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I gilet gialli inglesi

Le urla fuori dal Parlamento, le ceneri degli indipendentisti dell’Ukip, gli innominabili della galassia di estrema destra. La Brexit del "no deal" è catarifrangente

10 Gennaio 2019 alle 09:53

I gilet gialli inglesi

foto tratta dal profilo Twitter di @JGoddard230616

 

Lui è James Goddard, uno dei leader dei gilet gialli britannici. “Volete la guerra? Vi darò la guerra”, dice bloccato dalla polizia dopo aver avvicinato e insultato assieme ad altri yellow vest fuori da Westminster Anna Soubry, deputata del Partito conservatore da sempre sostenitrice della causa europeista. E per questo è stata accusata dai manifestanti di non fare gli interessi del popolo britannico e bollata come “bugiarda” e “nazista” (e durante della diretta della BBC si è sentito chiaramente).

 

 

Goddard è uno dei leader della protesta ispirata ai movimenti francesi e declinata oltremanica a favore del “no deal”. È lui a organizzare e trasmettere sui social network le manifestazioni davanti a Westminster contro il piano Brexit del premier Theresa May (sul quale la Camera dei Comuni si esprimerà martedì 15 gennaio): in queste adunate si bruciano libri, si gridano slogan un po’ razzisti, si incita alla rivolta contro l’establishment, si offendono e insultano giornalisti e deputati. Anche Femi Oluwole, giovane britannico di origini nigeriane a capo di un movimento europeista che vuole fermare la Brexit, e Owen Jones, attivista di sinistra vicino a Jeremy Corbyn e nient’affatto dolce verso l’Unione europea, sono finiti nel mirino di Goddard e dei suoi.

  

  

L’ultradestra aveva sfilato a Londra “contro il tradimento della Brexit” lo scorso 9 dicembre, il giorno prima che Theresa May rinviasse il decisivo voto sul suo accordo. Tra bandiere dell’Ukip e Union Jack, slogan a favore del “no deal” e contro gli “eurocrati”, la polizia ha dovuto intervenire per evitare incidenti con una contromanifestazione promossa in contemporanea da Momentum. I ragazzi del movimento della sinistra giovanile del Partito laburista, e di cui Jones è uno dei leader, urlavano cori “No a Tommy Robinson”, “No al razzismo”, “No al fascismo”. E nel tweet con cui ha raccontato il faccia a faccia con Goddard e i suoi, Owen Jones sottolinea un dettaglio importante sul leader degli yellow vest definendolo un fan di Tommy Robinson, l’organizzatore del 9 dicembre.

 

Tommy Robinson è lo pseudonimo dietro cui si nasconde il trentaseienne Stephen Christopher Yaxley-Lennon, testa calda con diversi precedenti penali (e 13 mesi in carcere), a capo dell’English Defence League, un partito islamofobo di estrema destra che anima il fronte euroscettico più duro del Regno Unito. Così duro che il suo ingresso come consulente nell’Ukip, il partito che della Brexit ha fatto la sua unica ragione di vita, ha causato l’esodo di numerosi esponenti di spicco, tra cui il leader storico e uomo simbolo Nigel Farage e Paul Nuttall, anch’egli in passato a capo della formazione euroscettica.

 

La nomina a consulente è stata imposta dall’attuale leader dell’Ukip, Gerard Batten. Lo stesso con cui Goddard, come ha raccontato una prima pagina del Daily Mail, si è fatto fotografare in occasione di una manifestazione a giugno per chiedere la scarcerazione di Robinson (occasione in cui Goddard tenne un discorso in cui dipinse il Regno Unito come un Paese governato da "infami pedofili"). Lo stesso Batten che, secondo quanto raccontato dal Sun, ha in mente un piano per cambiare le regole del partito, che vietano a ex membri dell’English Defense League e del British National Party di prendere la tessera dell’Ukip, e spianargli la strada verso la leadership dopo le sue dimissioni, attese prima delle primarie previste in aprile.

 

Sbattendo la porta, Farage ha accusato Batten di essere “in fissa” per Robinson e le sue affermazioni e incitazioni all’odio contro l’islam, tanto da “chiudere un occhio verso l’estremismo”.

 

 

Robinson, grazie al sostegno di organizzazioni dell’alt-right (soprattutto il sito canadese Rebel Media), sta pianificando, ha rivelato il Sun, un tour mondiale e un nuovo impero mediatico, un po’ come fece l’ideologo del trumpismo Steve Bannon con Breitbart. Due agenzie, la nuova Bubba Mediae la Lennon Consultancy, sarebbero le società attraverso cui accettare le donazioni nel Regno Unito provenienti dal resto del mondo.

 

L’avvento dei gilet gialli nel Regno Unito e di Tommy Robinson nell’Ukip non raccontano soltanto il contagio francese oltremanica. Descrivono anche i cambiamenti dell’Ukip che, vinta la battaglia per il Leave, è ancora alla ricerca di una nuova identità. La Brexit era infatti l’unico tema del partito, descritto per questo dagli scienziati della politica come un single-issue party.

 

Tre mesi dopo il referendum del 23 giugno 2016 Nigel Farage decise di farsi da parte promettendo di esportare la Brexit nel mondo, a partire dall'America e dalla campagna presidenziale di Donald Trump, ma finendo in poco tempo alla conduzione ben retribuita di un programma su LBC Radio. Fu eletta quindi l’eurodeputata Diane James. Ma la sua leadership era troppo debole: durò soltanto 18 giorni e Farage fu richiamato per un interim. A novembre del 2016 toccò a Paul Nuttall, che lasciò dopo le elezioni del 2017, fallito il tentativo di cambiare l’Ukip per portarlo al fianco delle classi operaie deluse dal Partito laburista. Ancora un interim da giugno a settembre, quello di Steve Crowther, poi fu l’ora di Henry Bolton, costretto meno di cinque mesi dopo a lasciare per colpa della fidanzata, l’ex modella Jo Marney, che definì la futura principessa Meghan Markle una “donna di facili costumi”, una “afroamericana” che “macchierà” la famiglia reale con il “suo seme”aprendo la strada a un “re nero”. Da metà febbraio Batten ha assunto l’interim, conquistando ufficialmente la leadership due mesi dopo.

 

Dopo la Brexit, l’Ukip di Batten sembra voler puntare sul lato più oscuro del trumpismo. Basta soffermarsi sui tratti distintivi di Tommy Robinson: è popolare online, grazie al sostegno dei cosiddetti “siti alternativi”, ed è la dimostrazione di come “i movimenti suprematisti bianchi abbiano ottenuto sostegno di massa dai nativi digitali”. È quanto scrive Julia Ebner nell’epilogo di La Rabbia. Connessioni tra estrema destra e fondamentalismo islamista (NR edizioni), raccontando i seguiti di un suo articolo del 2017 sul Guardian. Il giorno dopo la pubblicazione, Tommy Robinson entrò “come una furia” nel suo ufficio assieme a un cameraman per affrontarla in diretta streaming su un sito dell’estrema destra, The Rebel. “Anziché telefonarmi o denunciare il Guardian per diffamazione, Tommy Robinson ha usato il mio articolo come pretesto per ottenere una forma di risarcimento ben più sensazionale”. Benzina per il suo motore d’odio islamofobo e suprematista.

 

Gabriele Carrer

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