Il comunismo in Italia è stato "un'eresia gesuitica"?

Guido Vitiello

Tutta la cultura del Pci di Berlinguer, una democrazia sobria e frugale in cui il partito accudisce le masse, porta quell’impronta

L’idea che il comunismo in Italia sia stato “un’eresia gesuitica, amministrata da Mosca”, quando la trovai in quel pazzotico zibaldone che è la “Confederazione italiana” di Geminello Alvi mi sembrò subito intrigante. Oggi, dopo aver letto l’ultimo libro dello storico dell’America latina Loris Zanatta, “Il populismo gesuita. Perón, Fidel, Bergoglio” (Laterza), mi persuade ancora di più. La matrice comune delle grandi famiglie del populismo sudamericano è nella Compagnia di Gesù, suggerisce Zanatta. E il modello utopico a cui più o meno consapevolmente fanno riferimento sono le famigerate missioni che i gesuiti fondarono nel Seicento tra i guaranì del Paraguay: piccoli stati teocratici retti dall’unanimismo, dalla gerarchia e dal corporativismo, contravveleni alle tre serpi che il liberalismo illuministico aveva intrufolato nell’Eden – lo spirito di fazione che insidia l’unità armonica del pueblo, l’individualismo gravido di vizi e di licenze, e più letale di tutte la serpe della proprietà privata, della libera impresa e del denaro. A pensarci bene, anche noi abbiamo avuto il nostro Hernán Benítez, il sacerdote consigliere e ispiratore di Eva Perón: si chiamava Franco Rodano, e aveva lui pure studiato dai gesuiti. Tutta la cultura del Pci di Berlinguer – la visione di una democrazia “organizzata”, sobria e frugale, dove il partito accudisce le masse perché non perdano l’anima seguendo le tentazioni del capitalismo e del consumismo – porta quell’impronta. Il che forse aiuta a spiegare perché quasi tutti, nell’Italia di oggi, facciano a gara a contendersi le sue spoglie morali.

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