Quello che più ci manca di Sergio Zavoli sono i suoi silenzi

Guido Vitiello

Sarebbe riuscito a svelare la generale menzogna di un capo politico semplicemente lasciandolo parlare, immerso nel buio. Cosa impensabile nell'Italia di oggi

La buonanotte della Repubblica. Potrei chiamarla così, perché da anni mi capita sempre più spesso di addormentarmi con la grande inchiesta di Sergio Zavoli in sottofondo. A pensarci, è un’abitudine inquietante: per prender sonno mi servono Mario Moretti o Vincenzo Vinciguerra, gente che a suo tempo ha tolto il sonno a molti. Possibile che io trovi più rassicuranti brigatisti, bombaroli, stragisti e sequestratori di quasi tutta la fauna dei talk-show attuali? Possibile, ma la verità è un’altra. Se trovo così propizio Zavoli come apparecchio alla piccola morte del sonno, è perché in modo mesmerico e suadente costringeva tutti – intervistati e telespettatori – a nuotare in acque profonde. Più di quella voce carezzevole e affabilmente solenne, il risucchio con cui Zavoli ti trascinava giù era il suo senso cerimoniale delle pause, dei silenzi, dei non detti a cui un indugio protratto dava tempo e occasione di affiorare. Se ne sono dette e se ne diranno tante – la dirittura, la serietà, il senso etico – come vuole la retorica dei necrologi, ma la cosa che più manca di Zavoli non sono le sue opere, sono le sue omissioni; non le parole, ma i silenzi. In questi giorni molti hanno sospirato per Jonathan Swan che incalzava Trump, rintuzzandolo senza tregua su tutte le sue menzogne, cosa impensabile nel giornalismo italiano. Mi è capitato di pensare che Zavoli sarebbe riuscito a svelare non le menzogne, ma la generale menzogna di un capo politico semplicemente lasciandolo parlare, circonfuso dal buio e dal silenzio. Cosa anche questa impensabile nell’Italia di oggi. Buonanotte, Repubblica.