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Sulla Brexit si finirà con la proroga dell’articolo 50. Ma per quanto tempo?

Sei settimane per raggiungere un accordo tra la May e i Comuni, altrimenti il premier sarà obbligato a chiedere di rinviare l'uscita della Gran Bretagna dall'Ue o revocarla in caso di rifiuto di Bruxelles

15 Gennaio 2019 alle 06:00

Sulla Brexit si finirà con la proroga dell’articolo 50. Ma per quanto tempo?

Foto LaPresse

Bruxelles. La probabile bocciatura dell’accordo di Theresa May oggi da parte della Camera dei Comuni inglese aprirà la strada a un rinvio dell’uscita del Regno Unito dall’Unione europea oltre il 29 marzo o a uno scenario ancora più estremo come la revoca della Brexit. È con questa minaccia che il premier britannico ieri ha cercato di convincere un centinaio di parlamentari ostili a sostenere il suo accordo in vista del voto significativo di questa sera. in un discorso a Stoke-on-Trent, la città più brexiter del Regno Unito. Ma i discorsi e le manovre non hanno portato frutti. Nemmeno la pubblicazione di una lettera di chiarimenti della Commissione, nella quale in quattro fitte pagine l’Ue ribadisce tutto quello che già si sapeva (l’accordo non si tocca compreso il backstop sulla frontiera irlandese, che è temporaneo ma potrebbe durare per sempre) ha modificato l’aritmetica e la dinamica anti May. Ed è ricominciata l’emorragia di ministri junior dal governo. Così un gruppo di remainers conservatori si è messo a preparare l’ultima imboscata per restituire il controllo della Brexit al Parlamento: sei settimane di tempo per raggiungere un accordo tra la May e i Comuni su come procedere, altrimenti il premier sarà obbligato a chiedere di rinviare la Brexit o revocarla in caso di rifiuto dell'Ue.

  

La revoca della Brexit per ora è lo scenario più improbabile, anche se la Corte di Giustizia dell’Ue ha riconosciuto al Regno Unito il diritto di farlo unilateralmente fino all’ultimo minuto. Il rinvio della partenza, invece, è già previsto dall’articolo 50 del Trattato che regola le procedure di uscita di uno stato membro. I due anni di negoziati possono essere prolungati, ma “serve la richiesta del Regno Unito e l’approvazione unanime dei 27”, ricorda al Foglio una fonte comunitaria. Sul piano politico, l’Ue è disponibile a una proroga tecnica di qualche mese, per consentire alla classe politica britannica di chiarirsi le idee. Per riaprire la sostanza dei negoziati – l’Ue è pronta a discutere la permanenza nell'unione doganale o l'adozione del modello Norvegia – servirebbe “più tempo e un cambiamento politico maggiore”, dice un’altra fonte: un nuovo governo, elezioni anticipate o un secondo referendum Brexit. L’incognita è dunque la durata della proroga dell'articolo 50. Il rischio è che sia usata a Londra per ragioni tattiche. “Ancora una volta sono i britannici a doverci dire cosa vogliono fare con la proroga dell’articolo 50 e per quanto tempo”, spiega la seconda fonte. La durata di un’eventuale proroga avrebbe ripercussioni significative sul calendario politico dell’Ue, in particolare le elezioni europee di maggio e il negoziato sul bilancio pluriennale che dovrebbe concludersi in autunno.

   

Sul bilancio il problema è il veto che avrebbe il Regno Unito su entrate e spese dei 27 dopo la sua partenza: in caso di proroga oltre il 2020, l’Ue dovrebbe rimettersi a fare tutti i calcoli aumentando il conto della Brexit. Sull’Europarlamento, invece, l’Ue ha già la soluzione pronta. In una decisione del giugno 2018 sulla ripartizione dei seggi dell’Europarlamento post Brexit, i 27 hanno stabilito che “nel caso in cui il Regno Unito sia ancora uno stato membro dell’Unione all’inizio della legislatura 2019-2024, il numero dei rappresentanti al Parlamento europeo eletti per ciascuno stato membro che si insedieranno sarà quello” attuale” fino a quando il recesso del Regno Unito dall’Unione non sarà divenuto giuridicamente efficace”. Il Regno Unito dovrebbe organizzare elezioni oppure nominare gli europarlamentari se la proroga è di meno di 6 mesi. Solo una volta formalizzata la Brexit, gli eurodeputati britannici decadrebbero e l’Europarlamento passerebbe da 751 a 705 seggi con una ridistribuzione tra alcuni stati membri. Come sempre con questo divorzio, è a Londra che si deve decidere che cosa si vuole fare per davvero.

David Carretta

Corrispondente a Bruxelles per Radio Radicale. Da nove anni copre le istituzioni europee e altri eventi internazionali e cura una rassegna della stampa internazionale. Dal 2004 collabora regolarmente con il Foglio, scrivendo di Europa, Nato, relazioni transatlantiche, politica francese e Belgio. E' stato militante radicale, assistente al Parlamento europeo e tesoriere di Non c'è Pace senza Giustizia. Dopo un decennio a contatto con le istituzioni europee, il suo euro-entusiasmo si è trasformato in euro-realismo: l'Europa è quello che è, ma se non ci fosse bisognerebbe inventarla. Così anche per i radicali.

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Commenti all'articolo

  • Giovanni Attinà

    15 Gennaio 2019 - 12:12

    Ma la signora May non sarebbe ora che decidesse l'indizione di un latro referendum: spiazzerebbe anche il partito laburista? Non ci vogliono strategie e marchingegni diversi. Cameron è scomparso politicamente con l'indizione del referendum, la May potrebbe "risorgere" con lo stesso partito conservatore.

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