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Ha bussato qualcuno. Apri tu?

I migranti, i foreign fighters, chi arriva, chi torna, chi va. Le cinque variabili che cambieranno il voto europeo e una città, quella della memoria in cui tutto accade prima

5 Aprile 2019 alle 14:01

"Ho visitato il memoriale Hohenschönhausen a Berlino e mi sono tornati in testa molti ricordi del passato: rispetto alle nostre prigioni, questo sembra un hotel di lusso. Ma dopo la visita mi sono anche sentita più forte. Spero che un giorno in Siria potremo voltarci indietro e dire: 'Questo è il passato'. E' il mio sogno".

Fadwa Mahmoud, fondatrice di "Families for Freedom",

un gruppo di donne siriane che cerca di sapere

che ne è stato delle loro famiglie

4 aprile 2019

Il memoriale di Hohenschönhausen era, durante la Guerra fredda, l'istituto centrale per la carcerazione preventiva della Ddr. Negli scantinati, appena dopo la Seconda guerra mondiale, fu costruito il primo carcere giudiziario sovietico della Germania dell'est, che poi fu ampliato per ospitare, si fa per dire, tutti i prigionieri politici della Ddr: era il centro della repressione sovietica in Germania, ed essendo allora una zona militarizzata, era completamente separata dal resto del paese e non era indicata su nessuna mappa di Berlino est.

Oggi molti ex prigionieri organizzano le visite guidate: c'è anche un documentario in realtà virtuale che permette di vivere questi posti da protagonisti, cioè da detenuti.

Berlino è una città costruita per non dimenticare gli orrori del passato. La Germania ha investito, con dolore e senso di colpa, sulla propria memoria e sulla memoria di tutta l'Europa. E' anche per questo, forse soprattutto per questo, che nel 2015, di fronte alla migrazione di massa di persone che, a piedi, scappavano dagli orrori del presente, delle guerre di oggi, la cancelliera tedesca Angela Merkel annunciò, con quel potentissimo "ce la possiamo fare", la sua politica di apertura nei confronti dell'immigrazione.

Quella decisione ha cambiato il destino dei migranti e dell'Europa.

 

Oggi cercheremo di capire che cosa è cambiato dal 2015 a oggi nelle politiche per l'immigrazione a livello europeo e nella politica dei paesi membri. "Take back control" ha vinto al referendum sulla Brexit del 2016 – non dimentichiamo che buona parte del tormento di questo divorzio impossibile è stato determinato dalla volontà di contenere la libertà di circolazione delle persone – ma è diventato anche il carburante di molti partiti che, sull'immigrazione, si sono radicalizzati.

 

Hanno bussato. Chi apre?

 

Visto che parliamo di flussi di persone, vogliamo anche raccontarne un altro, inverso. C'è qualcun altro che, dopo aver sbattuto la porta, ora torna a bussare.

Stiamo parlando dei foreign fighters europei che, abbagliati dal successo dello Stato islamico in Iraq e in Siria, decisero di andare a combattere con il gruppo jihadista.

Chi scappava dallo Stato islamico cercava di trovare asilo in Europa, al grido "cerchiamo la libertà", e intanto circa cinquemila europei andavano a combattere con lo Stato islamico, rifiutando di fatto la libertà concessa in Europa.

 

Due flussi. Inversi.

 

Oggi che lo Stato islamico ha perso terre, potere e soprattutto fascino, i foreign fighters sopravvissuti vogliono tornare ai loro paesi d'origine, in Europa.

Anche loro bussano.

Chi apre?

Partiamo dai dati sull'immigrazione.

Questa è la fotografia della Organizzazione internazionale per le migrazioni

Sembra complessa, ma non lo è: segnala in blu i paesi di primo approdo (Spagna, Italia, Grecia ed Europa dell'est) con le frecce che indicano se il trend è in crescita oppure no, e sulla sinistra ci sono i numeri degli arrivi, dei morti e dei dispersi.

Manca il 2015, che come si sa è l'anno del picco. Più di un milione di arrivi, facendo una media delle stime, più di due  milioni se si considera anche la prima parte del 2016.

