Perché non appaltiamo anche il dibattito pubblico a un robot?

Guido Vitiello

Basta con la vergogna prometeica, è venuto il momento di incrociare le braccia e lasciar fare alle macchine il nostro lavoro

Prima di una legge contro l’omofobia o l’eterofobia, urge una legge contro la tecnofobia. Basta con la vergogna prometeica, è venuto il momento di incrociare le braccia e lasciar fare alle macchine il nostro lavoro. E’ la grande occasione del lockdown. E badate, non parlo solo delle faccende di casa e dei robot aspirapolvere rotanti. Buona parte del dibattito politico e giornalistico può essere tranquillamente appaltato a pochi programmi di intelligenza artificiale senza che nessuno se ne accorga. Certo, tutto sta a scrivere bene il codice sorgente, ma non è poi così difficile. Anni di generatori automatici di dichiarazioni di questo o quell’altro personaggio pubblico stanno lì a dimostrarlo. Io per esempio ho in mente un programmino semplice semplice, che chiamo Agente Artificiale Sovranista (AAS). Per ogni input X, il mio AAS fornirà un output -X di segno opposto tale da soddisfare una sola condizione: occupare con la propria pedina la casella della vittima. L’output -X può corrispondere o meno a qualcosa di realmente esistente, ma questo è un problema secondario, l’essenziale è che consenta all’AAS di funzionare. Esempi. Volete una legge contro l’omofobia? E allora noi ne vogliamo una contro l’eterofobia (caso di -X immaginario). Volete sgomberare CasaPound? E allora sgomberate i centri sociali dei compagni vostri. Dite che siamo xenofobi? E allora voi siete autorazzisti. Lo so, è un software elementare. Ma consentirebbe di mandare in vacanza qualche centinaio di onorevoli e una dozzina di redazioni. E’ la grande occasione del lockdown. Mentale.

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