveva fatto un tweet che non era stato accolto molto bene: gli inglesi sono parecchio suscettibili, da ultimo.

Sulle elezioni europee, Steven Erlanger dice:

• non concentriamoci soltanto sui partiti "cosiddetti populisti ed euroscettici", ci sono altri drammi a cui badare: "La maggioranza tradizionale di conservatori e socialisti quasi sicuramente scomparirà, creando parecchie complicazioni"
• mentre tutti parlano dei Salvini, degli Orbán, dei Macron, Erlanger pensa che la persona su cui concentrarsi sia "Mario Draghi, per quanto possa sembrare strano: le azioni della Banca centrale condizionano ogni cosa, e chi prenderà il suo posto sarà estremamente potente"
• il paese su cui concentrarsi è "la Francia, Emmanuel Macron è così preoccupato dai gilet jaunes che non si sta concentrando sulle Europee, che invece sembravano importanti per lui per assestare un nuovo colpo con la sua nuova politica. Cosa accadrà ora? Come andrà En Marche, e che alleanza costruirà con gli altri partiti?"
• Erlanger accetta di fare qualche previsione sul futuro dell'Ue nei prossimi due anni (pure se comincia con: "sigh"): "Penso che ci sarà una Commissione ancora più tecnocratica, un presidente del Consiglio europeo più giovane – Mark Rutte? – l'Europarlamento sarà un pasticcio e la politica estera molto debole"
• e in cinque anni come sarà l'Ue? "Ci sarà più potere a livello nazionale, meno unanimità, una Commissione meno attivista ma sempre piagnucolona nei confronti degli Stati Uniti"
• ecco, appunto, i rapporti con l'America, che sono invero deteriorati, possono migliorare? "Certo, eleggendo un presidente democratico"
• un posto speciale all'inferno, parafrasando Donald Tusk che ci metterebbe tutti quelli che hanno voluto fare la Brexit senza avere un piano, a chi lo riserviamo? "Boris Johnson, ex ministro degli Esteri inglese, per il cinismo e la noncuranza".

Visto che i rapporti con l'America sono brutti e visto che la Russia incombe, di là, è bene anche prendere nota di quel che sta facendo l'Estonia per difendersi. Oltre alla guerra delle felpe, s'intende.

 

 

"Contro le bugie non c'è molto da fare", ha detto il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, commentando la nuova campagna lanciata in Ungheria in vista delle Europee.

Il governo ungherese dice: "Avete il diritto di sapere che cosa sta per fare Bruxelles: vuole introdurre quote obbligatorie per la riallocazione dei migranti. Vuole indebolire il diritto degli stati membri di proteggere i propri confini. Vuole facilitare l'immigrazione con nuovi visti".

I protagonisti di questa strategia sono: George Soros e, appunto, Juncker.

Del conflitto tra Viktor Orbán e l'Europa si è detto e si dirà molto, è che questa volta Juncker ha reagito male. Contro le fake news e le teorie del complotto non c'è molto da fare, ma una cosa invece si può fare: smetterla di vivere da separati in casa e divorziare.

La casa è il Partito popolare europeo, dove convivono 73 partiti conservatori provenienti da 39 paesi, di cui 27 sono membri dell'Unione europea. E' al momento il più grande partito al Parlamento di Strasburgo, con 216 deputati (secondo le proiezioni potrebbe scendere a 183 europarlamentari, ma resterebbe comunque il più grande). Tra i membri c'è anche Fidesz, il partito di Orbán, che a oggi ha 11 europarlamentari (in totale l'Ungheria ne ha 21).

Da tempo, molti chiedono che Fidesz sia espulso dal Ppe: non c'è più molto in comune, e se davvero Orbán vuole guidare una campagna contro l'Europa farebbe bene a sedersi con gli euroscettici. Non tutti sono d'accordo, ma nel settembre dello scorso anno, al voto sull'apertura della procedura contro l'Ungheria per il deterioramento dello stato di diritto, 119 dei 199 europarlamentari del Ppe presenti in aula avevano votato contro il governo di Budapest.