Il Parlamento europeo fece una sintesi, nel 2017.

"Nel 2015 e 2016, sono stati individuati 2,3 milioni di persone che hanno attraversato i confini illegalmente. Nel 2017, il numero totale dell'attraversamento è sceso a 204.700, il più basso in quattro anni".

La Bbc fece, nel 2016, un riassunto molto puntuale della crisi: ogni grafico meriterebbe un commento, ma poi sembriamo un manuale di statistica, quindi se volete consultateli voi.

Ultimi dati: quelli italiani, il "cruscotto statistico" del ministero dell'Interno.

In sintesi: la crisi migratoria è stata curata.

Da Bruxelles, @davcarretta ripercorre con noi questi ultimi quattro anni:

  • la risposta europea è stata improvvisata e controversa – chiusura della rotta dei Balcani, accordo con la Turchia, decine migliaia di migranti bloccati sulle isole greche – ma ha funzionato. Così come ha funzionato la risposta alla crisi dei migranti con la cooperazione dell'Italia con milizie e tribù in Libia sotto la copertura politica e finanziaria dell'Ue;
     
  • un sondaggio realizzato dall'European Council on Foreign Relations mostra che l'immigrazione non è più la principale priorità per gli europei. Sorpresa: in Italia gli elettori sono più preoccupati dall'emigrazione – l'esodo di centinaia di migliaia di italiani ogni verso altri stati membri per sfuggire alla crisi economica – che dall'immigrazione (sotto trovate l'intervista a uno degli esperti che ha fatto il sondaggio);
     
  • la grande paura è passata, ma l'immigrazione non è destinata a scomparire. Come scrive il Monde, la questione si riporrà ai leader dell'Ue appena dopo le elezioni europee. I negoziati di questi anni tra gli stati membri e con il Parlamento europeo hanno portato a una serie di piccoli progressi. La Commissione ha stanziato miliardi per frenare i flussi migratori. Ma non ci sono state svolte sulla politica comune d'asilo;
     
  • la riforma del regolamento di Dublino è ostaggio dei veti incrociati su solidarietà (ridistribuzione dei richiedenti asilo) e responsabilità (limitazione dei movimenti secondari). L'Ungheria di Viktor Orbán ha deciso di mettere il veto a qualsiasi documento in cui si parli di immigrazione;
     
  • l'agenzia Frontex è stata trasformata nella Guardia frontiera e guardia costiera dell'Ue con 10 mila uomini, ma sarà in grado di operare pienamente solo nel 2027.

Il capitolo Sophia, che ci riguarda molto, è importante per due ragioni.

La prima: la trasformazione della missione Sophia da operazione navale a operazione aerea, visto che l'Italia non fa sbarcare i migranti salvati in mare dalle sue imbarcazioni, segna un passo indietro significativo.

La seconda: Emmanuel Macron, presidente francese, è determinato a mettere l'Italia di fronte alle sue responsabilità, minacciando di escluderla da Schengen con una riforma dell'Europa senza controlli alle frontiere (si chiama opzione "miniSchengen", e ne sentiremo parlare). L'Ue e i suoi stati membri, anche quelli più concilianti con l'Italia, hanno perso la pazienza di fronte a un governo ostile e contraddittorio nelle sue richieste.

 

Tre considerazioni politiche:

1. non esiste ancora una strategia comunitaria sull'immigrazione

2. l'immigrazione è il carburante delle forze populiste, e continua a esserlo anche senza crisi. In Italia più che altrove

3. Può essere che anche il governo italiano euroscettico finisca per rimpiangere questo signore qui sotto. Perché i sovranisti fanno fatica a fare squadra, come ci ha raccontato Bernard Guetta.

Pawel Zerka è un politologo e un economista. E’ coordinatore del programma “European Power” dello European Council on Foreign Relations, è polacco ma vive a Parigi dal 2017 dove è finito dopo alcune peregrinazioni anche in sud America. Da mesi fa sondaggi per capire come andranno queste elezioni, di cosa si parlerà e di cosa dobbiamo avere paura, se dobbiamo averne.

