La vittoria di Čaputova in Slovacchia è un segnale di ottimismo

Alessandro Maran

Il messaggio è chiaro: i populisti si combattono e basta e c’è sempre un popolo enorme che non aspetta altro di essere rappresentato

[Articolo aggiornato alle ore 18.54 del 31 marzo 2019]


 

L’avvocato ambientalista Zuzana Čaputova è il primo presidente donna della Slovacchia. Dopo il successo nel primo turno, la 45enne, ex vicepresidente del piccolo partito non governativo “Slovacchia progressista”, ha vinto anche il ballottaggio con Maros Sefcovic (secondo i risultati parziali ha ottenuto il 58,4 per cento delle preferenze contro il 41,6 del suo avversario che ha già ammesso la sconfitta e si congratulato con Čaputova). Una svolta radicale per un paese che è stato preda della corruzione dilagante da quando, nel 1993, si è costituita la Repubblica Slovacca e che potrebbe segnare un punto di svolta anche in Europa centrale.

 

 

 

L’elezione di una figura dichiaratamente filo occidentale che sta apertamente dalla parte della Nato e dell’Unione europea, è un sollievo per tutti i liberali, in un periodo in cui i paesi vicini, vale a dire la Repubblica Ceca, l’Ungheria e la Polonia, sono guidati da politici populisti di varie fogge. Inoltre, se il terremoto politico in corso dovesse aprire la strada ad un governo stabile e riformista (l’anno prossimo ci saranno le elezioni politiche), significherebbe che la "verità" e "l’onestà", gli slogan chiave usati da quanti hanno combattuto per la democrazia nel 1989 e che avevano già proiettato la Čaputova in testa al primo turno, possono di nuovo rivelarsi vittoriosi.

 

Quel che è accaduto in Slovacchia la dice lunga anche sui cambiamenti in corso in tutto l’Occidente. Zuzana Čaputova, ovviamente ha dovuto affrontare un fitto fuoco di sbarramento. Hanno avanzato sospetti sul Goldman Prize che le è stato conferito nel 2016, definendolo “Hillary Clinton Prize”, hanno insinuato (erroneamente) che sia ebrea, hanno contestato la sua condizione di divorziata, diffuso pettegolezzi sul suo attuale partner, hanno sostenuto che stia cercando di fomentare il “disordine morale” imponendo una agenda filo LGBT, e l’hanno immancabilmente infangata come il candidato di George Soros. Ma Zuzana Čaputova è stata, ad esempio, molto più schietta sul matrimonio omosessuale e sulle adozioni da parte delle coppie delle stesso sesso dei candidati che l’hanno preceduta (cosa che poteva penalizzarla tra gli elettori cattolici più conservatori). Ma – e qui si nasconde un insegnamento per i liberal dell’Occidente – non ha mai sbandierato le sue opinioni unicamente per compiacere il pubblico o, in questo caso, conquistare il pubblico conservatore. Tutt’altro. I populisti si combattono e basta e c’è sempre un popolo enorme alternativo a quello che si riconosce nel governo che non aspetta altro di essere rappresentato.

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