I repubblicani rompono con Trump sul ritiro da Siria e Afghanistan

Daniele Raineri

“L’intelligence torni a scuola”, dice il presidente americano. Ma il Gop non digerisce una Casa Bianca che si fida più del coreano Kim che della Nato

New York. Il leader del Partito repubblicano al Senato americano, Mitch McConnell, ha annunciato un emendamento di politica estera che va contro in modo molto esplicito al presidente Donald Trump. L’emendamento riguarda una legge che si occupa della linea politica americana in medio oriente e dice che “lo Stato islamico, al Qaida e i loro affiliati continuano a rappresentare un pericolo per l’America in Siria, in Afghanistan e altrove”. Inoltre, ha aggiunto McConnell, l’emendamento “riconosce i pericoli di un ritiro precipitoso da entrambi i conflitti”. La sfida è molto chiara: il presidente sostiene che lo Stato islamico è stato sconfitto e ha dato l’ordine di ritirare tutti i soldati dalla Siria entro trenta giorni e di almeno metà del contingente americano in Afghanistan, il partito invece dice che i gruppi terroristi sono ancora una minaccia e che un ritiro frettoloso sarebbe rischioso. Vale la pena di notare che i soldati americani avrebbero dovuto già lasciare la Siria entro il 18 gennaio, secondo l’annuncio di Trump a metà dicembre, ma per ora non è successo. Anche nel caso dell’Afghanistan non si è mosso nulla, a parte una dichiarazione festosa in Italia del leader dei Cinque stelle Alessandro Di Battista che ha celebrato il ritiro anche del contingente italiano come se fosse una cosa già fatta.

    

Il leader della maggioranza al Senato Mitch McConnell di solito è un freddo esecutore degli ordini trumpiani ed è incaricato di garantire la disciplina di partito, ma qualcosa s’è rotto tra i repubblicani e il presidente per quel che riguarda la politica estera. C’erano già stati molti segnali negativi.

    

Nel 2017 il Congresso aveva approvato all’unanimità le sanzioni contro la Russia che non piacciono a Trump, due settimane fa due terzi dei repubblicani alla Camera hanno votato con successo contro il tentativo della Casa Bianca di alleggerire le sanzioni contro l’oligarca russo Oleg Deripaska e una settimana fa un numero più alto ancora di repubblicani ha votato a favore di una legge scritta per impedire al presidente di uscire dalla Nato (e qui si deve immaginare quanto assurdo deve essere per i repubblicani tradizionalmente atlantisti votare una legge del genere). Anche la gestione del caso Jamal Khashoggi – il giornalista trucidato a ottobre in un consolato saudita – è stata molto criticata dai repubblicani perché il presidente ha continuato a ignorare la valutazione dei servizi segreti, che assegna la responsabilità dell’omicidio al principe saudita Mohammed bin Salman alleato di Trump.

   

Ora la rottura diventa ufficiale, anche se per il momento non ci saranno effetti concreti. E’ possibile che l’autogol inverecondo che Trump ha inflitto ai repubblicani con lo shutdown di 35 giorni, una crisi gratuita e incomprensibile, abbia convinto il partito che è necessario intervenire per tentare di correggere gli impulsi del presidente. Come se non bastasse ieri i tre capi delle agenzie di intelligence principali sono andati in audizione davanti al Congresso come succede una volta all’anno e anche loro hanno contraddetto in modo vistoso le posizioni dell’Amministrazione: l’Iran dal punto di vista tecnico non sta ancora violando l’accordo sul nucleare anche se Trump si è ormai sfilato, la Corea del nord non intende privarsi delle capacità nucleari e quindi la fiducia in Kim Jong-un è malriposta, lo Stato islamico non è stato sconfitto perché comanda ancora migliaia di combattenti in Siria e in Iraq. Ieri l’ex ambasciatore in Iraq e Afghanistan Ryan Crocker, che ha lavorato sia per George W. Bush sia per Barack Obama, ha scritto un editoriale sul Washington Post per dire che l’accordo di pace con i talebani in realtà è una resa.

   

Trump non ha risposto ai repubblicani – anche se nei fatti i suoi ordini di ritiro non sono ancora stati eseguiti – ma ha scritto alcuni tweet contro i capi delle agenzie di intelligence, per dire loro che “sono ingenui” e che “dovrebbero tornare a scuola”. La spaccatura tra il presidente e l’intelligence c’è sempre stata, a partire dai rapporti che spiegavano le interferenze della Russia nelle elezioni vinte da Trump che lui si rifiuta di prendere in considerazione. Quella con il partito è invece una novità più grande.

  • Daniele Raineri
  • Di Genova. Nella redazione del Foglio mi occupo soprattutto delle notizie dall'estero. Sono stato corrispondente dal Cairo e da New York. Ho lavorato in Iraq, Siria e altri paesi. Ho studiato arabo in Yemen. Sono stato giornalista embedded con i soldati americani, con l'esercito iracheno, con i paracadutisti italiani e con i ribelli siriani durante la rivoluzione. Segui la pagina Facebook (https://www.facebook.com/news.danieleraineri/)