Shamima e gli altri rinnegati chiusi nella Guantanamo europea

Daniele Raineri

Erano partiti per arruolarsi nello Stato islamico, sono stati catturati, ora vogliono rientrare nell’odiata Europa e siamo ancora a corto di opzioni realistiche

Ieri Shamima Begum ha detto di essere “un po’ scioccata” dalla decisione del governo del Regno Unito, che lunedì ha annunciato di averle revocato la cittadinanza. Shamima è la diciannovenne inglese che nel febbraio 2015 lasciò il paese per arruolarsi nello Stato islamico in Siria e che la settimana scorsa si è consegnata nelle mani delle milizie curdo-arabe che hanno appena finito di liberare anche l’ultimo chilometro quadrato in mano al gruppo terrorista. In questi giorni ha partorito il terzo figlio, l’unico vivo perché i primi due sono morti a causa della guerra – la guerra è la condizione permanente di vita nello Stato islamico che, come dicono i suoi fan, “non ha confini ha soltanto fronti” – e continua a rilasciare interviste ai giornalisti inglesi che arrivano sul campo, nella speranza che il suo caso sia preso in considerazione per un rimpatrio a Londra dove aveva vissuto fino alla decisione di partire. Finora quelle interviste sono state controproducenti. Ha detto di non essere pentita di essersi unita allo Stato islamico ma chiede che la gente abbia simpatia “per tutte le cose che mi sono toccate”, ammette di non avere molte speranze che il progetto di creare un Califfato avrà successo – ma lo ammette con rammarico, come se fosse un’idea buona che però è fallita – si dispiace perché non ha avuto la stessa forza che hanno avuto altre (come dire che se non avesse dovuto partorire forse sarebbe riuscita a non arrendersi pochi giorni prima della capitolazione di tutti gli altri, che è arrivata ieri) e tra le altre cose ha raccontato che quando vide la testa mozzata della vittima di un’esecuzione in un bidone della spazzatura non ne fu turbata. Dire di essere scioccata dall’annullamento del passaporto britannico più che da una testa mozzata non è il genere di cose che conquista punti nell’opinione pubblica.

  

Il governo le ha revocato la cittadinanza grazie a una legge del 2014 approvata proprio per punire i casi come Shamima, che si è arruolata in un gruppo armato in guerra contro il Regno Unito. Tuttavia nel novembre 2018 due islamisti inglesi con genitori del Bangladesh hanno vinto un appello contro il governo che aveva revocato loro la cittadinanza mentre erano all’estero, perché la legge internazionale non permette che le persone restino senza nazionalità e quindi interferisce con le leggi nazionali. I due dimostrarono che pur essendo legati al Bangladesh perché i loro genitori erano immigrati non avevano la nazionalità di quel paese, ma soltanto quella inglese. Si trattava di casi molto simili a quello di Shamima, che ha anche lei genitori del Bangladesh ma ha (aveva) soltanto la nazionalità inglese. Anche se dal punto di vista legale la faccenda è ancora molto aperta, dal punto di vista degli elettori – quello che i politici cercano di non perdere di vista – è molto più netta: è stata una scelta di chi è partito, ora ne pagassero le conseguenze. Non facevano video, quelli dello Stato islamico, in cui bruciavano i passaporti per celebrare il loro arrivo nel territorio controllato dai loro compagni fanatici? E in fondo perché dovremmo dare un passaporto nuovo a questi che ci volevano uccidere e soggiogare mentre invece lasciamo bloccati per anni nelle tende dei campi di Lesbo i siriani che dallo Stato islamico fuggivano?

