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La Costituzione in salsa gialloverde è un fake

Populismo e sovranismo, secondo il presidente del Consiglio, sarebbero richiesti dal primo articolo della Carta. Che invece prevede forme e limiti per la sovranità popolare. Un’idea di democrazia pluralista e non isolazionista

28 Gennaio 2019 alle 11:36

La Costituzione in salsa gialloverde è un fake

Il presidente della Repubblica, Enrico De Nicola, firma la Costituzione. Ultimo sinistra, Alcide De Gasperi (foto LaPresse)

“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Lo conosciamo tutti, è l’articolo 1 della Costituzione italiana. Tutte le forze politiche democratiche lo citano e lo difendono, a parole, e non potrebbe essere altrimenti. Negli ultimi tempi c’è chi è andato oltre, attribuendo al primo articolo della Costituzione la legittimazione politica del proprio movimento. E’ il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che più volte nel corso degli ultimi mesi ha dichiarato che populismo e sovranismo – termini di cui dice di andare fiero – sarebbero richiesti dal primo articolo della Costituzione. L’azione del governo gialloverde dunque sarebbe una difesa del regime costituzionale, rispetto a un passato in cui quei principi non sono stati onorati. Ma è davvero così?

 

Sul populismo le definizioni non sono univoche, fin da quando il termine è stato usato nel secolo scorso in Russia, Stati Uniti e poi America latina. Secondo lo studioso Jan-Werner Müller il populismo, in particolare europeo, è “un’interpretazione moralistica della politica”, antielitaria perché le classi dirigenti sarebbero corrotte e non rappresenterebbero davvero il popolo, ma anche antipluralistica poiché se i populisti ritengono che il popolo presenti un’unica volontà generale, cioè un unico ordine di preferenze, non è più necessario il dibattito e non può che essere escluso chi invece non li sostiene (come le minoranze). Una definizione simile l’ha data Cas Mudde secondo cui il populismo sarebbe un’ideologia che considera la società separata in due gruppi antagonisti, il popolo vero e l’élite corrotta e per cui la politica dovrebbe essere espressione del “general will” del popolo. Il sovranismo sarebbe invece un atteggiamento di politica estera che mira a ottenere una rivalsa della sovranità nazionale. Una posizione politica che intende cancellare i vincoli esterni, politici ed economici. Due fenomeni legati fra loro: il populismo si pone in antitesi alle élite, che vengono spesso descritte come deviate dall’esterno, burattini in mano a potenze straniere. Ecco quindi come si lega al sovranismo, identificando due nemici: le élite deviate e lo straniero.

 

Il titolare della sovranità, cioè il popolo, non può essere senza vincoli come immaginano
i populisti: “Sarebbe altrimenti una rivoluzione continua o una dittatura, tutto fuorché
la democrazia liberale” (Francesco Clementi)  

 

Ebbene, se è questo ciò di cui stiamo parlando – e il discorso di Conte a Davos, in cui ha ripetuto per 11 volte la parola “popolo”, ponendola in contrapposizione alle “vecchie élite” sconfitte, pare confermarlo – non è ciò che intende la Costituzione all’articolo 1. Lo afferma Francesco Clementi, costituzionalista e professore universitario a Perugia. “Conte non tiene conto dell’ultima parte del secondo comma dell’articolo costituzionale” – dice Clementi al Foglio – “cioè quando si scrive che il popolo è sovrano, ma nelle forme e nei limiti della Costituzione”. La democrazia, cioè la legittimazione del potere attraverso il volere popolare, può essere propria anche di altri regimi rispetto a quelli liberali. Anche la Ddr si diceva democratica, come pure la Repubblica Democratica del Congo. “Ma è proprio nella seconda parte del comma, quella sui limiti, che viene indicato il modello democratico italiano: liberale”. La sovranità popolare secondo la Costituzione va circoscritta con regole chiare, descritte negli articoli che seguono il primo. Il titolare della sovranità, cioè il popolo, non può essere senza vincoli come immaginano i populisti: “Sarebbe altrimenti una rivoluzione continua o una dittatura, tutto fuorché la democrazia liberale”. Vincoli che rischiano evidentemente di saltare se a istituzioni repubblicane indipendenti come la Banca d’Italia e l’Inps viene richiesto di candidarsi se intendono porsi in opposizione, pur in maniera tecnica, al volere popolare. Ma c’è un altro punto: nella Costituzione c’è un articolo tramite il quale la sovranità popolare può regolare sé stessa, il 138, quello che prevede la riforma costituzionale. “In questo modo” – termina il professore – “la sovranità popolare può sentirsi viva, ma allo stesso tempo governata”.

 

Paolo Pombeni è uno storico e professore emerito dell’Università di Bologna. Con lui partiamo da un avvertimento: “Attenzione, una certa quota di populismo è sempre stata presente nelle democrazie costituzionali. Ma tra popolo e populismo c’è un abisso”. I costituenti, secondo Pombeni, lo avevano ben in mente: inserirono infatti all’articolo 1 un limite alla sovranità popolare, ricordando l’esperienza ancora bruciante del fascismo che aveva goduto di ampio consenso popolare durante il Ventennio. Non a caso Alcide De Gasperi, che pur amava definirsi popolare, affermò nel 1947: “La libertà è essenziale, ma la libertà non si salva che nell’ordine, altrimenti andremo a finire in una cruda tirannide […] che è la negazione del popolo”.

