La destra e il sangue dei vintage

Guido Vitiello

Da Marcello Veneziani a Giorgia Meloni, la rilettura di "Imagine" è come incidere polemiche sul vinile nell'epoca di Spotify

Poi toccherà ai capelloni, alla minigonna e al grammofono. Intanto, a proposito di grammofono, godiamoci il dibattito su “Imagine”, addì 1971. Se i valori dei giovani sono quelli di John Lennon, si chiede la signora Ida di “Ricomincio da tre” reincarnata per l’occasione in Marcello Veneziani, “perché non dovrebbero bucarsi, rincoglionire di velocità, alcol e musica a tutto volume, e farsi i porci comodi fino in fondo?”. Diego Fusaro, sul Primato Nazionale, dice che l’utopia di “Imagine” si è realizzata “nel nuovo ordine cosmomercatistico a deeticizzazione completa” e “nell’iperclassismo proprio del cosmopolitismo capitalistico post borghese e post proletario” (consiglio di leggere il tutto sulle note di “Sentimiento nuevo” di Franco Battiato). Ma “Imagine” è anche “l’inno dell’omologazione mondialista” (Giorgia Meloni, parole e musica di Alain de Benoist) nonché “il ‘libretto rosso’ del nuovo progressismo” (Eugenio Capozzi, storico, autore del saggio “Il politicamente corretto”). Nuovo. In un certo senso, però, hanno tutti ragione. L’ideologia, da mezzo secolo almeno, passa anche per le canzonette. Per esempio, Alain Finkielkraut scrisse cose analoghe a proposito di “We are the world” (Usa for Africa) come inno del terzomondismo ultrarelativista e dell’infantilismo di ritorno degli occidentali. Ma – questo è il punto – le scrisse nel 1987 (“La défaite de la pensée”) su una canzone del 1985. Due anni sono un intervallo di tempo ragionevole. La nostra destra culturale, invece, incide polemiche su vinile nell’epoca di Spotify. E’ il sangue dei vintage.