Naturalmente il premier ungherese non si vuole muovere: si sta molto più comodi nella più grande famiglia europea. Per di più, Orbán non è completamente euroscettico: se l'Ue continua a fare da bancomat, ben venga stare insieme.

Più problematica è la posizione del Ppe, che è impegnato in una grande battaglia di princìpi europeisti, ma non riesce a maneggiare Fidesz.

Juncker, che si è offeso per il cartellone ed è comunque a fine mandato, ha detto: "Credo che il posto di Orbán non sia più nel Ppe".

Joseph Daul, presidente del Ppe, ha detto che le falsità ungheresi devono finire, "invece che rappresentare Bruxelles come un nemico fantasma, l'Ungheria dovrebbe rendersi conto che è parte" dell'Ue. Daul non chiede l'espulsione di Fidesz.

Juncker ha anche detto che il candidato del Ppe a guidare la prossima Commissione, Manfred Weber, cristianosociale tedesco, dovrebbe chiedersi se davvero "ha bisogno" dei voti di Fidesz.

Weber ha rituittato Daul.

Non accadrà niente: undici seggi (che forse saranno dodici) non sono tanti, ma servono. Soprattutto: il mondo conservatore non ha ancora capito se il populismo lo si gestisce stando a casa insieme a bisticciare e redimere o cacciandolo via. E così si continua a stare insieme, male.

 

 

Monaco, lo scorso fine settimana, Aleksandar Vucic e Hashim Thaçi hanno litigato per tutto il tempo. Serbia e Kosovo devono riaprire il dialogo se vogliono entrare nell’Ue, devono mettere fine alla contesa che dura dagli anni Novanta e devono trovare il modo. Ne hanno trovato uno rischiosissimo: ridisegnare i loro confini su base etnica.

Antefatto: Serbia e Kosovo vogliono entrare a far parte dell’Unione europea, o perlomeno così dicono, ma la prima non riconosce la seconda come stato indipendente, lungo i confini che le dividono continuano a esserci scontri, serbi contro kosovari e kosovari contro serbi. Per diventare paesi membri dovranno però mettere fine a ogni conflitto. Anche gli Stati Uniti vogliono che le due nazioni facciano pace. Pace vuol dire Ue, Ue vuol dire occidente e occidente vuol dire allontanare la Russia dai Balcani.
Cosa dice la SerbiaBelgrado ha uno strano atteggiamento nei confronti dell’Ue, dice di voler diventare paese membro, ma mantiene con laRussia un rapporto di alleanze antico e stabile. Non sembrava disposta a riconoscere il Kosovo, autoproclamatosi indipendente dalla Serbia nel 2008, ma forse sta cambiando idea. Mercoledì la notizia: Belgrado ha ufficializzato la proposta di risolvere i problemi ridefinendo i confini, ma il Kosovo dovrà cancellare i dazi sulle importazioni di prodotti serbi.
Che dice il Kosovo: lo stato è a maggioranza albanese, il conflitto con i serbi dura più o meno da sempre, a diversa intensità. E’ uno stato a riconoscimento limitato, sono 73 le nazioni che non lo riconoscono, incluse Serbia, Russia, Spagna, Grecia, Slovacchia. Pristina è disposta a ridisegnare i propri confini, mettere fine agli scontri e avviare il suo processo di integrazione europea che, se tutto va bene, potrebbe anche terminare nel 2025. Ma non è disposta a cancellare i dazi.

Confine è una parola dolorosa un po’ ovunque, ma soprattutto da quelle parti e inerpicarsi di nuovo per quelle frontiere, ridisegnare, riaprire, riscrivere su base etnica può essere pericoloso. Federica Mogherini, Alto rappresentante per gli affari esteri, e Johannes Hahn, commissario per i Negoziati di allargamento, hanno lavorato per tutto il loro mandato per raggiungere un accordo, ma gli scettici sono molti. Angela Merkel ha definito i confini dei Balcani “inviolabili” poiché modificare su base etnica l’integrità territoriale potrebbe spingere anche altre nazionalità dell’area a chiedere di cambiare le proprie frontiere e turbare una pace che già nella quotidianità risulta in bilico.

