O il muro o lo shutdown. Il pegno d'amore del trumpismo

Paola Peduzzi

Il presidente capovolge il mondo e frantuma l’“asse degli adulti” alla Casa Bianca. Quando il caos è meglio di ogni compromesso

Milano. Faremo il muro con il Messico, “in un modo o in un altro”, “i muri funzionano, che ci piaccia o no, funzionano meglio di qualunque altra cosa”, e se per avere i fondi necessari a costruirlo dobbiamo arrivare allo shutdown – il blocco delle attività amministrative dello stato americano – che shutdown sia, anche duraturo, se ce n’è bisogno. Donald Trump non vuole compromessi al ribasso, “la mia posizione è chiarissima”, la “border security” è “DISPERATAMENTE NECESSARIA” e anche i democratici lo sanno, pure se continuano a negarlo, e allora forza repubblicani al Senato, non abbiate paura, usate “l’opzione nucleare”, “il nostro paese conta su di voi!”. Sembrava che il presidente si fosse accontentato del negoziato al Congresso ma ieri ha rimesso ogni cosa in discussione, e la priorità del muro in cima alla lista. Tom Nichols, autore del celebre libro “The death of expertise” su questa stagione dell’incompetenza, ha fotografato in un tweet la situazione: “Il giorno che i Never Trumpers dicevano che sarebbe arrivato è oggi. I mercati collassano, le inchieste si ammonticchiano, il presidente perde la sua presa; gli alleati sono inorriditi, i nemici festeggiano, il governo è nel caos, e Mattis (il ministro della Difesa, ndr) si è dimesso. E tutto è destinato a peggiorare”. 

  

   

  

Il 75 per cento dei dipartimenti del governo è già stato finanziato fino al settembre del prossimo anno, manca il 25 per cento – lo shutdown è quindi parziale – che riguarda ministeri importanti, come la Sicurezza nazionale, la Giustizia e il dipartimento di stato, e coinvolge più di 400 mila dipendenti pubblici (almeno centomila resterebbero subito senza stipendio, gli altri progressivamente). La Camera, dove i repubblicani sono maggioranza (i nuovi deputati eletti a novembre che fanno diventare blu-democratico la Camera si insediano il 3 gennaio), ha approvato una legge che finanzia il restante 25 per cento della macchina statale fino all’8 febbraio e che comprende 5,7 miliardi di dollari per iniziare la costruzione del muro (tutti i democratici hanno votato contro e anche otto repubblicani). Al Senato i repubblicani, che pure hanno la maggioranza, hanno bisogno di 60 voti, quindi dell’aiuto dei democratici, che naturalmente lo negano, ed è per questo che Trump chiede al suo leader al Senato, Mitch McConnell, di usare l’opzione nucleare ed evitare l’ostruzionismo democratico, e in ogni caso una legge senza fondi al muro non sarà mai firmata dal presidente.

  

  

La corsa a perdifiato prima di Natale per finanziare i dipartimenti governativi è un classico della politica americana, incertezza massima e negoziati frenetici, ma la sfida di quest’anno ha connotati diversi dal solito. Perché è dirottata dalla questione del muro, che è un refrain del trumpismo cui i sostenitori del presidente non vogliono rinunciare: in questi giorni di negoziati, i media e i commentatori fan di Trump erano straordinariamente critici, gli hanno detto che era “senza palle”, ed è con enorme sollievo che uno dei più famosi tra loro, Rush Limbaugh, ha detto ai suoi ascoltatori che il presidente “mi ha dato la sua parola che o ottiene i fondi o blocca tutto”. Il negoziato è lo “swamp” che Trump ha sempre voluto bonificare, e ora non può rischiare di trovarcisi doppiamente impantanato: un compromesso che sa di palude e pure di rinuncia al muro, che orrore. Meglio il caos, rapidissimo e a suon di tweet maiuscoli: così Trump capovolge ancora un po’ il mondo con il ritiro delle truppe dalla Siria (e forse quello dall’Afghanistan), manda in frantumi il cosiddetto “asse degli adulti” che fa da cordone sanitario alle intemperanze presidenziali, e accontenta gli innamorati che chiedono il pegno d’amore assoluto, il muro contro crimine e immigrati (che rendono più “sporca” l’America, come ha detto l’anchorman della Fox Tucker Carlson). Qualcuno a cui dare la colpa c’è sempre – i democratici: è chi raccoglie i cocci a non esserci più.

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  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi