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Una scrittrice inglese ci spiega come sfidare la Brexit con un nuovo passaporto

Kate Connolly ha preso la cittadinanza tedesca “per restare europea”. Tra consigli della nonna, vecchi attriti e l’ambizione di essere cittadini del mondo

23 Febbraio 2019 alle 06:00

Sfidare la Brexit con un nuovo passaporto

"Non sono come lasciarti". Lo striscione dei manifestanti anti-Brexit a Londra (Foto LaPresse)

“Un passaporto britannico è un biglietto vincente alla lotteria della vita”. La citazione viene da Cecil Rhodes, icona di quel colonialismo imperiale di cui i liberal si vergognano moltissimo e a cui i brexiteers di solito ripensano con un sospiro nostalgico, ma di questi tempi neppure la vecchia regola vale più: l’ambìto documento di viaggio, che presto tornerà a essere blu per la gioia delle anziane signore del Regno, comincia a stare stretto a molti. A tutti quelli che da mesi fanno la fila al consolato irlandese per tornare al passaporto dei loro nonni e a chi, come Kate Connolly, corrispondente del Guardian a Berlino, ha deciso di guardare al futuro. Di diventare tedesca, di restare europea. Di prendere una nuova nazionalità per mantenere il suo mondo intatto e spiegare le sue ragioni e quelle, assai oscure, del suo paese d’origine ai suoi nuovi connazionali teutonici – ne ha sposato uno, d’altronde, e ci ha pure fatto due figli – in un libro, “Exit Brexit: come sono diventata tedesca”, pubblicato da Hanser.

 

Il testo ha il sapore delle confessioni fatte alla fine di una serata difficile: è in tedesco, parla ai tedeschi e non intende perdere tempo dietro alle questioni di lana caprina dietro cui gli inglesi si sono nascosti per giustificare una perdita di prospettiva vertiginosa. Dice quello che bisogna dire, e se mai verrà tradotto in inglese e toccherà cambiare qualcosa per non infiammare gli animi, pace. La Connolly ha quarantasette anni e quel senso dell’umorismo che racchiude l’anima del suo paese come una tazza di tè. Sebbene prima lavorasse al Telegraph, dove la sensibilità euroscettica è presente in una versione meno sguaiata ma robusta almeno quanto quella dei tabloid, è stata colta alla sprovvista dalla Brexit. Non se l’aspettava mica che tutte le famiglie del paese fossero spaccate come la sua, come se si fosse tutti in una grande stanza degli specchi in cui un dubbio, un’antipatia o un radicato scetticismo si sommano fino a comporre un 52 per cento e una svolta storica irreversibile.

 

Il libro “Exit Brexit: come sono diventata tedesca” ha il sapore delle confessioni fatte alla fine di una serata difficile

Kate Connoly, la corrispondente da Berlino del Guardian

 

“La vita deve essere stata troppo facile e divertente per la gente middle class di una certa età, sono andati a cercare un po’ di emozioni, hanno voluto giocare alla guerra senza tutti gli inconvenienti, il sangue, gli sfollamenti”, spiega. Nel suo libro ha raccontato quel sentimento che con l’Europa non ha nulla a che vedere – nella stessa parola “Brexit” l’Unione europea non c’è, è un neologismo che parla soltanto di un paese che sbatte la porta come un adolescente arrabbiato – rispondendo alle richieste di un pubblico tedesco che si interroga, che vuole capire. E che fino all’altroieri, come osservava Wolfgang Münchau sul Financial Times qualche giorno fa, si è raccontato la favoletta dell’errore di valutazione a cui i britannici non vedevano l’ora di porre rimedio tra manifestazioni oceaniche (ma tanto cosmopolite e distinte da sembrare, secondo qualcuno, la fila ai saldi di Waitrose, noto supermercato delle élite) e secondi voti ormai imminenti. Salvo poi riconoscere, con sgomento e tristezza, che sì, questa cosa brutta e insensata sta davvero succedendo: Auf Wiedersehen! Goodbye!

  

“Quando ho preso il passaporto ho scritto una cosa breve per la Süddeutsche Zeitung, poi mi ha contattato un agente, volevano qualcosa di più lungo, pensavo fosse una traccia troppo debole ma alla fine ho scritto 280 pagine perché ho capito che ai tedeschi interessava davvero”, dice la Connolly, curiosa a sua volta di sapere come vanno le cose a Londra. “Dopo il referendum chi fa il passaporto britannico lo fa per convenienza, per pragmatismo, mentre per me e per le altre migliaia di persone che sono diventate tedesche si tratta di non rinunciare a una parte della propria identità: io sono europea, una nuova tedesca, una vecchia inglese”.