  • E’ l’immigrazione l’argomento più importante di queste elezioni europee? No, dal sondaggio Ecfr che abbiamo condotto si capisce che è soltanto uno dei cinque. L’immigrazione è un tema in quanto collegata al radicalismo islamico e alla sicurezza. E gli altri temi? Politiche nazionali, ad esempio in Italia le persone quando votano pensano molto al lavoro, la Francia si preoccupa del costo della vita. Nei paesi a rischio nazionalismo gli elettori sono più decisi; poi il clima che è diventata una battaglia di molti partiti europeisti e infine la Russia. La Russia? Sì, nei paesi dell’est l’Europa è vista come un grande attore internazionale e quindi sarà un voto anche antirusso.
  • A cosa dobbiamo stare attenti? Ai nazionalismi.
  • Quali saranno i personaggi più importanti? Spero non si verificherà una polarizzazione tra Macron e Orbán, ma più che Orbán è Matteo Salvini il politico a cui badare. L’Ungheria avrà al massimo 13 seggi, la Lega 33.​​​​​​
  • L’Italia fa paura? Fanno paura tutte le nazioni più grandi, Germania, Italia, Francia, Spagna e Polonia. In Spagna bisogna tenere d’occhio Vox che continua a crescere e il Pp e in Francia Les Republicains che si spostano sempre più a destra
  • La destra cresce anche per la propaganda antimigranti. Sì, ma i paesi dell’est e del sud più che dall’immigrazione iniziano a essere preoccupati per l’emigrazione.
  • Tra due anni che Unione europea avremo? Non credo che ci sarà un crollo, non ci saranno altre exit, ma spero che gli europeisti imparino a far capire il valore dell’Europa. Spero che questi anni siano serviti da lezione.
  • Se potessi fare come il polacco più importante d’Europa (Donald Tusk) e riservare un posto speciale all’inferno per qualcuno, per chi sarebbe? Non ricordo, lui chi aveva scelto? I brexiteers. Lasciami pensare… Gli estremisti, i razzisti, i misogeni.

Secondo la Commissione europea, tra il 2011 e il 2016, 42 mila combattenti stranieri si sono uniti allo Stato islamico in Siria e Iraq. Di questi, circa cinquemila sono europei.

Secondo fonti del dipartimento di stato americano, le forze curdo-arabe (l'Sdf) che hanno liberato la Siria dallo Stato islamico hanno imprigionato circa 850 foreign fighters. A questi vanno aggiunte le famiglie: secondo i curdi, nei vari campi profughi ci sono 700 donne e 1.500 bambini legati a questi combattenti.

 

Inizialmente, i paesi europei da cui provengono i combattenti – soprattutto Regno Unito, Francia, Germania e Belgio – hanno detto di non volerli riaccogliere. Secondo le stime, il 30 per cento di questi combattenti è già rientrato in Europa, e questo potrebbe essere un grave problema per la sicurezza europea.

Poi Washington ha iniziato a fare pressioni, e allora tutti hanno dovuto esplicitare la propria posizione.

L'Inghilterra.

Il caso più eclatante è quello di Shamima, che oggi ha 19 anni, una delle quattro quindicenni inglesi che andarono, tra il 2014 e il 2015, a combattere con lo Stato islamico in Siria. All'inizio Shamima aveva detto che non era pentita, ma voleva far nascere il suo terzo figlio in Europa (gli altri due figli sono morti in Siria). Poi il bambino è morto. Ora lei dice che è stata manipolata, e che vuole una seconda possibilità.

Dato che c'era, Shamima ha detto la sua anche sulla Brexit: la annoia terribilmente, questa storia infinita, e dice alle amiche in Inghilterra di guardare i cartoni animati, piuttosto.

Anche Hamza Parvez, uno dei primi cittadini inglesi a unirsi allo Stato islamico e a cercare di trovare altri seguaci, oggi che è in un carcere in Siria dice di voler rientrare nel Regno Unito: non sapeva che cosa faceva.

La linea inglese è molto dura: chi ha combattuto con lo Stato islamico non può rientrare. A Shamima il ministero dell'Interno ha revocato la cittadinanza, ma la decisione ha causato non poche polemiche.