  

Avvertenza. E’ chiaro da quanto detto finora che Shamima e le altre migliaia di persone che hanno lasciato l’Europa per andare a unirsi allo Stato islamico in Iraq e in Siria non sono una storia con un finale risolutorio e pacifico, anzi aprono una questione che è molto dura e va a colpire l’identità dell’Europa

   

I numeri dicono che a partire in totale sono stati circa in cinquemila, ottocento soltanto quelli con passaporto britannico, e che adesso dopo cinque anni di guerra i curdi hanno nelle loro prigioni più o meno ottocento europei – perché tutti gli altri sono morti oppure sono già tornati oppure sono spariti, vedi per esempio i circa cinquanta ricercati del Belgio di cui nessuno ancora conosce la sorte. Secondo Seamus Hughes, ricercatore di Washington specializzato in questo campo, gli americani che sono partiti per arruolarsi in gruppi estremisti sono 73, finora sedici sono tornati negli Stati Uniti e di questi tredici sono finiti a processo. Le condanne in media sono a dieci anni di carcere. Per un tecnicismo legale, le condanne sono in media quattro anni più leggere rispetto a quelli che sono stati presi ancora in America mentre tentavano di partire per arruolarsi nello Stato islamico.

  

Shamima e gli altri sono le scorie radioattive che restano dopo una combustione nucleare, tutti sanno che sono pericolose, tutti vorrebbero che non esistessero ma ci sono e nessuno sa come smaltirle. Se fossero morti sotto le bombe sarebbe stato meglio per tutti, è un pensiero ricorrente di molti che forse i governi condividono ma non possono mettere per iscritto. In teoria si tratta soltanto di cittadini europei che sono andati a commettere reati all’estero. In pratica se tornassero in patria sarà difficile per qualsiasi tribunale dimostrare che abbiano compiuto reati che valgono più di qualche anno di prigione. L’accusa dovrebbe andare a indagare nella Siria dell’est – i soldati americani andranno via da quella zona entro due mesi, forse, e anche per loro è diventato pericoloso muoversi laggiù – e lavorare in arabo. Shamima ha scritto qualche tweet che inneggiava allo Stato islamico, non è dato sapere cos’altro ha fatto, e se per ipotesi fosse portata a Londra e fosse condannata anche a dieci anni di carcere uscirebbe prima dei trenta. E’ probabile che tutti i foreign fighter tornati nelle città europee sarebbero posti sotto il controllo dei servizi segreti all’uscita dalle prigioni, ma ci vorrebbero almeno dieci agenti per tenere sotto controllo ventiquattr’ore su ventiquattro ogni singola persona nella lista e sarebbe un’operazione gigantesca e a tempo indeterminato che brucerebbe tantissime risorse. Si capisce così perché nel 2016 quando l’esercito iracheno cominciò le operazioni per liberare Mosul il governo francese mandò in quell’area un reparto di forze speciali con una lista di trenta nomi di francesi da trovare e uccidere. I militari francesi dovevano limitarsi a localizzare gli estremisti e poi passare le informazioni agli iracheni, perché facessero loro il lavoro sporco. Hanno anche passato agli americani la posizione dei sette capi dello Stato islamico che hanno progettato il massacro del 13 novembre 2015 a Parigi, perché fossero uccisi dai droni. Gli inglesi hanno fatto lo stesso, ma poi la guerra è finita.

   

Due giorni fa il sito della Deutsche Welle, la radio pubblica tedesca, ha pubblicato un editoriale per dire che i curdi non possono accollarsi “la Guantanamo europea” a casa loro. E’ una definizione azzeccata, è una Guantanamo europea: di fatto i governi europei stanno facendo finta di nulla mentre alcuni loro cittadini sono in stato di detenzione senza accuse provate. Non può durare per sempre ma non si sa quale potrebbe essere l’alternativa. La Corte penale internazionale che indaga sui crimini di guerra e sulle atrocità contro i civili ha già fatto sapere che non ha giurisdizione per queste cose e che al limite potrebbe occuparsi soltanto dei responsabili, quindi dei capi dello Stato islamico – ma non ci sono capi europei. Allora spostare la Guantanamo europea in Europa? Magari su un’isoletta? Sono passati vent’anni e ancora non ci siamo rassegnati all’idea dell’esistenza della Guantanamo originale, la prigione di massima sicurezza creata nella base americana a Cuba dopo gli attacchi dell’11 settembre per tenerci le persone sospettate di fare parte di al Qaida – che però dopo molte proteste nemmeno Barack Obama, il presidente che avrebbe dovuto sistemare i torti creati dal predecessore George W. Bush, è riuscito a chiudere.

