Le afghane hanno paura del ritorno dei talebani, ma la decisione americana è già stata presa

Daniele Raineri

I negoziati con i guerriglieri servono solo a legittimare a posteriori la scelta di ritirare i soldati americani. Ora tutti temono di perdere la sicurezza e le libertà garantite dalla giovane democrazia afghana

New York. Ieri l’uomo nominato da Trump per trattare con i talebani, l’ex ambasciatore Zalmay Khalilzad, ha incontrato a Doha in Qatar una delegazione “di alto livello” dei guerriglieri guidata dal Mullah Baradar. C’è stato un pranzo di lavoro e poi un round di negoziati. Il clima politico che circonda questi incontri è surreale: tutti sanno – i talebani specialmente – che gli americani vogliono lasciare l’Afghanistan e hanno già preso la decisione di andare via e che i negoziati sono stati aggiunti in seguito, per legittimare a posteriori una scelta che è già stata fatta. Khalilzad tenterà di raggiungere un compromesso dignitoso che offra qualche garanzia di sicurezza al governo centrale di Kabul, ma una volta che i soldati americani saranno andati via sarà molto difficile che l’America li faccia tornare al solo scopo di proteggere gli afghani dai talebani. Ci potrebbero essere anni di guerra e una graduale espansione dei talebani in aree che da anni erano fuori dal loro controllo.

La settimana scorsa il New York Times ha pubblicato un lungo editoriale di due studiose afghane che si occupano di riforme e sviluppo, Mariam Safi e Muqaddesa Yourush, che spiegano “cosa c’è di sbagliato nei negoziati di pace”, come dice il titolo dell’editoriale. I negoziati di Khalilzad con i talebani, scrivono le due, ignorano del tutto la paura degli altri – come la società civile, le minoranze etniche (i talebani sono pashtun e brutalizzano le altre etnie) e le donne. Tutti temono di perdere la sicurezza e le libertà che la democrazia afghana, giovane e imperfetta, garantisce loro. Il bello è che questo lungo editoriale scritto da due afghane con molte informazioni e molti argomenti arriva una settimana dopo un altro editoriale, questo firmato da New York Times e quindi da intendersi come linea ufficiale, che elogia il ritiro dell’Amministrazione Trump dall’Afghanistan. La decisione è presa, agli altri non resta che regolarsi.

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  • Di Genova. Nella redazione del Foglio mi occupo soprattutto delle notizie dall'estero. Sono stato corrispondente dal Cairo e da New York. Ho lavorato in Iraq, Siria e altri paesi. Ho studiato arabo in Yemen. Sono stato giornalista embedded con i soldati americani, con l'esercito iracheno, con i paracadutisti italiani e con i ribelli siriani durante la rivoluzione. Segui la pagina Facebook (https://www.facebook.com/news.danieleraineri/)