 

E agli amici di Berlino che le chiedono se qualora la Brexit non si facesse più lei restituirebbe il passaporto, Kate spiega che no, che lei non se ne va, non esce, quello che è fatto è fatto, da brava inglese. “Voi sottovalutate quanto questa frase sia importante per la nostra psiche nazionale, è la classica cosa che ti dicono le nonne, quel che è fatto è fatto, tanto che io conosco molte persone che erano contro la Brexit e che ora ritengono che sia giusto che avvenga, perché quel che è fatto è fatto”. Le nonne sono importanti in questa Brexit, perché loro hanno sofferto durante la guerra e il valore della pace lo conoscevano. Il nonno di Kate si è portato indietro una copia del Mein Kampf dalla guerra per non dimenticare mai, e invece i suoi figli hanno dimenticato, hanno dato per scontato la pace e la stabilità.

 

Scegliere una patria, un’altra patria, è una necessità se vuoi sentirti radicato. Anche se l’odore di casa sa di aceto sulle patatine fritte

In Germania no, dimenticare non è possibile. “L’identità tedesca è molto legata a quella europea perché l’Europa ha salvato i tedeschi da loro stessi. Per i britannici è il contrario, non capiscono gli universi paralleli e la gratitudine che c’è per l’Europa”, prosegue la giornalista, che invece ha sempre vissuto con l’immagine del muro di Berlino che cadeva e di un’Unione europea in grado, tra mille difetti errori sbagli debolezze, di “raddrizzare i torti della storia”.

  

Aveva 18 anni nel 1989 e all’epoca gli studi europei erano un “tema sexy da studiare all’università”, erano gli anni della Comunità economica europea in cui tutto sembrava economico e, in fondo in fondo, l’idea che “fino a quando i paesi hanno scambi commerciali non si fanno la guerra” aveva preso piede nel Regno Unito, mentre i cuori tedeschi palpitavano romanticamente per la pace e la fine di un incubo. E cosa si è rotto, che cosa è cambiato? “Che i britannici sono in fuga, litigano da soli, hanno nostalgia dell’impero come si è detto spesso”, spiega la Connolly. La spiegazione è di quelle semplici ma vere: le migrazioni degli ex soggetti dell’impero parlano di gloria passata e vengono accettate, quelle degli europei mettono in discussione, creano rabbia.

 

Mentre a Londra sono state già organizzate cene, appuntamenti dal medico, feste di compleanno di bambini per il mese di aprile, tutto il resto è avvolto nel mistero e nell’incertezza: nel paese del “save the date”, c’è soltanto una scritta sull’agendina, Brexit, il 29 marzo alle 11 di sera, come fosse un appuntamento al buio con il destino. Chissà come sarà, questo destino, speriamo spigliato e di bell’aspetto. Ma comunque una cosa è certa, per la Connolly: anche se fosse orribile, nessuno cambierà idea. “Ma figurati, neanche nelle famiglie dove ci si ama e si cerca di convincersi a vicenda la gente cambia idea! E’ da ingenui pensarlo! Hai mai visto un inglese rimandare indietro un piatto al ristorante dopo aver scoperto che era cattivo, crudo, sbagliato, deludente? No, noi andiamo avanti, ce lo mangiamo e magari troviamo pure un modo per elogiarlo, e questo stiamo facendo al momento, come sempre. Come fosse una catastrofe naturale, l’alluvione, la tempesta. Quello che è fatto è fatto”. Le nonne hanno vinto, ma per la ragione sbagliata.

  

“L’identità tedesca è molto legata a quella europea perché l’Europa ha salvato i tedeschi da loro stessi. Per i britannici è il contrario”

E pazienza che dalla Germania siano arrivati gli appelli più accorati, anche i più “naif” volendo, per chiedere ai britannici di ripensarci: l’isola è chiusa per inventario, sta cercando la sua anima. “Nessuna scelta è irreversibile, la nostra porta resterà sempre aperta!”, hanno scritto Annegret Kramp-Karrenbauer e un manipolo di imprenditori e politici in una lettera al Times, e se dietro i toni passionali, così inconsueti, non è difficile sentire il rombare dei macchinari industriali che temono di doversi fermare davanti alla chiusura del vorace mercato britannico – 6,6 per cento di export – fa comunque un certo effetto vedere come gli intransigenti, questa volta, siano gli inglesi. Quanto dell’eurofobia inglese sia in realtà germanofobia malcelata è una domanda più che legittima. “La pancia del paese è la radio LBC, Leading Britain’s Conversation, affascinante e ripugnante. Ci vanno Nigel Farage e gli altri e se la ascolti anche tu per un po’ finisci col pensare che la colpa della Brexit sia di Angela Merkel”, spiega la Connolly.