  

Sarà meglio sgombrare subito il campo da un equivoco. Shamima e come lei molte altre donne che hanno lasciato i loro paesi appartengono a tutti gli effetti allo Stato islamico, proprio come il capo Abu Bakr al Baghdadi. Non sono, come si dice in molti articoli di giornale, “le mogli dell’Isis” oppure “le spose dell’Isis”. Sono l’Isis. L’arrivo delle donne straniere a partire dal 2012 in poi ha dato un grande impulso allo Stato islamico, ha reso credibile la creazione di un nuovo stato governato dai fanatici, è stato un punto forte della propaganda che ha funzionato molto meglio di cento video su internet per attirare migliaia di combattenti stranieri. Non c’è dubbio che l’arrivo di donne da tutti i paesi, e soprattutto dall’Europa, abbia fatto parte di quella proiezione di potenza – assieme ai fuoristrada, alle armi, ai video in passamontagna e alle città conquistate – che ha reso l’idea dello Stato islamico così irresistibile agli occhi di tanti giovani, fossero essi disoccupati della periferia di Tunisi o pusher spiantati di Bruxelles. Se Shamima e le altre non sono state usate in modo esplicito nei video di propaganda del gruppo terrorista è soltanto perché la sharia è contraria ai filmati con donne, ma i figli degli stranieri sono stati usati molte volte in video che si soffermavano molto sulle loro fattezze occidentali – gli occhi chiari, i capelli biondi – per insistere sul concetto di Califfato universale. Al Baghdadi nel suo unico messaggio pubblico rivolse un appello a tutti i musulmani del mondo, e in particolare a quelli che possono portare un contributo come ingegneri e dottori, a lasciare i loro paesi e a stabilirsi nel Califfato. Ma è soltanto quando i volontari cominciarono ad arrivare a migliaia che lo stato terrorista è diventato agli occhi dei simpatizzanti prima una prospettiva reale e poi un fatto compiuto. La fuga di Shamima e delle sue due compagne verso lo Stato islamico era organica al progetto del gruppo terrorista. Quando in un’intervista lei dice “non ci sono prove che io sia una minaccia, a parte che ero dell’Isis”, in questo “a parte” c’è tutto ciò che non va.

 

Il fatto è che lo Stato islamico ha combattuto una lunghissima ritirata che è cominciata dalla caduta di Raqqa nel gennaio 2017 e poi è continuata città per città, villaggio per villaggio, sempre più a sud, sempre più giù nel corridoio dell’Eufrate, con le milizie arabo-curde e gli aerei a incalzare, fino a concludersi a Baghouz, un chilometro scarso dal confine con l’Iraq. Lo Stato islamico si è ripiegato ed è morto come entità territoriale – e soltanto come entità territoriale, perché per il resto è vivo – nella stessa area di confine tra Siria e Iraq dove quindici anni fa era diventato per la prima volta molto forte e aveva cominciato a diventare un problema per gli eserciti. Prima di morire si è rimpicciolito e ha perso molti pezzi per strada, fino a diventare un piccolo accampamento con lati di un chilometro. Quelli che sono arrivati fino a questo punto della lunga marcia sono i più irriducibili, sono i fanatici che hanno detto no a tutte le occasioni di fuga, sono quelli che hanno seguito fino in fondo la guerra suicida ordinata da al Baghdadi – che intanto è da qualche parte a mettere in piedi la guerriglia del dopoguerra. I pochi civili che escono raccontano al Washington Post che quando un combattente siriano ha provato a dire che ormai la guerra era finita con una sconfitta, un altro, un tunisino, lo ha ammazzato con uno sparo da vicino. E che a chi diceva che ormai non c’era più nulla da fare, che questa era la fine, i capi rispondono: lo Stato islamico è per sempre. Ecco, da quell’ultima sacca in questi giorni molti stranieri escono con le mani alzate per spiegare che loro non c’entrano nulla, facevano soltanto i cuochi o altri lavori secondari, non hanno mai partecipato all’utopia terrorista che ha distrutto un quarto del medio oriente. Come pretendano di essere creduti è un mistero che sfugge alla ragione. Ieri trentacinque camion con a bordo i superstiti sono usciti da Baghouz, dopo un accordo con i curdi. Non combattiamo più se ci fate uscire. Non è chiaro dove andranno gli sconfitti.

