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La May ha un piano in tre mosse per far approvare il suo accordo a una settimana dall’uscita dall’Ue 

Brexit a perdifiato. Così la premier britannica prova a conquistare il Dup, i brexiteer e i laburisti. Probabilità di successo: 50 per cento. Rischio: no deal

16 Febbraio 2019 alle 06:00

La May ha un piano in tre mosse per far approvare il suo accordo a una settimana dall’uscita dall’Ue 

Foto LaPresse

Bruxelles. Incurante dell’ennesima umiliazione subita giovedì ai Comuni, Theresa May intende portare il suo paese sull’orlo del precipizio della Brexit, al punto che le sorti del Regno Unito rischiano di giocarsi nell’ultima settimana prima del 29 marzo, quando potrebbe essere troppo tardi per fermare un’uscita disordinata dall’Unione europea senza accordo. Malgrado la bocciatura della mozione presentata dal suo governo, con un intimidatorio voto negativo dei brexiteer dell’European Research Group (Erg), May ha deciso di andare avanti come se nulla fosse e di far correre l’orologio della Brexit. Il piano B prevede di tentare di negoziare con Bruxelles qualche modifica cosmetica al backstop irlandese e il 26 marzo – appena 3 giorni prima dell’uscita – mettere la Camera dei Comuni di fronte a un’alternativa: o il “mio deal” o il “no deal”.

   

Se Westminster si piegherà – cioè se il Partito democratico unionista (Dup) nordirlandese, una ventina di brexiteerdell’Erg e una ventina di laburisti sosterranno l’accordo della premier – la May chiederà all’Ue una proroga tecnica di un paio di mesi per permettere la ratifica formale dell’accordo e l’adozione della legislazione. Ma “è una strategia molto rischiosa” che “può saltare”, spiega al Foglio un ambasciatore di uno stato membro: “Richiede sangue freddo e il controllo del Parlamento”. Viste le ripetute sconfitte delle ultime settimane, a Bruxelles molti dubitano che la May abbia la capacità di riprendere in mano una solida maggioranza ai Comuni. Secondo l’ambasciatore, c’è comunque un 50 per cento di probabilità che la May abbia successo. Al 30 per cento si va verso una proroga della Brexit per consentire elezioni o il negoziato su un’unione doganale. Ma rimane un 20 per cento di probabilità di “no deal” accidentale. Negli ultimissimi giorni di marzo, la May “potrebbe non riuscire a cambiare la data del 29 marzo” facendo precipitare il Regno Unito giù dal precipizio. 

    

L’appuntamento europeo decisivo per la May sarà il vertice dei capi di stato e di governo del 21 e 22 marzo. La premier britannica si è convinta di riuscire a tornare a casa con qualche concessione minima dai leader dell’Ue a 27, ma che permetta ai tabloid di titolare “capitolazione di Bruxelles sul backstop irlandese”. In questo modo la May tornerebbe trionfante a Londra e il via libera dei Comuni il 26 marzo diventerebbe una specie di formalità. Ma le tappe per avvicinarsi al trionfo del tatticismo della May sono altrettanto importanti. Mercoledì il premier britannico tornerà a Bruxelles per un faccia a faccia con il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker. Quel che conta davvero è l’incontro lunedì tra il suo ministro della Giustizia, Geoffrey Cox, e il capo negoziatore dell’Ue, Michel Barnier. I due devono trovare un modo per permettere a Cox di modificare il parere legale sul backstop irlandese, che lo scorso dicembre aveva scatenato le ire dei brexiteer e del Dup nordirlandese perché ufficializzava quel che tutti sapevano ma nessuno poteva dire: la polizza di assicurazione per evitare il ritorno della frontiera tra Irlanda e Irlanda del nord (con un’unione doganale e un allineamento normativo sull’Ue) rischia di imprigionare il Regno Unito per sempre, anche se il backstop è formalmente temporaneo perché ha vocazione a scomparire una volta che sarà trovata una fantomatica altra soluzione.

     

Tutto si giocherà su dettagli insignificanti dell’accordo di ritiro e modifiche più sostanziali alla dichiarazione politica sulle relazioni future, con un’enfasi particolare sull’unione doganale che renderebbe il backstop meno indispensabile. Se ci saranno sufficienti movimenti da parte di Londra sull’unione doganale – obiettivo che Jeremy Corbyn sembra condividere – l’Ue potrebbe anche accettare di inserire una nota al protocollo sul backstop irlandese, così da rendere il tutto un po’ più giuridicamente vincolante, senza però modificare l’accordo di ritiro. Cox è la chiave per convincere il Dup. La nota al protocollo è la chiave per rimettere in riga l’Erg. L’unione doganale è la chiave per conquistare qualche laburista. L’operazione dovrebbe concludersi al vertice del 21 e 22 marzo, con un’intesa all’alba, all’ultimo minuto utile, che permetta di salvare la faccia a tutti e di evitare danni per tutti. Nel frattempo, però, l’Ue ha imparato a non fidarsi e senza drammi guarda al precipizio in cui la May rischia di gettare il suo paese. “A forza di prepararsi ci si sta abituando al no deal”, spiega un’altra fonte: i danni per l’Ue ci saranno, ma i 27 si stanno rendendo conto che i rischi sono più contenuti di quanto preventivato. “E’ meno vero nel Regno Unito dove ci si prepara molto di meno”.

David Carretta

Corrispondente a Bruxelles per Radio Radicale. Da nove anni copre le istituzioni europee e altri eventi internazionali e cura una rassegna della stampa internazionale. Dal 2004 collabora regolarmente con il Foglio, scrivendo di Europa, Nato, relazioni transatlantiche, politica francese e Belgio. E' stato militante radicale, assistente al Parlamento europeo e tesoriere di Non c'è Pace senza Giustizia. Dopo un decennio a contatto con le istituzioni europee, il suo euro-entusiasmo si è trasformato in euro-realismo: l'Europa è quello che è, ma se non ci fosse bisognerebbe inventarla. Così anche per i radicali.

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