 

Sentimenti antitedeschi di oggi e di ieri si mescolano, nell’animo schematico del brexiteer, che continua a citare l’evento di capodanno a Colonia 2016, le violenze sulle donne da parte di immigrati alla stazione, come uno dei fatti più rappresentativi del tipo di progetto europeo che la cancelliera tedesca e il presidente francese Emmanuel Macron hanno in mente. “L’Europa avrebbe potuto fare di meglio, ma in Germania tutto quello che viene finanziato con fondi dell’Ue ha una bella bandiera azzurra con le sue stelline gialle che sventola felice, mentre nel Regno Unito è tanto se ne trovi una piccola e nascosta sotto un annuncio della bacheca”, e insomma, vogliamo stupirci che la gente ne faccia un leviatano caricaturale da odiare a prescindere? “Verso i tedeschi ci sono il vecchio risentimento e la nuova invidia, dopo i mondiali di calcio del 2006 la Germania è diventata un altro paese, nuovo, diverso, anche lì la stampa popolare esiste eccome, ma nessuno sta dicendo ai britannici ‘andatevene via’”, osserva la Connolly.

 

Non è solo quello. Se gli inglesi giocano alla guerra, il nemico archetipico ha sempre lo stesso volto nel paese in cui Filippo d’Edimburgo veniva chiamato “l’Unno” dalla regina madre – un soprannome che la stampa popolare ha adottato spesso – e le sorelle sposate con nazisti non venivano invitate al royal wedding perché va bene che i simpatizzanti c’erano pure in casa, ma era meglio non esagerare. Sono “frenemies”, Londra e Berlino. “Se conosci la storia non puoi avere troppi passaporti”, dice Kate citando un programma di Philip Sands, avvocato per i diritti umani e autore di un documentario in cui segue le vicende di due figli ormai ottantenni di gerarchi nazisti, “My Nazi Legacy”. Sul Guardian, Sands ha scritto che la sua riforma ideale sarebbe quella di imporre “oltre ai passaporti nazionali, un passaporto globale” per lasciar svanire lo strapotere di quel documento e dell’identità che rappresenta. L’Europa è questo e la Connolly, con il suo passaporto tedesco, ha voluto rimanere in quell’orbita lì, come tanti prima di lei. Stefan Zweig, nel “Mondo di ieri” scrive di “aver addestrato il cuore a battere come quello di un cittadino del mondo”. L’Europa era la risposta, sempre che la Brexit non ne segni la dissoluzione.

 

“Ma figurati, neanche nelle famiglie dove ci si ama si cambia idea! Hai mai visto un inglese rimandare indietro un piatto al ristorante?”

Tra gli errori dell’incredibile galoppata verso il disastro che è stato il primo anno di Theresa May a Downing Street, prima che le elezioni lampo ne arrestassero la corsa e la portassero a liberarsi di consiglieri ribaldi come Nick Timothy, c’è stata una frase pesante, una di quelle che resteranno nei libri di storia come etichette di un’epoca: “Se pensate di essere cittadini del mondo, non siete cittadini di nessun luogo”. Quella grande parrocchia cosmopolita che è sempre stata Londra ha reagito molto male al tentativo della figlia del vicario di ritagliare una porzione piccola piccola di paese, altro che linee rosse, e concentrarsi solo su quella, attaccando chiunque non viva nel proprio comune di nascita. Roba che pure David Goodhart, autore di “The Road to Somewhere”, libro fondamentale per capire la May, avrebbe suggerito un po’ di moderazione: svenevolezze liberal a parte, davvero vogliamo mettere insieme banchieri e camerieri?

 

L’eccesso di apertura non va sottovalutato, anche a Berlino si lamentano del fatto che non si parli più tedesco nei bar, ma quella britannica non era una battaglia di pragmatismo, non lo è mai stata. “David Cameron aveva pure ragione, i servizi erano davvero sotto pressione nel Regno Unito, ha mollato troppo presto, i suoi argomenti riecheggiavano quelli di molti governi europei contro la libera circolazione, si sarebbe potuta trovare un’altra soluzione”, prosegue la Connolly. Anche per questo Paul Taylor, capo del desk Europa di Reuters, ha voluto diventare francese. Non avendo potuto votare al referendum del 2016 perché, come circa 5,5 milioni di connazionali, viveva all’estero da troppo tempo, più di quindici anni, in base a una legge voluta da Tony Blair, ha deciso di farsi “pienamente cittadino di nessun luogo”. Ha spiegato che avrebbe scelto l’imperfetta Francia anche se avesse vinto Marine Le Pen, “perché da cittadino puoi fare campagna e votare contro di lei”, invece di essere “un osservatore sgomento” come il Regno Unito l’ha costretto a essere. Scegliere una patria, un’altra patria, è una necessità se vuoi sentirti radicato. E che l’odore di casa sia quello dell’aceto sulle patatine fritte o quello di un bratwurst sfrigolante non si sa. Te li porterai comunque dietro, saranno sempre con te.

Cristina Marconi

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