 

La Francia.

Non ci sono stime ufficiali di quanti siano i cittadini francesi andati a combattere con lo Stato islamico. Mettendo insieme un po' di numeri, il Point ha scritto che i prigionieri dovrebbero essere circa 130.

La linea ufficiale di Parigi è: non vorremmo rimpatriare nessuno, ma valuteremo "caso per caso".

Il ministro degli Esteri, Jean-Yves Le Drian, ha detto nei giorni scorsi: "Non c'è nessun ritorno. La posizione della Francia è chiara dall'inizio. I cittadini francesi che hanno combattuto con lo Stato islamico hanno combattuto contro la Francia. Sono dei nemici". Questo vale "per le donne come per gli uomini".

Per la prima volta, a metà marzo, sono stati rimpatriati cinque bambini, che hanno meno di cinque anni e non hanno i genitori con loro. Secondo le stime, ci sono ancora 75 bambini su cui la Francia dovrà decidere.

E' da poco rientrata anche la figlia di Djamila Boutoutaou, la prima jihadista francese a essere stata processata a Baghdad e condannata a vent'anni di carcere (la linea di difesa: sono stata manipolata dal mio compagno non ha convinto la corte irachena). Questa bambina aveva pochi mesi quando, nel 2016, sua mamma è partita per Mosul per unirsi allo Stato islamico. Finora è stata in carcere con lei.

La Germania.

Tra il 2011 e il 2016 950 cittadini tedeschi si sono uniti allo Stato islamico. 145 sono morti, 200 sarebbero già rientrati in Germania, sugli altri 600 la linea ufficiale è: dovremmo avere informazioni utili per poterli rimpatriare e processare, ma "è molto difficile", ha detto il ministro degli Esteri, Heiko Maas.

Se si potesse ricostruire cosa è successo in Siria e Iraq, Berlino si prenderebbe carico della gestione del rientro. Ma è quasi impossibile.

Nel gennaio del 2017 una cittadina tedesca di origini marocchine, cinquantenne, che si era unita allo Stato islamico assieme alle due figlie ventenni è stata condannata a morte da una corte irachena (una delle due figlie è stata condannata a un anno, dell'altra non si hanno notizie). La Germania avrebbe tentato di trasformare la pena in ergastolo, senza riuscirci. Con l'Iraq, tra l'altro, un'interlocuzione è possibile: con la Siria no.  

 

Il Belgio.

Secondo le stime, ci sono ancora 150 cittadini belgi in Siria e Iraq, di cui 56 prigionieri. In proporzione alla propria popolazione, il Belgio ha contribuito più degli altri paesi all'esercito jihadista. Per questo il rimpatrio è una questione cruciale.

Per ora sono state proposte due soluzioni: far tornare i propri cittadini e processarli; creare un tribunale internazionale in Siria per processare i foreign fighters sul posto, per evitare tutte le procedure di rimpatrio.

Ma il Belgio al momento non ha un governo – si vota assieme alle Europee, il 26 maggio – quindi nessuno vuole prendere una decisione.

Attenzione alla Svezia.

Molta attenzione.

Circa 300 persone sono partite dalla Svezia per unirsi allo Stato islamico, a partire dal 2012. Almeno 50 sono morte, altre 100 sono ancora là e 150 sono rientrati.

Nessuno dei 150 cittadini svedesi che sono andati a combattere con lo Stato islamico e ora sono in Svezia è stato condannato per i crimini commessi quando erano in Siria e Iraq. Uno dei massimi esperti di terrorismo in Svezia, Magnus Ranstorp, ha spiegato che le probabilità di portare questi combattenti davanti alla giustizia sono scarse, bisognerebbe fare indagini preliminari che al momento sono difficili. In più ci si basa su una "presunzione di crimine" ma in Svezia, anche solo per aprire un'indagine, ci deve essere un crimine specifico da perseguire. Bisognerebbe insomma che alle autorità fosse data la possibilità di indagare chiunque sia rientrato, ma molti non vogliono concedere questa eccezione.

E anche sul togliere la cittadinanza non c'è consenso.

