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Rotatoria dannata

Il cerchio vale oro, ma il simbolo araldico della Padania è ora ictus democratico in Europa, tra gilet e Brexit

Maurizio Crippa

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crippa@ilfoglio.it

9 Gennaio 2019 alle 06:00

Rotatoria dannata

Foto Pixabay

Inteso come simbolo alchemico, il cerchio vale oro. Come simbolo universale, niente come l’inarrestabile giro della forma che compie se stessa parla di amore, armonia, condivisione tra diversi. Per ogni figlio di Albione, la Tavola rotonda evoca l’età dell’oro, quando a governare erano i saggi e non gli stolti. Più banalmente, il simbolo che indica la rotazione circolare è per tutti la mano che ci guida dolcemente (dolcemente viaggiare / evitando le buche più dure) a immissioni virtuose nel traffico. Come è potuto avvenire che tutto ciò sia diventato segno della discordia, non è facile a dirsi.

  

Prendete la Brexit. Come raccontiamo con miglior dettaglio qui, hanno fatto un esperimento folle, o comico. Anzi destinato a confermare “per l’ennesima volta l’immagine di una nazione un tempo orgogliosa che ha completamente perso la testa”, ha scritto l’Independent. Hanno messo in fila un’ottantina di Tir, come accadrà davvero quando, a Brexit dura compiuta, dovranno controllarli tutti alla dogana di Dover (anzi saranno molti di più), per vedere quanto tempo ci mettono a infilarsi fluidi in una bretella autostradale. Non esattamente su una rotatoria: ma l’ampio gesto degli avantreni che divorano la lingua curva dell’asfalto, nelle foto, dimostra bene la perfezione del sistema circolatorio che l’uomo ha saputo creare per far camminare i diversi e sviluppare i traffici: circolate in un solo senso, farete prima che mettendo stupide barriere. Volevano dimostrare che andrà tutto bene, ma il risultato è che se passasse la Brexit sarebbe un ingorgo permanente, un casino. Per colpa di una banda di populisti.

  

      

Ed eccoci qua. Simbolo alchemico dell’età dell’oro un par di balle, i rond-point francesi, dove sfrecciavano Tir carichi di camembert o di huîtres della Bretagna, di giallo oro ormai hanno solo i gilet. Sono diventati il crocevia del caos. Dall’ordine cosmogonico al blocco stradale all’ictus democratico, il passo è breve. Tant’è che ora i più raziocinanti cominciano a dire: “Non possiamo passare il resto della nostra vita per strada sulle rotatorie”. Tocca trovare una via d’uscita. Il determinismo storico non esiste, ma lo zampino del diavolo sì, e sta nei simboli.

 

O non ci ricordiamo che le “rotonde” – vulgaris padano per rotatoria – sono la cifra antropologica, lo stemma araldico della Padania? Della Padania indipendentista di Bossi, ma pure di questa tutta rutti di Salvini? Insomma di quel mare piatto di PM10 e capannoni in cui corrono solo i bisonti della strada, la “Capannonia” del geniale Michele Serra (“Le rotonde sono milioni, da queste parti. Produciamo rotonde”). Anni fa furono protagoniste di un bel libro fotografico che ne ritraeva di ogni foggia e misura: complete di istallazione simil-arte, di aiuola sfiorita, di montagnetta cespugliosa a impedimento visivo. Negli slarghi più stretti, in Padania, ne hanno inventate addirittura di ovali. Un delirio totemico destinato a far correre le merci di tutti i padroncini e le partite Iva che qui o in Europa hanno bisogno di lavorare e star dietro alla concorrenza. Un totem che però ha sempre provocato un certo ribrezzo nelle élite che le guatano dalla prima classe dei Frecciarossa, o che si fermano ordinate ai semafori a led dei centri storici, col motore elettrico che non inquina, mentre ai rond-point di tutta Europa sgasano e scatarrano i Tir degli incazzati impoveriti. Forse le rotatorie sono nate per questo: diventare i luoghi della rivolta contro le élite da pista ciclabile. Ora sono diventate un campo di battaglia, Macron no pasará. E tu vieni avanti, brexitino: l’Europa è un brutto ingorgo.

Maurizio Crippa

Maurizio Crippa

Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini

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Commenti all'articolo

  • stearm

    09 Gennaio 2019 - 14:02

    Se parlate con qualche elettore leghista in Veneto o nella Lombardia rurale e gli chiedete cosa ha fatto la Lega in trent'anni per il bene comune, vi parlerà con commozione delle rotonde. Il vuoto del popolo produce il vuoto della politica e anche il vuoto delle rotonde, perchè quando non c'erano le rotonde agli incroci, ai lati dei semafori c'era il baretto, il fruttivendolo e il macellaio...

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