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La terza via sovranista

Il mondo capovolto del metodo Orbán, in cui ogni guaio è un capriccio da élite liberale. Reportage

Paola Peduzzi

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peduzzi@ilfoglio.it

22 Gennaio 2019 alle 06:15

La terza via sovranista

Le bandiere ungherese ed europea domenica durante le proteste a Budapest (LaPresse)

Budapest, dalla nostra inviata. Il carretto delle bandiere europee, davanti al centro culturale Várkert Bazár, sotto al castello di Buda, è quasi vuoto: il formato piccolo funziona meglio di quello grande, bisogna ricordarselo per la prossima volta – perché una prossima volta ci sarà, gli animatori delle proteste di Budapest contro il governo stanno già organizzando una nuova mobilitazione. Anche l’idea di Europa, in Ungheria, funziona meglio nella versione piccola: non ci sono tentazioni di “exit”, nemmeno i più radicali si sognano di parlare di un’eventuale uscita dall’Unione europea. Come Viktor Orbán, il premier in lotta con Bruxelles, sta comodo nella grande famiglia europea dei conservatori, il Partito popolare europeo, così l’Ungheria non aspira a fratture clamorose e porte sbattute: restare da sola non conviene, è minuscola, la Russia a est fa paura e il sentimento antisovietico è sempre forte. L’Unione europea è la collocazione perfetta, a una condizione: il rapporto deve restare prettamente economico. L’Ungheria è come una moglie stanca del proprio matrimonio ma per nulla intenzionata a interromperlo fintanto che ha nel portafoglio la carta di credito del marito. Il problema per il marito – che siamo anche noi, che è l’Europa – è che di mogli come l’Ungheria ce ne sono tante, e abitano tutte nell’appartamento a est.

  

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L’Europa vista da qui è un mercato unico che funziona in modo efficiente, è un bancomat che elargisce fondi strutturali consistenti – il 3 per cento del prodotto interno europeo, nel bilancio 2014-2020, va ai paesi dell’est – ed è una comunità economica di cui bisogna per forza, per convenienza, essere parte. Tutto il resto, l’integrazione politica, l’integrazione valoriale, la solidarietà, l’appartenenza, la collaborazione, l’unità di intenti, è nei migliori dei casi poco considerata, nei peggiori rifiutata: l’Europa funziona nella sua versione piccola, di quando era ancora una bambina ed era soltanto un’unione economica. Nel momento in cui si tenta di diventare grandi insieme, di fare il passo ulteriore, in avanti, verso l’età adulta della collaborazione politica – la “closer integration” che ha già fatto saltare i nervi agli inglesi, i quali stanno pagando cara tanta suscettibilità – l’est si fa recalcitrante.

 

Un manuale perfetto dell’illiberalismo, senza il folklore trumpiano né i progetti eversivi putiniani

L’Ungheria guida l’esercito dei recalcitranti, con la retorica carismatica di Viktor Orbán, che ha rimesso in piedi il suo paese dopo la crisi del 2009-2010, che ha costruito un sistema di potere fortissimo, che grazie alla legge elettorale ha il controllo assoluto del Parlamento e che ha un ego così ingombrante che questo paese piccino gli va un po’ stretto. Il contesto europeo, la lotta contro Bruxelles che è diventata lotta contro l’ovest che è diventata lotta contro il liberalismo, è esattamente l’occasione che Orbán stava aspettando. 

 

Assieme allo strapotere è arrivata un’ondata di populismo che ha avuto successo soprattutto nell’est Europa (e in Italia, che sta spostando il proprio baricentro verso quella parte, ignorando il fatto di essere un paese mediterraneo) e che è stata consolidata dall’emergenza immigrazione del 2015: la crisi è finita, ma qui non si sente, non si sa, non si dice. C’è mancanza di manodopera, in Ungheria, molti giovani vanno via, il tasso di natalità è basso, ma il governo, che è molto popolare e che su questa questione intercetta ancora più consenso, ripete che il modello di integrazione europeo non ha funzionato e l’ingresso di immigrati finirebbe per snaturare non soltanto il paese, ma tutto l’est e infine tutta l’Europa. Il ministro per le Comunicazioni e relazioni internazionali di Orbán, Zoltán Kovács, che è stato soprannominato “the big mouth” da Politico Europe, lo ha spiegato in modo preciso al Foglio: “L’immigrazione ha già profondamente cambiato l’Europa, e ora ci sono paesi in cui una civilizzazione mista è ormai inevitabile, si può soltanto discutere di come si fa a coabitare in modo pacifico. Ma nell’Europa centrale non è così, e anzi qui si discute di come prevenire uno sviluppo come quello che già si è realizzato nell’ovest. Le due regioni hanno preoccupazioni completamente differenti, e l’immigrazione le ha allontanate ancora di più. Oggi la civiltà unica dell’Europa rischia di essere sostituita da due diverse civiltà: una civiltà mista che costruisce il proprio futuro sulla coesistenza tra cristianità e islam; e la gente dell’Europa dell’est, che continua a rappresentare l’Europa come una civiltà cristiana”. Per Orbán la frattura tra est e ovest è uno scontro di civiltà.