Questa debolezza rischia di avere un impatto grosso sul resto dell'Europa perché, secondo gli esperti, il gruppo dello Stato islamico che si occupa degli attentati in occidente non ha subito grandi perdite. Anzi, uno dei due leader di questo gruppo (sono entrambi iracheni), con molte probabilità è in Svezia.
E vendicarsi, per lo Stato islamico, oggi è importante.

Molti hanno chiesto "una soluzione europea". Ma Federica Mogherini, a capo della diplomazia dell'Ue, ha detto che la gestione dei foreign fighters compete ai singoli paesi.

 

Una soluzione non c'è.

@DanieleRaineri ha scritto un lungo articolo per spiegare che la questione dei revenant ha molto a che fare con l'identità europea e che come sarà affrontata svelerà molto di questa identità europea.

Conclude così:

"Se l’Europa non si riprende i suoi rinnegati allora i curdi prima o poi apriranno le gabbie e li rimetteranno in libertà. Se prova a mollarli al regime siriano ci potrebbero essere torture ed esecuzioni extragiudiziali. Se li riporta in patria dimostra la fedeltà a standard giuridici e morali molto alti ma si espone a un’infinità di problemi. Se crea un carcere speciale fa la stessa cosa che ha rimproverato all’America. Shamima e gli altri sono una domanda urgente e non è detto che ci sia una risposta giusta".

E’ sempre successo tutto qui. La città franca, il corridoio, i cavalieri teutonici, le rivolte contro i comunisti, il Solidarnosc, la morte di un sindaco ucciso sul palco durante un evento pubblico, la statua di un prete accusato di pedofilia rimossa, i libri bruciati. Danzica è il luogo della memoria polacca: qui tutto accade prima.

Tralasciamo i cavalieri teutonici e il corridoio, a Danzica è nato Solidarnosc, anche se Lech Walesa non è di Danzica, ma di Popowo, il grande movimento che ha portato alla liberazione della Polonia dal comunismo è iniziata da lì, dai cantieri navali. Walesa era un elettricista, è diventato presidente e poi, dopo un po’ si è ritirato dalla vita politica. E’ ricomparso in occasione delle proteste polacche contro la riforma della magistratura. Dopo un viaggio in macchina di quattro ore si è presentato a Varsavia con i manifestanti. Occhiali arancioni e la maglietta con la scritta: Konstytucja, costituzione.

Tutto accade a Danzica, anche una morte che sembra impossibile ancora oggi. Pawel Adamowicz, sindaco della città dal 1998, è stato ucciso sul palco di un evento di beneficenza. Era gennaio, le città piene di cuoricini rossi, adesivi, costano uno zloty, 20 centesimi, le ragazze li attaccano sulle guance, i ragazzi sui cappotti, i bambini sulla fronte. C’è un’aria di festa tutti gli anni. Quest’anno Pawel Adamowicz era sul palco per chiudere la festa, per ringraziare e un ragazzo lo ha accoltellato. Aveva trascorso cinque anni in prigione e aveva individuato nel sindaco e nel suo partito, Piattaforma civica, l’obiettivo della sua vendetta. Ne avevamo parlato con Adam Michnik.

 

La notizia della sua morte ce l’aveva data Francesco Cataluccio che per il Foglio aveva scritto un pezzo molto bello per raccontare la figura di questo straordinario europeista. Gli avevamo chiesto di scriverne ancora e lui ci ha risposto con questa poesia.

 Da Danzica sta emergendo un altro personaggio incredibile. Si chiama Magdalena Adamowicz, è la moglie di Pawel. Ha deciso di dedicarsi alla politica e per rispondere alle accuse di chi le diceva che si stava approfittando della morte del marito, lei ha risposto con questa lettera.

Qualche settimana fa il consiglio comunale della città ha deciso di rimuovere la statua di Henryk Jankowski, ex cappellano di Solidarnosc e parroco accusato di recente di pedofilia. Molti suoi ex chierichetti lo hanno difeso, ma il consiglio comunale della città ha deciso di rimuoverla dopo che a febbraio, durante la notte, era stata ribaltata. Ora bisognerà inventare un nuovo nome per la piazza in cui si trovava.