 

 

Il ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli, ha detto "chi se ne frega di andare a Lione" e da quel momento Lione è diventato il posto in cui accade tutto.

E' stato quasi immediato.

Noi, previdenti e ignari dei sentimenti di Toninelli, avevamo già pubblicato un reportage da Lione, perché da qualche tempo era stata soprannominata "la capitale della destra estrema francese", e ci eravamo un po' preoccupati.

In questi giorni, in Francia ha fatto molto discutere l'uscita di un film, "Grace à Dieu", del regista François Ozon, che racconta la storia del prete di Lione, Bernand Preyant, accusato di molestie sessuali a minori. Dal film, che ricostruisce la storia dell'associazione "La parole libérée", fondata da ex scout che dicono di aver subìto violenze da Preyant, il prete risulta colpevole, ma come si sa, nella vita reale, vale la presunzione di innocenza.

Lione è anche la città in cui i gilet jaunes si menano più forte: tra di loro, e con la polizia.

Lione poi è la città di Gérad Collomb, Gégé, come lo chiamano lì, l'ex ministro dell'Interno macroniano della prima ora ma presto deluso: ha lasciato il suo incarico con un certo astio. Il Monde è andato a Lione per capire che aria tira dalle parti di Gégé, e ha scoperto che: si parla soltanto della (seconda) signora Collomb, Caroline, che ha trent'anni meno di lui e che, secondo i pettegolezzi, "suggerisce al marito chi uccidere". Nella rottura con Macron pare ci sia il suo zampino e ancora adesso Caroline è contraria a qualsivoglia riavvicinamento con l'Eliseo. A onor del vero: Collomb è rimasto vittima del caso Benalla, come un po' tutti i macroniani.

Però la signora Collomb che non si fa intervistare e manda solo messaggi in cui dice: "E' facile trovare un capro espiatorio in una moglie, per di più giovane", noi la vorremmo proprio conoscere.

(Ci dicono anche che il Lione è riuscito a fermare il Barcellona su uno 0 a 0 che ha del miracoloso: non che ci interessi qualcosa, giusto per dire che a Lione accadono cose sorprendenti).

 

 

Il negoziato è sempre più o meno allo stesso punto: il 27 febbraio ci sarà un voto ai Comuni inglesi, ma la strategia di Theresa May è quella di arrivare a un passo dal giorno dell'addio – il 29 marzo – con il fiatone e un ricatto: o il mio accordo o un no deal.

Intanto a Londra è nato un nuovo partito, l'Independent Group, lanciato da sette parlamentari laburisti ribelli, cui si è aggiunta mercoledì un'altra, Joan Ryan, che ha rilasciato un'intervista al Times p-a-z-z-e-s-c-a in cui dice che il leader del Labour Jeremy Corbyn è: antisemita, più putiniano che europeista, pro ayatollah iraniani, e uguale a Donald Trump nel suo "bullismo": "La destra estrema e la sinistra estrema si dedicano soltanto a teorie del complotto bizzarre e offensive".

A parte la Ryan, che effetto ha avuto il nuovo partito? Altri laburisti potrebbero ribellarsi, mentre la leadership del Labour potrebbe vendicarsi e far passare in un attimo la smania. Tre conservatori si sono uniti ai ribelli, e i Tory pure sono preoccupati. Un europeista come l'ex premier John Major dice: stiamo insieme, che altrimenti lasciamo il partito agli estremisti. Che poi è quel che sta accadendo anche nel Labour.

Al primo sondaggio, l'Independent Group si piazza attorno al 10 per cento, ma forse è l'entusiasmo dell'inizio.

 

Ricordi: Il 20 febbraio del 2016, l'allora premier David Cameron tornò a Londra dopo il negoziato con l'Ue lanciando la campagna per il referendum per risolvere, una volta per tutte, la questione europea. "Secondo me, considerando la sicurezza, contro la criminalità e contro il terrorismo, considerando il commercio con l'Europa e l'accesso ai mercati in tutto il mondo, è nell'interesse nazionale rimanere membri dell'Unione europea", commentò l'allora ministro dell'Interno, Theresa May.