 

In modo più pragmatico, si può dire che l’Ungheria si è rimessa in piedi grazie al sostegno europeo e che ora non ha alcuna intenzione di fare a meno di questo aiuto. Vuole semplicemente confinarlo ai rapporti economici. Il Monde ha di recente raccontato come l’est sia diventato “il laboratorio economico del populismo” e come in questo esperimento l’Ungheria abbia un ruolo predominante. Nel 2010, il paese era al collasso finanziario – il governo socialista di allora ancora oggi soffre di una scarsissima credibilità perché è considerato il responsabile di quella catastrofe – e sotto l’assistenza del Fondo monetario internazionale quando Orbán arrivò al governo e introdusse le proprie misure a sostegno dell’economia. Negli anni il governo ungherese ha nazionalizzato le casse di previdenza, ha introdotto una “tassa di crisi” su banche, grande distribuzione, telecomunicazioni ed energia, e ha ridotto l’indipendenza della Banca centrale. Ha anche ridotto i lavoratori del settore pubblico del 5 per cento, ha imposto una flat tax del 15 per cento, ha aumentato il salario minimo dell’8 per cento (anche se gli stipendi sono ancora molto bassi e sono la causa principale dell’emigrazione soprattutto giovanile) e ha portato la tassa sulle imposte societarie dal 19 al 9 per cento, trasformando l’Ungheria in un grandissimo affare per le multinazionali (chiedere a molte società tedesche per credere). Un mix di liberalismo (il primo amore di Orbán, ammesso che l’uomo sia capace di passioni oltre che di calcoli furbi e precisi), di nazionalizzazione e di limitata redistribuzione, un modello che fa diventare matti gli esperti di filosofia economica che non sanno più come collocare questo strano ibrido ungherese, ha portato il paese a una certa solidità. Sotto l’ombrello europeo naturalmente, che sarà pure un po’ piccolino, vecchio e strappato, come ripetono ossessivamente Orbán e il suo entourage, ma è stato ed è un “allarme anti incendio” preciso e imprescindibile, secondo la definizione dell’analista polacco Grzegorz Sielewicz. Finché l’Europa non rinnega il suo ruolo di bancomat, l’Ungheria può lanciare le sue offensive al resto del continente, dire che il liberalismo uccide la libertà che si vanta di proteggere, ignorare le micce che si accendono nel paese.

 

Gli esperti di filosofia economica non sanno più come collocare questo ibrido ungherese, tra liberalismo, nazionalizzazione, redistribuzione

Le micce sono ancora piccole al momento, ma riguardano temi strutturali, non capricci da élite liberali inorridite dallo scivolamento verso l’autocrazia da parte del governo Orbán. “Ho iniziato a protestare perché il sistema educativo è molto fragile”, dice Blanka Nagy, la studentessa che è diventata famosa per aver insultato il governo e il presidente, János Áder, dal palco delle proteste antigovernative (useresti ancora gli stessi termini? “Sì, ma non voglio che siano queste parole a definire la mia protesta”. Che cosa ti aspetti di ottenere? “Di essere ascoltata, di dare una opportunità diversa al paese, che si sente soffocato”). Gli investimenti in istruzione sono stati tagliati e molti studenti hanno la sensazione che la loro strada sia già scritta: non esiste un “sogno ungherese”, perché i salari sono bassi e perché il sistema di potere è andato accentrandosi nelle mani di Orbán e dei suoi uomini. Non che il “sogno” sia un concetto particolarmente diffuso sul continente europeo, si tratta di un termine autenticamente americano e in bocca ad altri suona sempre un po’ stonato, ma le prospettive di crescita, individuali e collettive, queste sì fanno parte della visione di un paese, del suo popolo e del suo governo: in Ungheria le aspettative sono basse, molti temono che lo slancio delle proteste sia già finito, ma pochi pensano, al di fuori degli ambienti legati al governo, che l’orbanismo sia una via per stare meglio. Puoi urlare dal palco “merda baffuta” al presidente, come ha fatto Blanka Nagy ricevendo critiche durissime e altrettanto volgari dai commentatori pro governo (che al contrario suo non sono dei ragazzi del liceo su un palco di provincia), ma il dissenso viene poi piegato dalla assenza di opportunità. Un ragazzo alto con i capelli rossi, 25 anni, appassionato di basket, fa ogni giorno avanti indietro dal suo paese – Felcsút, che è lo stesso in cui Orbán ha coltivato la sua passione calcistica, ci siamo incontrati su un autobus vuoto nel mezzo del nulla domenicale delle campagne ungheresi – a Budapest per andare a lavorare in una banca, ma studia da grafico e sogna di andare presto all’estero. “Si guadagna poco e le prospettive sono di guadagnare sempre poco, il clima politico non dà speranze e sul lavoro i capi non danno motivazioni”, dice per spiegare la sua decisione. Sogna la Scozia, lui, è già stato per un po’ di tempo a lavorare lì e ricorda soprattutto “quanto i miei capi mi gratificavano quando raggiungevo i risultati previsti”. Molti giovani sperano di poter andare via dall’Ungheria – è un trend che riguarda e ha riguardato tutto l’ est europeo: secondo il Fondo monetario il 5,5 per cento della popolazione dell’est si è spostato a ovest, negli ultimi 25 anni – che secondo Eurostat ha il costo orario per la manodopera più basso di tutta la regione: la media europea è di 26,8 euro l’ora, in Repubblica ceca è 11, 3, in Slovacchia 11, 1, in Ungheria 9,1, inferiore anche a quella polacca (9,4). Il governo detesta la “propaganda” degli oppositori sulla cosiddetta “legge schiavitù”, ma molti osservatori dicono che il termine non è un’iperbole: si è pagati molto poco e per ovviare al problema dello spopolamento e della perdita di forza lavoro, il governo chiede alle persone che già lavorano di lavorare di più.

 

La legge sulla riforma del codice del lavoro racconta molto bene quel che sta avvenendo in Ungheria. Molti sostengono che l’illiberalismo di cui viene accusato Orbán è esagerato: è un uomo forte che ha salvato il paese dal tracollo finanziario, che ha a cuore l’interesse nazionale e l’identità cristiana ungherese e che non accetta imposizioni in questo senso da parte di Bruxelles. In altri termini: siamo noi dell’ovest che sovrastimiamo il potere del liberalismo e che in suo nome stiamo facendo collassare il continente. Orbán gioca proprio su questo, sui dubbi che l’ovest ha riguardo a se stesso, e nel frattempo, con costanza da cecchino, soffoca lo stato di diritto. I media sono per la stragrande maggioranza pro governo, il potere giudiziario è stato depotenziato, l’indipendenza della Banca centrale pure, il Parlamento è nelle mani orbaniste, le università vengono attaccate – la Central European University dell’odiato George Soros fa studiare, con borse di studio generosissime, soprattutto ungheresi, non è quell’isola di élite internazionali giovanili che è stata iniettata da Soros per destabilizzare il paese, come il governo la ritrae – e negli ospedali è pratica comune offrire “soldi di gratitudine” a medici e infermieri sperando così di avere un trattamento decente – e se hai la possibilità economica, non ci vai neppure negli ospedali pubblici. Il populismo che non fa gli interessi del popolo: eccolo. C’è la libertà di parlare su un palco e insultare il governo, certo, ma chi protesta contro il governo viene segnalato alle autorità, così come gli insegnanti che non utilizzano i libri di testo proposti dallo stato nelle loro lezioni vengono segnalati dagli studenti. E’ tutto fatto all’interno della legge, perché questa è l’arte di Orbán: “Se guardi ogni legge indipendentemente – ha detto al New Yorker Kim Lane Scheppele, docente a Princeton che ha conosciuto personalmente il premier ungherese – non appare così terribile. Ma se le metti tutte insieme, creano una trama ben visibile. E’ per questo che l’Ue non riesce a intervenire in maniera efficace, perché guarda un aspetto alla volta, mentre Orbán pensa a livello di sistema”. E il suo sistema soffoca la democrazia un poco alla volta, cercando di non creare troppo clamore, trovando un capro espiatorio visibile come Soros, lasciando sacche di libertà sparse qui e là per poter dire che questo è un paese libero eccome, e accentrando il potere sempre più, spartendoselo con gli alleati stretti e con i suoi oligarchi. Un manuale perfetto dell’illiberalismo, senza il folklore trumpiano né i progetti eversivi putiniani, una terza via sovranista con accesso illimitato al bancomat europeo, senza il quale il gioco non reggerebbe più. Le micce sparse per l’Ungheria ancora non riescono a intaccare l’orbanismo, ma qui si combatte per i salari miseri, per le opportunità negate e per tenere su il ponte culturale che è stato costruito tra est ed ovest, che no, non si ritira al bancomat.

Paola Peduzzi

Paola Peduzzi

Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi

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