Sempre a Danzica un gruppo di preti ha dato fuoco a oggetti e libri ritenuti sacrileghi. Il che ha anche del bizzarro, dato che nel rogo sono finite statue di elefantini, maschere tribali e i libri di Harry Potter e di Osho. Mentre gli oggetti ardevano i fedeli erano invitati a pregare, tutto è stato messo su Facebook e poi cancellato con un post di scuse.

Danzica è il luogo della memoria: qui tutto accade prima.

Berlino forse ha trovato un rimedio per combattere il populismo latente e represso che alberga dentro ognuno di noi. Come scrive la saggista Marie Peltier, spesso le teorie populiste sono iper razionali, ostentano una coerenza perfetta, sono piene di dati, di numeri, di particolari.

Quindi come rispondere al fidanzato di vostra cugina che continua a ripetere che gli immigrati vivono in alberghi a cinque stelle? Come controbattere al cassiere della banca che così, pour parler, vi racconta che lui suo figlio non lo fa vaccinare perché i vaccini fanno male?

A Berlino insegnano a rispondere, a far ragionare, a rimanere calmi e fornire argomentazioni in riunioni organizzate dalla Centrale regionale per la formazione politica.

Gli avventori sono professori, sportivi, medici, studenti, sono tutti coloro che vogliono imparare a controbattere alle affermazioni populiste. Arrivano agli incontri, si siedono in cerchio, raccontano la loro esperienza. Gli organizzatori sono spesso insegnanti di educazione civica, spiegano che non si esce da lì con delle soluzioni, ma con delle idee e soprattutto con la consapevolezza che ognuno riveste un ruolo sociale, importante.

 

  • Ci siamo tenute lontane dalla Brexit, anche questa volta. Solo una cosa: vorremmo provare a trovare i salvabili del Regno Unito, perché da qualche parte, un giorno, si dovrà pur ripartire dopo questo spazio. Non è facile. Ma intanto ora salviamo Nick Boles, architetto del cameronismo e brexiter moderato, che lascia il Partito conservatore con la voce spezzata.

  • In Finlandia, dove si vota alle parlamentari il 14 aprile, c'è un problema di invecchiamento della popolazione molto grave. Non a caso in cima alle preoccupazioni ci sono sanità e pensioni. Poiché il tema riguarda anche noi, qui ci sono un po' di indicazioni su quel che è stato fatto e si potrebbe fare, su quel che funziona e quel che no.

  • La Sinfonia numero 3 di Henryk Górecki è un lavoro monumentale, sacro, straziante, bellissimo. E' come se fosse il secondo inno nazionale polacco (il primo è questo), quello che racconta la storia dolorosa della nazione. Górecki compose la sinfonia nel 1976, parla della guerra e dell'Olocausto. Dopo quasi quarant'anni dall'originale è stata riproposta una nuova versione eseguita dalla Polish National Radio Symphony Orchestra diretta da  Krzysztof Penderecki e con la voce di Beth Gibbons dei Portishead che ha imparato il polacco per interpretare tutta la sinfonia. Quando ci fu la performance era il 2014, l'Europa era abbastanza diversa da quella di ora, e con la volontà di mandare un messaggio per il futuro ne è stato realizzato un disco (dura un'ora, ascoltatelo tutto) e anche un video.

  • Oggi si festeggiano i 70 anni della Nato – noi le avevamo augurato buon compleanno già la scorsa settimana– e durante le celebrazioni, per la prima volta in 70 anni, non si parlerà soltanto di Russia, ma molto di Cina.

  • Non c'entra nulla, non è nemmeno Europa. E non siamo nemmeno d'accordo con quel che dice. Ma Nancy Pelosi, speaker della Camera americana, settantanove anni, nonna di non si sa quanti nipoti, che spiega la sua regola di vita nelle relazioni va vista: d'ora in avanti diremo solo "straight arm club".

Siamo diventate un po' serie, a parte questa regola del braccio teso. D'ora in avanti e per un po' solo leggerezza (e pettegolezzi), promesso. Intanto diteci: qualcuno l'ha aperta, la porta, sì?

Alla prossima settimana.

 

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