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L’Europa unita non è immortale. E’ in crisi la democrazia

L’Unione di domani potrà esistere solo se terrà il caso Tortora come un parametro dello stato di diritto

17 Maggio 2019 alle 06:00

L’Europa unita non è immortale. E’ in crisi la democrazia

Francesco Rutelli con Enzo Tortora

Penso alle elezioni europee, e la mente non va alla mia elezione nel ’99, né alle battaglie fatte coi radicali, o al referendum popolare che porta anche la mia firma – vinto nell’89 con l’80,7 per cento dei voti, oltre 29 milioni di Sì – per un mandato costituente al Parlamento europeo, secondo il progetto di Altiero Spinelli.

Per prima cosa penso alla riunione radicale in cui – avevo 29 anni – proposi la candidatura di Enzo Tortora. Enzo fu vittima di una delle più mostruose trappole di ingiustizia della storia italiana; ne sarebbe morto dopo appena 4 anni (domani 18 maggio ricorre l’anniversario) e dopo esser stato proclamato innocente. Era il 1984, 35 anni fa. I candidati al Parlamento europeo si confrontano con l’attualità di quella battaglia: l’Europa di domani potrà esistere se terrà il caso Tortora come un parametro dello stato di diritto, della civiltà europea.

 

Il caso di una personalità libera, civile e orgogliosa, accusata da camorristi – desiderosi di ottenere degli sconti di pena – di essere un capo della camorra. Arrestato, in manette davanti a decine di telecamere, Enzo non si piega: accetta la candidatura al Parlamento europeo, per portare lì la sua battaglia di libertà. Viene condannato in primo grado e per questo si dimette dal Parlamento – che accoglie le sue dimissioni ma rigetta, con fermezza, le richieste giudiziarie di perseguirlo ascoltando il suo grido indignato contro i propri persecutori. Pur agli arresti domiciliari, Enzo partecipa a un incontro al Quirinale col presidente della Repubblica Cossiga (anch’io ero in quella delegazione). Passa altro tempo, ma la verità viene finalmente ristabilita: Enzo viene pienamente assolto (la foto col nostro abbraccio si riferisce a quel giorno liberatorio), torna al suo lavoro, ma si spegne in breve tempo, anche a causa del fardello delle sofferenze e delle umiliazioni subìte.

Una storia italiana che ogni persona dovrebbe conoscere e ricordare, a maggior ragione chi è impegnato in politica. Per quanto mi riguarda, oggi non lo sono. Svolgo attività diverse, non sono candidato, ma tengo a cuore l’interesse del mio paese. Per questo provo qui a condividere alcuni argomenti.

 

La penso come lo storico francese Pierre Nora (Le Monde, 12 marzo), a proposito della crisi della democrazia europea: “Sappiamo, con Paul Valéry, che le civiltà sono mortali. E sappiamo anche, con Arnold Toynbee, che la fine di un mondo non è la fine del mondo”. Tradotto: l’Europa unita non è immortale. E siccome è stata l’Europa il motore e il gran cimitero delle tragedie del mondo da metà 800 sino alla nascita dell’Ue, ecco cinque riflessioni.

 

1. Sono stati i nazionalismi fuori controllo il fattore scatenante delle guerre e delle stragi di decine di milioni di persone. L’unica assicurazione di cui disponiamo contro il ritorno a conflitti devastanti è l’Unione degli europei. Oggi gli europei sono appena il 7 per cento della popolazione mondiale. Chi pensa di cavalcare il ritorno dei nazionalismi per tornaconto elettorale colpisce al cuore anche il nostro interesse nazionale: un’Italia isolata in un’Europa divisa sarebbe facile preda di potenze vecchie e nuove. E colpisce, ovviamente, i valori e i risultati di pace e di democrazia degli ultimi 70 anni, un periodo di libertà senza precedenti nella storia del Continente.

 

2. La rivoluzione digitale ha creato dei capitalisti della politica digitale. Non investono i loro capitali nelle soluzioni complesse, durevoli e profonde, ma nell’immediatezza della comunicazione. Risultato: a problemi seri, obiettivamente difficili, a disagi economici e insicurezze sociali si associa una esasperazione istantanea. Si punta a creare il consenso dividendo, polarizzando, additando e denigrando l’avversario, piuttosto che ricercando punti di incontro e soluzioni.

 

3. Sarebbe utile a tutti se i protagonisti della campagna elettorale affrontassero con chiarezza, indicando le loro proposte concrete, tre temi decisivi per l’Italia e l’Ue nei prossimi 5 anni. La difesa e la riorganizzazione del lavoro, su scala europea, di fronte alla trasformazione/sicura scomparsa di decine di milioni di posti di lavoro a causa delle ristrutturazioni dettate da automazione-Intelligenza artificiale. Come deve organizzarsi l’Unione europea?

La centralità ecologica, anche riferita all’impatto dei cambiamenti climatici; il problema non è di agitare in modo predicatorio decine di argomenti che sono certamente intrecciati tra loro, ma individuare alcuni obiettivi realistici e ambiziosi, capaci di cambiare il gioco, su cui impegnare le istituzioni e mobilitare l’opinione pubblica.

La sfida demografica, migratoria e sociale, per cui il dibattito è assurdamente concentrato su “sbarchi sì-sbarchi no”. Sono contro il traffico di esseri umani (uno dei miei ultimi atti parlamentari, approvato dieci anni fa, fu proprio su questa sfida, quale “minaccia alla sicurezza nazionale e crimine contro l’umanità”). Sono contro la retorica di uno sbarco cui non faccia seguito una organizzazione decente dei diritti e doveri sia di chi accoglie, che dei migranti. Sono per la fatica umanistica dell’integrazione, che è – l’ho sperimentato in tutta la mia esistenza – un esercizio oneroso, complesso, non di rado frustrante. Per funzionare, dev’essere incessante. Non basta una foto su un molo col segno di “vittoria”; poi, chi s’è visto s’è visto.

 

4. Come democratico pro-europeo, so che ci saranno compromessi, dopo le elezioni, per assicurare un governo dell’Europa. So che l’Italia potrà essere aiutata, oppure ignorata, oppure attaccata dagli altri 26 (27?) paesi, o dalla maggioranza di essi. Dunque, il voto non riguarderà tanto gli equilibri politici italiani – per risolvere questo, ci sono già state e di nuovo ci saranno elezioni italiane –, ma come l’Italia debba essere rappresentata in Europa, nei prossimi 5 anni.

 

5. Ciò che mi tiene lontano dalla politica attiva è il trionfo di personalismi autoreferenziali (anziché gioco di squadra, costruzione di organismi collettivi, costanza tecnico-amministrativa, visioni, azioni e soluzioni strategiche). Così si sono accelerate e aggravate negli ultimi anni le dinamiche dominanti, di vero e proprio individualismo di massa. Penso che le persone con cui condivido valori, opinioni e battaglie civili sappiano che nessuna soluzione è perfetta, quando si tratta di votare. Che nessuna scelta di oggi è costruita sulla roccia. Un bene minore è sempre meglio di un male minore, che a sua volta è molto meglio di un male maggiore. Penso che la politica debba e possa continuare a essere non solo la “facoltà di dare inizio” (Arendt), ma l’arte di unire, facendo forza sulle nostre diversità. Non la falsa religione immediata delle discordie e delle divisioni.

Francesco Rutelli

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