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La ferita europea e l'antisemitismo

La memoria evapora, l’odio aumenta: gli ebrei non si sentono più al sicuro in Europa. I sommozzatori israeliani nel Danubio e la demonizzazione anti Soros in Ungheria

22 Gennaio 2019 alle 17:08

Il memoriale dell'Olocausto sulla riva del Danubio, a Budapest (foto Paola Peduzzi)

Il memoriale dell'Olocausto sulla riva del Danubio, a Budapest (foto Paola Peduzzi)

Milano. I sommozzatori israeliani hanno iniziato a scandagliare il letto del Danubio, a Budapest, per cercare i resti delle migliaia di ebrei uccisi sulle rive del fiume durante la Seconda guerra mondiale e dar loro una sepoltura: almeno ventimila persone, dice la comunità ebraica ungherese, costrette a spogliarsi, occhi al Danubio, uccisi dalle Croci frecciate con un colpo alle spalle – c’è un memoriale oggi, tra il ponte delle Catene e il ponte Margherita, dietro al Parlamento, che è un urlo secco che si sente a ogni sguardo: delle scarpe abbandonate sulla riva, le scarpe degli ebrei, che ci dicono di non dimenticare. I sommozzatori non hanno ancora trovato nulla, a febbraio è prevista un’altra missione.

  

Le decisione del governo di Viktor Orbán di assecondare una richiesta che Israele aveva iniziato a fare tre anni fa è stata letta come una rassicurazione: siamo amici di Israele, siamo amici degli ebrei, l’accusa di antisemitismo nei nostri confronti è infondata. La questione è molto dibattuta, c’è chi dice che non basta un sonar sul fondo del Danubio a capovolgere una politica orbaniana che ha risvegliato l’antisemitismo – a dicembre, Ira Forman ha scritto sull’Atlantic: “Orbán rivendica la propria policy ‘tolleranza zero’ sull’antisemitismo mentre usa il fischietto per i cani per risvegliare gli antisemiti” – e chi dice che invece Budapest sta facendo i conti con la propria identità e il proprio passato e non ha un approccio assolutorio. I due mondi come ormai capita su ogni tema non dialogano e non si confrontano, e in questa polarizzazione finisce per duplicarsi il problema: la memoria si affievolisce e l’odio aumenta. Oggi è stato pubblicato il documento definitivo dell’indagine Eurobarometro sull’antisemitismo in Europa (alcuni dati erano già stati anticipati a dicembre) e Frans Timmermans, vicepresidente della commissione europea, ha sottolineato in un thread su Twitter la gravità dell’esito di questo sondaggio: “L’antisemitismo sta rialzando la sua orribile testa in Europa. Mentre l’odio è diventato uno strumento politico, le nostre comunità ebraiche vivono nella paura di essere l’obiettivo finale della discriminazione, degli abusi e della violenza”. Per Timmermans, “visto che i sopravvissuti dell’Olocausto stanno via via morendo”, la responsabilità di mantenere la memoria resta sulle nostre spalle, ed è una responsabilità enorme.

 

La terza via sovranista

Il mondo capovolto del metodo Orbán, in cui ogni guaio è un capriccio da élite liberale. Reportage

 

I dati dell’Eurobarometro sono preoccupanti: la percezione dell’antisemitismo è lo specchio esatto dei vasi non comunicanti della nostra politica e della nostra società. Per il 50 per cento degli intervistati, l’antisemitismo è assolutamente un problema; per il 43 non lo è per niente. Cresce l’antisemitismo? Per il 36 per cento sì, per il 39 è sempre lo stesso. Mentre soltanto per un europeo su due, la negazione dell’Olocausto è antisemitismo (dentro le comunità ebraiche la percentuale è al 95 per cento). In un discorso al museo ebraico di Bruxelles, la commissaria europea alla Giustizia, la ceca Vera Jourova, ha ricordato che 4 ebrei su 10 pensano di lasciare il nostro continente e se per 9 ebrei su 10 l’antisemitismo nei nostri paesi è in aumento è, secondo la Jourova, “una vergogna europea”. Per la commissaria bisogna investire sull’istruzione, l’unico modo per tenere viva la memoria dell’orrore antisemita, sul lavoro del coordinatore contro l’antisemitismo già nominato assieme a Timmermans, e sul riconoscimento della definizione dell’International Holocaust Remembrance Alliance, che per ora è stata approvata soltanto da Regno Unito, Germania, Austria, Lituania, Slovacchia, Romania e Bulgaria.