  

Assieme a Shamima erano partite altre tre dallo stesso liceo di Londra – una qualche mese prima e poi ha chiamato le altre. Quando hanno preso l’aereo da Gatwick per la Turchia era il 17 febbraio 2015 ed era già chiaro alla perfezione cosa fosse lo Stato islamico. Nell’agosto 2014 il gruppo aveva cominciato a mettere su internet a cadenza quindicinale i video delle uccisioni di ostaggi occidentali, come il giornalista americano James Foley e il volontario umanitario Alan Henning, decapitati da un altro londinese, Mohammed Emwazi detto Jihadi John. Le immagini dei filmati erano finite sulle prime pagine e nei notiziari di tutto il mondo. A gennaio 2015 lo Stato islamico pubblicò il video dell’uccisione di un pilota giordano catturato e bruciato vivo in una gabbia e anche questo prese molto spazio sui media. Il 14 febbraio arrivò un altro video cruento, il massacro di ventuno cristiani copti su una spiaggia di Sirte in Libia, che era il modo dei fanatici per annunciare al mondo la loro espansione nello stato nordafricano. Tre giorni dopo Shamima e le altre s’imbarcavano.

 

Che gli uomini e le donne dello Stato islamico possano cambiare idea in prigione è un’illusione. Al contrario, per ora la prigionia è un fattore predittivo abbastanza costante, la maggioranza dei fanatici ha passato del tempo in cella e poi è uscita a combattere di nuovo. Nel febbraio 2008 il governo iracheno approvò una grande amnistia generale come segno di buona volontà nei confronti della minoranza sunnita, che è il serbatoio da cui pesca lo Stato islamico, migliaia di prigionieri e di persone sospettate di far parte di gruppi estremisti furono rilasciate, quell’anno e gli anni successivi fino al 2012. E molti dei rilasciati tornarono a fare quello che facevano prima della cattura (come si vede dalle foto dei leader del gruppo, che spesso esistono soltanto nella versione carceraria, sbarbati e in tenuta gialla). In Europa è lo stesso. Mentre le grandi organizzazioni di fanatici che arruolavano giovani da spedire in Siria, come Sharia4Belgium o al Muhajiorun nel Regno Unito, sono state smantellate e non producono più reclute, le prigioni sono i luoghi in cui gli esperti dell’antiterrorismo temono che i fanatici possano restare come conservati nel tempo, in attesa di uscire senza avere perso un briciolo delle loro convinzioni ideologiche e di riprendere la lotta in un mondo che ormai credeva di avere superato il pericolo. C’è almeno un caso di recidivo che ha fatto causa al governo inglese per ingiusta detenzione, ha vinto una compensazione in denaro, è partito per l’Iraq dove si è fatto esplodere in un attacco suicida. Del resto basta guardare alla delegazione dei talebani che in questi giorni negoziano con gli americani la ritirata dei soldati stranieri dall’Afghanistan: cinque di loro hanno passato dodici anni a Guantanamo e il loro capo ha passato otto anni in una prigione pachistana, e sono tornati nella guerriglia come se nulla fosse successo.

 

Se l’Europa non si riprende i suoi rinnegati allora i curdi prima o poi apriranno le gabbie e li rimetteranno in libertà. Se prova a mollarli al regime siriano ci potrebbero essere torture ed esecuzioni extragiudiziali. Se li riporta in patria dimostra la fedeltà a standard giuridici e morali molto alti ma si espone a un’infinità di problemi. Se crea un carcere speciale fa la stessa cosa che ha rimproverato all’America. Shamima e gli altri sono una domanda urgente e non è detto che ci sia una risposta giusta.

  • Daniele Raineri
  • Di Genova. Nella redazione del Foglio mi occupo soprattutto delle notizie dall'estero. Sono stato corrispondente dal Cairo e da New York. Ho lavorato in Iraq, Siria e altri paesi. Ho studiato arabo in Yemen. Sono stato giornalista embedded con i soldati americani, con l'esercito iracheno, con i paracadutisti italiani e con i ribelli siriani durante la rivoluzione. Segui la pagina Facebook (https://www.facebook.com/news.danieleraineri/)