 

Facciamola semplice: e se risolvessimo la faccenda Brexit con una partita di pallone? Eddy Wax di Politico Europe ha anche fatto le squadre, e noi ci fidiamo: siamo femmine, non possiamo parlare di tattica calcistica.

 

 

In diretta dalla bolla bruxellese, @davcarretta ci scrive:

"Il contratto del governo italiano gialloverde prevede di opporsi agli accordi di libero scambio stile Ttip (Ue-Usa) e Ceta (Ue-Canada). Il ministro dell'Agricoltura, Gian Marco Centinaio, ha evocato la possibilità di rinnegare la posizione anti Ceta martedì quando a Bruxelles ha detto che il governo è 'tendenzialmente contrario' ma 'se serve alle aziende italiane siamo pronti a cambiare idea'. La posizione anti Ttip potrebbe essere spazzata via alla riunione informale dei ministri del Commercio di oggi e domani, quando l'Italia sarà chiamata a esprimersi sulla richiesta della Commissione di ottenere un mandato per negoziare con gli Usa un 'mini Ttip'.

Per allentare le tensioni commerciali con l'America, ed evitare la minaccia di dazi nel settore automobilistico, Juncker ha proposto a Donald Trump di concludere un accordo di libero scambio limitato ai prodotti industriali. L'obiettivo è eliminare dazi e valutazioni di conformità sulle merci.

La commissione Commercio dell'Europarlamento ha già detto sì, anche se con una maggioranza risicata (21 a favore, 17 contrari, 1 astensione). M5S e Lega hanno votato contro, insieme con qualche socialista tedesco e francese già in campagna elettorale.

Da qui al 2032, le esportazioni europee dovrebbero aumentare dell'8 per cento, per un valore di 27 miliardi. A guadagnarci di più sarebbero i settori manifatturieri italiani, dominati dalle Pmi. Oggi, infatti, gli Stati Uniti applicano dazi molto più bassi su macchinari e chimica, dove la Germania è il primo esportatore, rispetto a calzature (fino al 48 per cento), abbigliamento (fino al 32) o alle ceramiche (fino al 28). Grazie al mini-Ttip, le esportazioni dell'Ue nel settore dell'abbigliamento potrebbero aumentare del 110 per cento, contro il 7 per cento nel settore dei macchinari".

Quel che abbiamo letto e commentato in questi giorni:

• Stando ai sondaggi – @GregSorgi si è avventurato nei numeri – il grande exploit del sovranismo potrebbe non esserci. Soltanto Lega e Afd guadagnano punti, tanti, rispetto al 2014. Per gli altri, la differenza non sarà di certo enorme. A tutti gli allarmisti, diciamo: calma.

• L'Italia guida l'Europa nel consenso ai populisti, dice l'Autoritarian Populism Index 2019, uno studio condotto ogni anno dal think tank svedese Timbro e dall'Epicenter network dell'Istituto Bruno Leoni.
• La nuova Commissione diventerà operativa a novembre, ma intanto i commissari attuali fanno progetti.
• Se ci facciamo battere da Vladimir Putin è tutta colpa della geografia, scienza che lui conosce bene e che noi non studiamo più. Almeno così la pensa Laurent Chalard geografo del European Center for International Affairs.
• Perché fingere di andare d'accordo se non è vero? Un'altra (bella) analisi su quel che non va tra l'Europa e l'America.
• Ci sono state le celebrazioni dei cinque anni dalla protesta di EuroMaidan, la piazza ucraina che sventolava bandiere europee. La guerra c'è ancora, e la piazza si è sentita tradita.
• Angela Merkel ci mancherà, anzi ci manca già. Però ci ha fatto bene vedere che la cancelliera tedesca non si costringe più a farsi piacere certe cose, tipo il carnevale.
• Visto che abbiamo cominciato questa newsletter a San Valentino, questo è il miglior augurio che abbiamo ricevuto: se cercate l'amore vero, che duri almeno quanto è durata Merkel.

 

Per il nostro secondo appuntamento, è tutto.

A tutti quelli che ci hanno chiesto se, nel nostro raccontare l'Europa,

prevarrà "il lato porn" o "l'amore", rispondiamo:

Ci si iscrive qui.

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