 

L’iniziativa europea è spesso criticata: troppo poco e troppo tardi. Ma oltre a un problema di memoria c’è anche quello dell’odio come strumento politico, che viene utilizzato in molti paesi senza che l’Europa possa fare granché. Non si tratta di accusare questo o quell’altro leader di antisemitismo, bensì di valutare come la propaganda politica abbia fatto riemergere complottismi e odi antichi, a cominciare proprio dall’antisemitismo. Il governo ungherese ha speso 260 milioni di euro in propaganda politica negli ultimi otto anni, secondo un report del sito indipendente Átlátszó.hu, 40,5 soltanto nel 2017 e soltanto contro George Soros. Il rapporto tra Orbán e il magnate liberal è ben più complesso del semplice attacco antisemita: Soros fece studiare con una borsa di studio a Oxford l’attuale premier ungherese e gli fornì il primo ufficio con stampante per il partito Fidesz. Poi le loro strade si sono separate, ma la campagna contro Soros è piena di riferimenti a quello che la comunità ebraica a Budapest definisce “stereotipo contro la nostra comunità”. Se alla demonizzazione di Soros si aggiunge la statua eretta lo scorso anno a Miklós Horthy, che era reggente di Ungheria mentre 400 mila ebrei venivano deportati e a migliaia denudati e uccisi sulla riva del Danubio, diventa chiaro che tra memoria che svanisce, rivisitazione della storia in chiave nazionalista e odio come strumento politico, l’Europa rischia di non essere più una casa sicura per gli ebrei.

Paola Peduzzi

Paola Peduzzi

Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi

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Commenti all'articolo

  • Carlo A. Rossi

    22 Gennaio 2019 - 22:25

    Se si può essere d'accordo sulla parte generale dell'articolo, rimango altresì basito dalla virata di Paola Peduzzi verso l'Ungheria. Che Orbàn non sia un "liberal", non ci piove. Ma se il punto dell'articolo è il risorgere dell'antisemitismo, perché non scrivere che Francia e Germania hanno problemi ben più grossi dell'Ungheria? Non è per stilare classifiche di nefandezza: ma è facile accusare Orbàn per attaccare il cosiddetto "populismo" (qualunque cosa sia), e non vedere che una buona parte dell'attuale antisemitismo mascherato da antisionismo venga dalle comunità islamiche e da una certa sinistra (vedi Corbyn in Inghilterra). Ma è più facile dirottare la questione sui populisti, i "despicables" dell'Europa, che chiarire come una politica arrendevole nei confronti dell'Islam abbia creato un fortissimo risentimento contro gli ebrei (unito alla passione genocida tutta europea, sia chiaro). Un'altra occasione per tacere sprecata.

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  • tamaramerisi@gmail.com

    tamaramerisi

    22 Gennaio 2019 - 18:02

    L'Europa non è più sicura per gli Ebrei perché il problema non è, solo, la demonizzare di Soros, ma anche quella di Trump (e Kushner), e la demonizzazione di Israele (Popolo e Stato). Demonizzazioni sostenute e sponsorizzate da destra e da sinistra, la seconda in misura doppia rispetto alla prima, per la gioia e coll'aiuto dell'Iran e della Turchia. Se si deve (si deve) denunciare il populismo o lo si fa a tutto campo oppure lo si alimenta e basta.

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    • branzanti

      22 Gennaio 2019 - 22:56

      Gentilissima, che Trump (che tra le sue constituencies elettorali ha il suprematismo bianco) possa essere il difensore degli ebrei non riesco a crederlo, né che la sua demonizzazione possa nuocere agli ebrei. Occorre rilevare che l'antisemitismo ha abbandonato il semplice schema dell'apparente contrasto ad Israele, per tornare ad assumere i tratti orribili che emersero negli anni 30. Quando ero attivo in politica (nel partito italiano più vicino ad Israele il PRI) le posizioni da contrastare erano soprattutto legate all'acritica e totale adesione alle posizioni palestinesi, di cui fu primario interprete Craxi, che spesso assumevano carattere di antisemitismo. Oggi il problema che dobbiamo affrontare in Europa, mi ripeto, ripropone fantasmi del passato che devono spingerci ad essere non solo vigili, ma attivi per contrastarli. Mi permetta, però, di non pensare che Trump sia parte, anche minma, della soluzione. Poi io dalla guerra dei 6 giorni (avevo 12 anni) sono filoisraeliano.

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      • Carlo A. Rossi

        23 Gennaio 2019 - 11:44

        Per una volta, per eterogenesi dei fini, siamo d'accordo: nel senso che io non capisco come si possa odiare Salvini a morte e apprezzare Trump, quando sono due facce della stessa medaglia. Per onestà, non apprezzo le persone, ma molte loro prese di posizione sì. A me sembra che si stia a fare le pulci a quattro stupidi neonazisti (a cui non va perdonato nulla, sia chiaro), quando, dall'altra parte, ci sono milioni di maomettani visceralmente antisemiti, a cui nessuno sembra badare. Questo mi lascia basito: come se l'Islam non avesse dato l'impulso maggiore a quello che Bensoussan chiamò la "passione genocida" dell'Europa. Non sono fantasmi del passato: uno, perché sono sempre stati ben presenti fisicamente, due, perché quel passato è ancora ben presente. Illusi che siamo.

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        • tamaramerisi@gmail.com

          tamaramerisi

          23 Gennaio 2019 - 15:23

          Sig.Branzanti e Sig.Rossi, condivido quasi su tutto. Sull' Amministrazione Trump invece dico: il suprematismo bianco (schifoso) è un problema piccolino se appena confrontato col BDS (schifoso) molto più numeroso e ben organizzato e travestito di santità, ingredienti nefasti. Trump è il muro contro BDS.

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