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La battaglia in Francia per il voto moderato

All’unico dibattito previsto prima delle europee si sono scontrati la macroniana Loiseau e il gollista Bellamy. Due visioni distinte, ma un obiettivo comune, tutto al centro. Il bilancio della serata e un occhio a Strasburgo

15 Maggio 2019 alle 06:00

La battaglia in Francia per il voto moderato

François-Xavier Bellamy (foto LaPresse)

Parigi. Lo sfondo era quello dei grandi eventi, l’Institut Montaigne, think tank liberale molto vicino all’Eliseo, l’organizzatore era uno dei circoli privati più esclusivi di Parigi, il Cercle Interallié, che dal 1917 riunisce la crème dei notabili parigini. Nathalie Loiseau, capolista della République en marche (Lrem) alle elezioni europee, e François-Xavier Bellamy, guida della lista Républicains (Lr), si sono ritrovati faccia a faccia, lunedì, per il primo e unico dibattito in attesa dello scrutinio del 26 maggio. L’incontro ha evidenziato due visioni dell’Europa ben distinte e definite, ma è emersa anche in maniera chiara la principale strategia di entrambi: conquistare il vasto bacino dei moderati, che potrebbe spostare a favore o a sfavore il risultato delle europee, la prima scadenza elettorale da quando Macron è stato nominato presidente della Repubblica francese. 

 

“La politica è fatta di pluralismo, di confronto di idee”, ha esordito Bellamy, che, per la sua formazione di filosofo, è sembrato più a suo agio, nell’eloquio, della macronista. La Loiseau, al centro delle critiche anche nel suo stesso campo politico, ha provato subito a scacciare le malelingue che la definiscono troppo moscia e inadeguata a tenere i ritmi della politica, attaccando con veemenza Bellamy, apostolo di “una Francia in bianco e nero”. “Bisogna smetterla di dire che ieri era meglio di oggi e certamente meglio di domani”, ha affermato la capolista di Lrem, difendendo la sua visione di Europa progressista, dinanzi a un Bellamy che bollava il programma macronista come “classicamente di sinistra”. “Il progressismo è la volontà di lasciare ai nostri figli un futuro migliore”, ha ribattuto la Loiseau, parlando dei suoi, che sono quattro: “E’ per loro che sono in politica”, ha aggiunto. Il capolista di Lr di figli non ne ha, e alle accuse della candidata di Lrem ha risposto che “non tutte le novità sono necessariamente un progresso così come il nuovo mondo non è necessariamente migliore del vecchio”, invitandola a “non insultare il nostro passato e a non dimenticare le nostre radici”. 

 

Il discorso è poi scivolato sul premier ungherese Viktor Orbán, “che ha macchiato e danneggiato i valori europei”, secondo la Loiseau, e che bisogna combattere. Un’idea che ovviamente ha trovato in profondo disaccordo Bellamy, secondo cui, cercando di escludere il leader di Fidesz, i progressisti di Lrem lo stanno spingendo “tra le braccia di Matteo Salvini”. Il “temperamento calmo” dei due protagonisti, così come era stato inizialmente descritto dall’animatore del dibattito Dominique Seux, direttore delegato del quotidiano economico Les Echos, è rapidamente sfumato, lasciando spazio a uno scontro molto velenoso. Quando la Loiseau ha proposto una banca europea del clima e un investimento da mille miliardi di euro nella transizione ecologica da qui al 2024, Bellamy ha criticato “il solito obiettivo di spesa, un progetto classico della sinistra”, e quando l’ex ministra degli Affari europei ha difeso le riforme di Macron, il filosofo gollista ha puntato il dito contro “l’assenza di un taglio profondo del numero dei funzionari”, evocando il progetto “chiaro e strutturato” di François Fillon, l’ex candidato alle presidenziali di Lr che voleva tagliare 500 mila agenti della funzione pubblica per snellire il Leviatano francese. 

 

La lotta per conquistare l’elettorato della destra moderata, che Les Echos definisce “strategico” per le elezioni del 26 maggio, si annuncia insomma spietata. La lista di Lrem, accreditata al 22 per cento secondo gli ultimi sondaggi, sembra per ora avere i favori dei centristi. Sabato scorso, a Strasburgo, l’ospite speciale del meeting di Lrem è stato Jean-Pierre Raffarin, ex primo ministro e fedelissimo di Alain Juppé, che ha manifestato la solidarietà della destra liberale ed europeista al progetto di Macron. “Tra Nathalie Loiseau e Edouard Philippe (primo ministro, ndr), non mi sento estraneo. Abito allo stesso indirizzo: rue Juppé è a destra dell’avenue de l’Europe, nel prolungamento dei grandi boulevards Pompidou, Giscard, Chirac e Sarkozy”, ha dichiarato Raffarin, facendo eco ai ministri di destra Macron-compatibili che siedono attualmente nel governo, dal ministro della Cultura Franck Riester a quello dell’Azione e dei conti pubblici Gérald Darmanin

La lista di Bellamy, tuttavia, rappresenta ancora un pericolo. Dato inizialmente tra il 7 e l’8 per cento, ora è accreditato al 14, e ha appena incassato tre appoggi importanti: quello di Jean-Luc Moudenc, sindaco di Tolosa, quello di Arnaud Robinet, primo cittadino di Reims, e soprattutto quello di Christian Estrosi, sindaco-sceriffo di Nizza, che agli inizi del quinquennio sembravano molto più vicino alle posizioni macroniste. 

Mauro Zanon

Nato a una manciata di chilometri da Venezia, nell’estate in cui Matthäus e Brehme sbarcarono nella parte giusta di Milano, abbandona il Nord, per Roma, quando la Lega era ancora celodurista e un ex avvocato del Cav. vinceva le presidenziali francesi. Nel 2009, decide di andare a Parigi, e di restarvi, dopo aver visto “Baci rubati” di Truffaut. Ha vissuto benino nella Francia di Sarkozy, male in quella di Hollande, e vive benissimo in quella di Macron (su cui ha scritto un libro, “Macron. La rivoluzione liberale francese”, Marsilio). Ama il cinema di Dino Risi, le canzoni di Mina, la cucina emiliana, le estati italiane, l’Andalusia e l’Inter di José Mourinho. Per Il Foglio, scrive di Francia e pariginismi. Collabora inoltre con il mensile francese Causeur.

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