 

Paolo Pombeni insiste su un punto: “Per popolo non si intende l’opinione pubblica corrente in un certo momento, bensì l’identificazione della nazione. Il popolo esiste solo se canalizzato in percorsi democratici”. Il caso Brexit è significativo: in Italia non è possibile, secondo la Costituzione (i famosi limiti), organizzare un referendum su accordi internazionali e il motivo è proprio evitare il caos britannico. Richiedere una risposta secca, Sì o No, a una domanda tanto complessa, ma soprattutto metterla in dubbio tre anni dopo, rende l’idea dei limiti necessari al popolo sovrano: come misurare cosa vuole il popolo, basandosi su un voto popolare di tre anni fa, indetto senza conoscere fino in fondo le conseguenze del risultato, oppure organizzandone un secondo? Domanda dalla risposta complicata se si affida al popolo, direttamente, la ricerca di soluzioni. “La politica – dice Pombeni – è piuttosto il raffreddamento della decisione, non la scelta sotto l’impeto delle contingenze”.

 

La polemica è riesplosa in questi giorni, dopo che a Matteo Salvini è stata notificata la richiesta di procedere al processo nei suoi confronti per la gestione dello sbarco della nave Diciotti. All’epoca della prima notifica da parte della procura di Palermo, il ministro aveva attaccato i magistrati perché non eletti dal popolo, a differenza sua. Un limpido esempio di populismo, tra l’altro non nuovo: già i comunisti agli albori della Repubblica si lamentavano del ruolo troppo rilevante della Corte costituzionale, non eletta. Ma lo storico sostiene che “in realtà anche i magistrati emettono sentenze in nome del popolo, nonostante non siano eletti. E seguono leggi votate dai rappresentanti popolari”.

 

Giuseppe Conte nei suoi discorsi non lega solo il populismo al primo articolo costituzionale, ma anche il sovranismo. Chiediamo dunque ad Andrea Ruggeri, professore associato in relazioni internazionali all’Università di Oxford, se questo sia possibile. “Il sovranismo è una reazione identitaria, alla ricerca di un passato ricreato”. Nella Costituzione, già quella scritta dalla Costituente, ci sono tutti i riferimenti necessari per delegare la sovranità a organismi internazionali esterni. L’articolo 10, in cui è riconosciuto il diritto internazionale, e l’articolo 11 per cui si “consente […] alle limitazioni di sovranità necessarie a un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni”. Ma la sovranità può essere intesa in senso procedurale o di risultato. I brexiter, come i sovranisti italiani, sembrano più interessati alla prima e non sopportano le procedure che limitano la sovranità dei loro paesi (letterine della Commissione vi dicono qualcosa?). Ma quando si giunge al risultato, sono in difficoltà: in Gran Bretagna con la Brexit come in Italia con la manovra di bilancio. Ruggeri sostiene che “serve essere realisti, non utopisti, ed essere soli non aiuta a essere padroni a casa propria”. Per due ragioni principali. Della prima ne ha scritto Todd Sandler, su quei problemi che possono essere affrontati solo su scala internazionale: l’ambiente, il terrorismo, l’immigrazione e la concorrenza fiscale. La seconda sta nel fatto che, come dice Ruggeri “ci sono stati-nazioni che non hanno più la possibilità di essere sovrani nei confronti di altre potenze, come la Cina. L’Italia potrebbe anche uscire dall’Euro, ma se a quel punto i cinesi comprassero il nostro debito pubblico saremmo più liberi?”.

 

Nemmeno nel passato oggi idealizzato eravamo così sovrani. Per tutta la Prima Repubblica il Pci è stato escluso dal governo del paese per mantenere stabile il posizionamento internazionale, secondo la conventio ad excludendum. L’Italia è stata ed è una potenza media che ha sempre avuto la necessità di un partner strategico: il sovranismo dunque, più che una liberazione dallo straniero, sembra la ricerca di un nuovo sistema geopolitico. E un ex parlamentare appena tornato dall’America latina, alcuni giorni fa, ha appunto iniziato un post su Facebook scrivendo “per fortuna che c’è Putin”.

 

E’ d’accordo anche Lorenzo Castellani, ricercatore sulle istituzioni presso la Luiss di Roma: “L’Italia avrebbe difficoltà a dichiarare un sovranismo assoluto, per la sua storia e per la sua posizione in mezzo al Mediterraneo. Rompere il sistema internazionale significherebbe uscire dall’Euro e dalla Nato, ma – come hanno dimostrato i primi mesi di governo – nessuno ha il coraggio di farlo”. Secondo Castellani potrebbe esistere anche un sovranismo concreto di difesa degli interessi nazionali, per esempio a tutela dei nostri investimenti all’estero o delle banche. Per riuscirci è però necessaria una politica estera chiara. “Ma il governo gialloverde – termina Castellani – non risponde alla domanda su cosa fare al governo, ma solo a chi deve governare. Non c’è pensiero politico". E non è un caso che il ministro degli Esteri sia dato per disperso.

 

Ci sono numerose ragioni per non credere che populismo e sovranismo siano insiti nella Costituzione italiana. Le interpretazioni di ordine giuridico possono essere varie e differenti fra loro, ma non si può certo sostenere che quella proposta da Conte sia l’unica ammissibile. Perché il populismo antipluralista e il sovranismo isolazionista sono agli antipodi dello spirito liberale che dal 1948 governa questo paese.

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Commenti all'articolo

  • Giovanni Attinà

    28 Gennaio 2019 - 12:12

    Quello che dice la nostra Costituzione non c'è bisogno che lo spieghi il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, passerella svizzera per i politici in auge, basta sfogliare un manuale di diritto costituzionale. Che poi la nostra Costituzione non sia la più bella del mondo è assodato: solo che poi , quando si vuole cambiare, gli elettori latitano con politici che cercano di difendere il fortino. La situazione confusa attuale tra populismo e sovranismo risiede nell'esigenza di visibilità di certi politici, cullati dallo stillicidio di sondaggi di cui l'Italia politica oramai si ciba.

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